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Dobbiamo organizzare meglio i viaggi indietro nel tempo

Ovvero, come si realizza una raccolta virtuale di tutta la storia di una città millenaria tipo Venezia. Di mezzo ci sono scanner automatici, motori di ricerca semantici e personaggi insospettabili.
Immagine: JD Hancock/Flickr

Non so voi, ma quando sfoglio un libro spesso penso di premere CTRL+F per trovare le informazioni che mi interessano. È una conseguenza imbarazzante dovuta all'abuso di testi digitali, ma per fortuna non vado a raccontarlo in giro. Tuttavia, la ricerca rapida di persone e cose nel mondo reale non è sempre sintomo di alienazione mentale. Anzi, è una cosa del tutto sana quando hai a che fare con una macchina del tempo virtuale.

Per “macchina del tempo virtuale” non intendo una DeLorean prestata a GranTurismo, ma una interfaccia che ti permette di esplorare una mole immensa di dati storici con la stessa facilità con cui apriresti il menù del primo Super Mario su GameBoy. Poi, dove si trovi questa interfaccia è del tutto relativo: può essere sul web, sullo schermo di un tablet, proiettata sulle pareti di un museo o direttamente nelle tue palle degli occhi.

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L'unico dettaglio importante è che una macchina del tempo virtuale deve farti viaggiare senza annoiarti a morte tra un millennio e l'altro. Cioè, deve comprendere, ordinare, collegare fra loro e visualizzare i dati storici che provengono dalle fonti del mondo reale: libri, documenti, quadri, fotografie, liste della spesa e qualsiasi altro documento abbia un qualche valore.

Sì, tutto molto bello, ma scannerizzare un archivio storico con la sola forza delle proprie braccia—premi scan, volta pagina, premi scan, volta pagina, ecc—è un'impresa titanica di cui vorremo fare volentieri a meno. È un po' come se nei magazzinieri di Amazon si mettessero a leggere i codici a barre in endecasillabi sciolti: l'idea è intrigante, ma di sicuro non c'è da aspettarsi che Jeff Bezos dia loro un premio.

Lo stesso accade in contesti molto lontani dall'incubo logistico di Amazon, come per esempio l'Archivio di Stato di Venezia. Qui gli archivisti hanno a che fare con un totale di circa 80 chilometri di scaffali, ricolmi di volumi composti da centinaia di pagine scritte ciascuno. Al loro interno c'è praticamente tutta, o quasi, la storia della città: registri doganali, fatti storici, cronache di guerra, vite di pittori e poeti, mappe e planimetrie architettoniche.

Una mappa del XVI secolo mostra il piano per dirottare il corso dei fiumi che riversano acqua dolce nella laguna di Venezia per mantenerne la salinità e prevenire la diffusione delle zanzare malariche. Immagine: © Archivio di Stato di Venezia/Hillary Sanctuary

Questa mole di informazioni diventa una macchina del tempo virtuale quando metti tutto insieme, strato su strato, e lo digitalizzi. Ma non basta, perché la macchina deve sapere esattamente che la casa di Goldoni corrisponde a quelle coordinate geografiche, e che è lo stesso Goldoni della Locandiera, e che se proprio ti va di leggere quel testo teatrale puoi sfogliarne una copia digitale. Nell'era degli hyperlink, tutta questa storia sembra scontata, ma non è esattamente così. Perché ci vuole qualcuno che insegni alla macchina a unire i puntini da sola.

Uno dei tentativi che si avvicina di più a una vera macchina del tempo virtuale lo ha messo in piedi una collaborazione tra l'Università Ca' Foscari, l'Archivio di Stato di Venezia e il Politecnico di Losanna (EPFL). Il loro progetto Venice Time Machine prevede la digitalizzazione dei volumi d'archivio e la creazione “di un motore di ricerca semantico associato a una biblioteca digitale.”

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Il primo passo prevede la scansione automatica di documenti e libri antichi attraverso una macchina che volta le pagine, le pressa contro un vetro e le scannerizza una a una senza l'intervento di un essere umano. Si risparmia un bel po' di tempo che, a questo punto, può essere dedicato alla fase due del progetto: la realizzazione di algoritmi in grado di comprendere il contenuto dei testi antichi.

Farsi strada tra il latino e il dialetto veneziano scritti a mano non è esattamente una passeggiata, ed è proprio a questo punto che la macchina del tempo virtuale rallenta la sua corsa. La trasformazione di informazioni così complicate in un archivio di linked data—cioè elementi correlati tra loro in modo logico, vedi questo esempio—richiede ancora la supervisione di un essere umano.

Ma la supervisione umana non è una risorsa tanto infinita quanto gli scanner automatici. In pratica, le macchine del tempo virtuali devono scegliere tra percorrere la strada più breve o rischiare di rimanere a secco. Per assurdo, significa che presto dovremo decidere se nel nostro motore di ricerca semantico preferiamo includere le opere di Gigi D'Alessio oppure quelle di Galileo. A parità di interesse storico, Gigi ha un vantaggio sullo scienziato pisano: le sue tracce sono già ampiamente diffuse e taggate in archivi digitali più o meno strutturati.

Un documento scritto a mano da Galileo in persona in cui lo scienziato chiede al Senato di Venezia di finanziare la costruzione del suo telescopio. Immagine: © Archivio di Stato di Venezia/Hillary Sanctuary

Eppure, se gli esseri umani hanno speso milioni di dollari per costruire il sito di Onkalo—un nascondiglio sotterraneo per lo stoccaggio di scorie nucleari progettato per resistere, si spera, almeno 100.000 anni—non si capisce bene perché non valga la pena fare uno sforzo in più. In poche parole, dovremmo cercare di conservare una fetta sempre più grande della nostra memoria storica.

Bellissimo, ma il punto è questo: la quantità di informazioni immagazzinabili negli archivi a prova di secoli è inferiore all'ammasso mostruoso di dati generati e diffusi ogni giorno attraverso internet. Purtroppo, dovremo rinunciare a qualcosa. E le macchine del tempo virtuali un po' ne soffriranno.

Certo, lottare con le unghie e con i denti per tramandare ai posteri la memoria storica di un'intera città come Venezia potrebbe essere un'impresa senza speranza. Forse, neppure Galileo e Gigi avrebbero più qualcosa da insegnare a quelli del 2499. Ma è pur sempre vero che, un giorno, gli esseri umani potrebbero avere bisogno di dettagli che oggi consideriamo superflui.