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‘Final Space’ non è il nuovo 'Rick and Morty', ma va bene così

La serie animata creata da Olan Rogers e distribuita ora su Netflix non è il nuovo successo di fantascienza perché non è effettivamente fantascienza — piuttosto, una space opera.

di Lorenzo Fantoni
06 agosto 2018, 10:42am

Final Space — la serie animata nata con un pilot su YouTube, sviluppata poi dall'autore Olan Rogers per TBS e ora distribuita internazionalmente come originale Netflix — si riassume in fretta: uno sfigato dello spazio si ritrova nel bel mezzo di un conflitto su scala galattica e diventa inevitabilmente un eroe — rimanendo però in linea di massima sfigato e solo poco più saggio di prima.

Ho iniziato Final Space pensando di trovarmi di fronte a qualcosa che cercasse di piacere ai fan di Rick and Morty, agli orfani di Futurama e — in generale — agli amanti dei cartoni disegnati con uno stile infantile ma pieni di roba estremamente adulta; qualcosa, insomma, che fosse ironico, dissacrante e a volte anche serio, ma tendenzialmente l’ennesima parodia citazionista che continua a digerire sé stessa in mille forme.

In parte è andata così, in parte è stata una sequela di colpi bassi; ma — soprattutto dopo aver visto l’ultimo minuto dell’ultimo episodio — credo che Final Space sia uno di quegli amici che incontri una sera dopo tanti anni, che ha avuto una vita difficile, ma cerca disperatamente di farti ridere raccontandoti quello che è successo; tutto finisce con lui e te che vi abbracciate dopo aver bevuto una birra di troppo, senza dire niente, poi ognuno per la sua strada.

Il grosso problema di Final Space è che è il Balto dell’animazione sci-fi adulta: non vuole solo far ridere, non vuole solo farti piangere, non vuole solo farti emozionare — sa solo ciò che non vuole. Le sue gag sono spesso tirate troppo per le lunghe, in alcuni casi non fanno neanche ridere; il suo tentativo di mettere in piedi un viaggio dell’eroe è onestamente ammirevole, ma la retorica è un po’ trita (io sono stato malissimo, ma è una questione personale). Il modo migliore in cui possiamo inquadrarlo è come space opera involontaria, con qualche battuta di troppo.

Cos’è una space opera? Con questo termine — che come tutte le definizioni di genere ha dei confini labili —, si circoscrivono quei racconti ambientati prevalentemente nello spazio e dal carattere eroico, con sprazzi di romanticismo, sacrificio, ironia e un guizzo picaresco. Insomma, la space opera è una sorta di via di mezzo tra un racconto di pirati e una storia di guerra o resistenza, ma con lo spazio.

È un termine che si sente tirare fuori quando qualcuno definisce Star Wars “fantascienza,” perché di solito la space opera non è più di tanto interessata alla tecnologia, se non come mero strumento dell’eroe.

Final Space ha tutte le caratteristiche tipiche di questo genere di racconti: un eroe riluttante su cui non scommetteva nessuno, un cattivo supremo, inarrivabile e molto potente, varie spalle comiche, un compagno di viaggio valoroso, un amore poco corrisposto e per il quale lottare, morte, sacrificio, trauma e perdono. In più, la tecnologia non è mai messa in discussione su un piano politico o sociale, ma è parte integrante dello status quo.

Ogni possibile paragone con Futurama o Rick and Morty — e ce ne sono stati parecchi, insieme a qualche proposta di cross-over — non ha alcun senso: non tanto (o non solo) perché la scrittura non è allo stesso livello, quanto perché Final Space ha un arco narrativo unico che si svolge in dieci puntate, anziché una narrativa verticale che ogni tanto lascia intuire una trama orizzontale sottostante.

Pur con tutti i difetti legati a soluzioni fin troppo semplici e funzionali al proseguimento della storia, Final Space mette in chiaro subito l’intenzione di essere esaustiva nella sua prima stagione: ogni puntata inizia infatti con un rimando all’ultima scena della stagione, creando un senso di premonizione specifico nello spettatore. Il finale aperto sospende lo spettatore rispetto al futuro dei personaggi, ma non rispetto alla missione che dovevano compiere per portare a termine la trama della stagione.

Se inquadriamo Final Space dunque non con la lente del “dai, ridiamo del nerdismo spaziale” e neppure con quella del “questo cartone mi spiega la vita,” ma come un romanzo d’appendice rimasto inevitabilmente vittima della grande piaga post-2000 — l’ironia —, allora possiamo godercelo e funziona molto bene, sia nei momenti più avventurosi che in quelli più tristi. La parte più fastidiosa è che a volte il registro comico, quello che funziona peggio, sembra messo là giusto per fare ancora più male e fidatevi se vi dico che di momenti di questo tipo ce ne saranno parecchi. C’è un certo feticismo del dolore — sottolineato da una colonna sonora che fa di tutto per aumentare il pathos — che mi ha ricordato l’incipit di Up della Pixar.

Non ho ben capito se gli autori si siano resi conto di ciò che hanno fatto, perché alla fine il risultato sembra molto meno intenzionale di quanto mi aspettassi. Forse l’intento era prendere in giro la space opera, ma si sono ritrovati in mano un prodotto che la celebra.

Final Space, insomma, è una di quelle serie che viaggia nella terra di mezzo di Netflix, fatta di prodotti per i quali non pagheresti l’abbonamento mensile, ma che si lasciano guardare volentieri e in cui puoi trovare almeno un elemento di interesse. Non è il nuovo Rick and Morty — né, come ha spiegato Rogers stesso, pretende di esserlo — e non sarà mai un fenomeno trash dal successo inspiegabile come la Casa di carta; ma — soprattutto per chi ha un debole le storie spaziali — è una buona compagnia con cui passare un paio di insopportabili notti d’agosto.

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