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Salvini continua a fare propaganda sulla pelle delle persone

E questa volta ci è finita di mezzo la nave Diciotti della Guardia Costiera italiana, finché Mattarella non è intervenuto per fare un po' di ordine.

di Leonardo Bianchi
13 luglio 2018, 10:30am

Foto via Facebook.

Nel grande racconto propugnato dal “governo del cambiamento,” dal 1 giugno a oggi l’Italia è un paese che finalmente non si “inginocchia” più davanti a nessuno, che non si fa mettere i piedi in testa dai Poteri Forti, e che finalmente è tornato a controllare le proprie frontiere e a #chiudereiporti.

Questo, almeno, è quanto ripetono quotidiamente figure come Matteo Salvini e Danilo Toninelli. Ma per ora, l’unica cosa che l’esecutivo ha fatto è stato asportare chirugicamente le Ong, nonché gettare nel caos più completo le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo—arrivando a rilasciare dichiarazioni che fanno a pezzi il principio di separazione dei poteri, e persino a bloccare le navi della propria Guardia Costiera.

Prendiamo l’ultimo caso, quello della nave Umberto Diciotti che è attraccata ieri sera al porto di Trapani con a bordo 67 migranti soccorsi al largo della Libia. Per sommi capi: la vicenda inizia domenica sera, quando il rimorchiatore italiano Vos Thalassa—che non è un “incrociatore,” come ha erroneamente dichiarato il Ministro delle Infrastrutture—recupera i migranti all’interno della fantomatica SAR Libica.

Secondo le prime ricostruzioni, dall’IMRCC di Roma arriva l’intimazione di riportarli verso Tripoli e affidarli alla cosiddetta “Guardia Costiera libica.” A quel punto, e siamo intorno alle 22, la nave parte per il “punto di incontro con la motovedetta libica.” Ma i migranti se ne accorgono e chiedono spiegazioni al comandante. Stando alle comunicazioni del comandante, questo sarebbe stato “accerchiato,” “spintonato” e “minacciato” da due di loro, al punto tale da dover invertire la rotta.

Il Viminale, come scrive il Corriere della Sera, fa sapere che non autorizzerà lo sbarco della nave in Italia “perché ha anticipato l’intervento dei libici che erano già stati allertati.” Nel pomeriggio del giorno seguente, dalla Vos Thalassa arriva una nuova richiesta di aiuto: “La situazione sta degenerando a bordo. Le persone danno segni di agitazione chiedendo insistentemente quando verranno recuperati.”

Al crescere della tensione, la sera di lunedì 9 luglio Toninelli autorizza il trasferimento dei migranti a bordo della nave Umberto Diciotti della Guardia Costiera italiana per “motivi di ordine pubblico”—una decisione non condivisa da Matteo Salvini.

Non appena trapelano queste prime informazioni, sui giornali si parla immediatamente di “rivolta dei migranti,” “ammutinamento,” “dirottamento” e altro. Quanto realmente accaduto a bordo, però, non è per niente chiaro.

Il portavoce Cristiano Vattuone della Vroon, la società olandese proprietaria della nave, dichiara che non c’è stata “nessuna insurrezione a bordo, la situazione è stata ingigantita dai giornali, non c'è stato nessun ammutinamento e nessuno è stato pestato.” I migranti hanno poi raccontato all'operatrice italo-egiziana Sahar Ibrahim, di Unicef/Intersos, di non aver "aggredito nessuno" e di essere "terrorizzati" da un eventuale ritorno in Libia: "Eravamo pronti a tuffarci in mare e a rischiare la vita piuttosto che ritornare a terra."

E di più: per Repubblica, la richiesta di aiuto potrebbe rappresentare il classico “escamotage” utilizzato “da sempre dalle navi mercantili che, negli ultimi anni, si sono ritrovate a dover operare dei soccorsi ma che non per questo sono disposte a perdere giorni di lavoro e soldi rimanendo ostaggio delle dinamiche politiche.”

Il vero e proprio casino inizia una volta trasbordati i migranti sulla Diciotti—ossia: si susseguono notizie confuse, comunicazioni contrastanti di esponenti del governo, e di incertezza generalizzata. Martedì, infatti, Salvini si rifiuta di indicare un porto di arrivo per la nave della Guardia Costiera italiana. La mossa è inaudita, e inevitabilmente genera frizioni all’interno della coalizione.

La ministra della Difesa Elisabetta Trenta, in un’intervista ad Avvenire, dice che “il Mediterraneo è sempre stato un mare aperto e continuerà ad esserlo. L’Italia non si gira dall’altra parte. Non l’ha fatto e non lo farà.” Intervenendo a Omnibus su La7, Luigi Di Maio spiega invece che “non è immaginabile chiudere l’ingresso a una nave italiana.” Salvini, dal canto suo, tuona che “non darò autorizzazione allo sbarco fino a che non avrò garanzia che i delinquenti finiscano in galera.”

Sempre martedì, il pattugliatore riceve l’indicazione di dirigersi verso Trapani; e per la prima volta, riporta Repubblica, la decisione l’ha presa il Ministro delle Infrastrutture e non il Ministro dell’Interno, a cui spetterebbe.

Ma non finisce qui. La Diciotti—che già aveva rallentato in previsione di uno stallo—arriva nella mattinata del 12 luglio al porto di Trapani, ma viene riallontanta e riattracca poco prima delle 15. Salvini—impegnato a Innsbruck per un vertice europeo sull’immigrazione—inonda i social e i media di suoi status e dichiarazioni, tra cui questa: “Prima di concedere qualsiasi autorizzazione attendo di sapere nomi, cognomi e nazionalità dei violenti dirottatori che devono scendere in manette.”

In pratica, il Ministro dell’Interno ha sostanzialmente indicato alla magistratura come comportarsi, mettendo una pressione enorme—e follemente indebita—sulla procura di Trapani. La quale, racconta l’Huffington Post, si è riunita in un “lunghissimo vertice” per verificare i presupposti per il fermo (le “manette” di Salvini) a carico dei due migranti sotto accusa (due, ripeto, e non più di 60 com’era inizialmente trapelato).

Alla fine i pm decidono che no, non ci sono e indagano per violenza continuata ed aggravata nei confronti dell’equipaggio della Vos Thalassa, escludendo l’ipotesi del dirottamento e disponendo ulteriori “approfondimenti investigativi” che dovrà effettuare la squadra mobile di Trapani.

Lo sblocco definitivo a una situazione che stava assumendo contorni a dir poco surreali arriva però da Sergio Mattarella. Ieri sera, il Presidente della Repubblica ha chiamato il premier Giuseppe Conte per “avere notizie dettagliate […] e per dare lui stesso indicazioni decisive per risolvere in fretta l’impasse.” Nel frattempo, Salvini continua a martellare sui social e alzare al massimo la tensione.

Lo sbarco è infine avvenuto solo verso le 23, al termine delle procedure di identificazione delle persone a bordo. Naturalmente, il Ministro dell’Interno non l’ha presa bene: tant’è che dal Viminale sarebbe filtrato lo “stupore” per gli “interventi del Quirinale” e il “rammarico per la scelta della procura.” Pubblicamente, però, Salvini ha comunque esultato perché—per l’ennesima volta—sarebbe finito qualche tipo di "pacchia," e aggiunto: “Qualcuno deve pagare, ci deve essere certezza della pena. Mi auguro che la procura faccia in fretta, non può finire a tarallucci e vino.”

Ecco: la storiella della “pacchia” ha francamente rotto i coglioni, anche perché c’è ben poco da esultare.

Dopotutto, l’unica cosa che trapela dalla vicenda della Diciotti è l’ossessione di un ministro che si crede onnipotente e che ha tenuto in ostaggio per giorni 67 persone, ringhiato di “ammunitamento,” invocato arresti arbitrari, e addirittura bloccato una nave della Guardia Costiera per portare avanti la sua propaganda sempre più mefitica e violenta.

In questo, chiaramente, Salvini non è da solo. Proprio ieri, Medici Senza Frontiere ha segnalato che nell’ultimo mese sono morte oltre 600 persone—tra cui neonati e bambini—nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale, che è tornata ad essere la rotta più pericolosa del mondo.

Per Karline Klejer, responsabile delle emergenze per MSF, questo si sta verificando perché di fatto non ci sono più le navi delle Ong, e perché le decisioni politiche dell’Europa nelle ultime settimane hanno avuto conseguenze letali.

“È stata presa la decisione a sangue freddo di lasciare annegare uomini, donne e bambini nel Mediterraneo,” ha dichiarato Klejer. “È vergognoso e inaccettabile.”

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