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Perché il trasferimento nell'ex area Expo potrebbe distruggere l'Università di Milano

Abbiamo parlato con chi protesta da mesi contro la costruzione di un campus semi-privato fuori dal centro della città.

di Stefano Santangelo
15 dicembre 2017, 10:54am

Immagine via Facebook/Salviamo città studi

Città Studi è un quartiere storico della città di Milano, situato nella zona nord-est, tra i quartieri di Porta Venezia e Lambrate. Venne inaugurato ufficialmente nel 1927, dopo quasi quindici anni di lavori, per ospitare le sedi del celebre Politecnico, fondato nel 1863, e della neonata Università degli Studi di Milano, la Statale, fondata nel 1924 nell’edificio di via Saldini 50, proprio in Città Studi, dove ora ha sede la facoltà di Matematica.

Il 30 novembre 2015, in seguito al fallimento delle aste sui terreni che avevano ospitato Expo (necessarie per far rientrare il buco di bilancio) viene proposto lo spostamento delle facoltà scientifiche della Statale, che hanno sede in Città Studi, sui luoghi dell’area Expo. Il 15 ottobre dello stesso anno Matteo Renzi, allora premier, aveva proposto l’istituzione sull’area di un centro di ricerca, Human Technopole – finanziato in parte dallo Stato, ma soprattutto da multinazionali.

La proposta del trasferimento dell’Università viene sbandierata nelle sedi istituzionali, ma non altrettanto tra gli studenti che frequentano Città Studi, che in gran parte ne sono pressoché all’oscuro. In ogni caso, in questi anni seguiti alla proposta si è formato un fronte eterogeneo di protesta, composto da studenti, docenti, ricercatori, lavoratori universitari, residenti e commercianti del quartiere. Una protesta che dopo due anni continua e riprende forza, perché questo dicembre la Statale dovrà prendere una decisione vincolante in merito al trasferimento, sia in consiglio di amministrazione sia in senato accademico.

Per capire la situazione e i motivi della protesta contro il trasferimento ho parlato con due studenti della Statale: Camilo Miguel Teillier Villagran, studente di Medicina, e Simone Beghé, studente di Agraria (facoltà che ha sede in Città Studi). Entrambi fanno parte di Studenti Indipendenti Milano, una realtà politica studentesca "che vuole lottare per il miglioramento concreto della condizione di studente" e proporre un radicale cambiamento dell’idea vigente di università, e che si sta occupando della questione del trasferimento di Città Studi.
(Studenti Indipendenti ha realizzato un dossier sul trasferimento nel quale si possono trovare molti dei dati citati nell’intervista.)

Motherboard: parliamo della situazione di Città Studi e di cosa comporterebbe il trasferimento. Quali sono le criticità oggettive, legate agli spazi e alla didattica, che sono alla base della vostra protesta?

Camilo: Intanto un po' di numeri: a Città Studi ci sono 250mila mq di spazio per circa 20.000 persone, tra studenti e una piccola parte di lavoratori. 12,8 mq a testa. Dopo il trasferimento avremmo un’area molto inferiore, meno di 6 mq a persona.
Simone: Contando anche le superfici non calpestabili, cioè i muri e i caloriferi, lo spazio a studente è ancora meno. I polli biologici, per essere certificati come tali, devono avere 4 mq di spazio esterno calpestabile a capo.

Parliamo del futuro di Città Studi. Cosa ne dovrebbe essere di questi 250mila mq svuotati?
Camilo: In questo momento il Comune sostiene che si manterrà la vocazione studentesca di Città Studi, ovvero che verrà mantenuto più o meno uguale il numero degli studenti nonostante il trasferimento. Si dice che il Politecnico possa in qualche modo allargarsi su quegli spazi per sopperire. Peccato che il Politecnico abbia espresso il suo interesse per una minima parte. Gli edifici storici posseduti dal Demanio, invece, verrebbero usati per uffici e strutture interne che non c’entrano nulla con l’Università.

E con queste prospettive cosa potrebbe comportare il trasferimento per il quartiere? Nel caso in cui la zona perdesse la vocazione universitaria, ci sono prospettive di gentrificazione — cosa di cui si parla a volte a proposito di Lambrate, quartiere limitrofo? Camilo: Città Studi in passato ha subito una grossa guerra alla movida, per cui c'è già una polarizzazione dei luoghi di relazione. Quindi, rispetto alla gentrificazione, io vedo un'evoluzione diversa: sarà semplicemente la morte del quartiere. In più, se c’è una grossa presenza di studenti in affitto, il quartiere è frequentato anche da studenti pendolari, vista la vicinanza dello scalo ferroviario di Lambrate. Il trasferimento a Rho cambierebbe anche la centralità del nodo ferroviario; poi c'è la questione dei piccoli commercianti che vivono grazie agli studenti, che col trasferimento verrebbero sicuramente danneggiati. Simone: che poi secondo me il tema della gentrifricazione di Lambrate è inesistente. Stiamo parlando di un quartiere che non ha servizi, non ha niente, ha semplicemente un'università vicina. Quello che c'è, è riqualificazione. Se vai in settimana nel centro di Lambrate non c'è niente... Alla fine mi sembra più una comunità viva che è riuscita a spostare investimenti, il contrario della gentrificazione. Probabilmente è uno degli esempi migliori di quartiere che funziona a Milano.


E se in questi “cinque” anni un immobile cadrà a pezzi, ovviamente non si metteranno a ristrutturarlo.
Camilo: Se passa la proposta di trasferimento, assolutamente no. Tra l'altro una delle scuse per trasferirsi è dire che a Città Studi ci sono edifici fatiscenti. Chimica è messa male, è vero – ma è perché fino ad oggi non sono stati mai portati a termine gli interventi di messa in sicurezza. E non è che noi universitari dobbiamo pagare l'inefficienza altrui. Tra l’altro vorrebbero rivendere l’edificio di Informatica, in via Celoria, attualmente ancora in fase di costruzione, che sarà completata nei prossimi 1 o 2 anni… per poi rivenderlo subito.

Non abbiamo parlato di chi porta avanti la protesta. La facoltà di Informatica ha espresso un parere contrario, insieme alla facoltà di Matematica . Ma per quanto riguarda studenti e residenti? Camilo: c'è una delegazione composta da noi, che siamo Studenti Indipendenti Statale, e da ILight, un collettivo universitario nato poco prima della proposta di trasferimento con l'obiettivo di proporre soluzioni per la riqualificazione di Città Studi, e che si è trovato poi a operare sulla questione del trasferimento. Poi c’è un comitato di cittadini che affrontano soprattutto la questione del legame dell'Università col quartiere. La presenza di studenti è un indotto economico, ma anche sociale. Simone: Diciamo che l’Università è l'unico indotto del quartiere.

Parliamo dunque del progetto del campus nell’ex area Expo. L’area dovrebbe includere lo Human Technopole, una nuova sede dell’ospedale Galeazzi, e il campus universitario. Il 28 novembre è stato presentato il nuovo masterplan dell’investitore australiano LandLease , che investirà 1,4 miliardi di euro e avrà in concessione il terreno per 99 anni…
Camilo: Sì, e il nuovo masterplan è praticamente uguale a quello precedente. Riguarda l'area di Expo, non parla di Città Studi. Prevede la costruzione di un campus lontano dalla città, un’idea che andava di moda a fine anni novanta. Ma il terreno dedicato al campus, 150mila mq, sarebbe di molto inferiore rispetto alla sede attuale di Città Studi. Sono stati stanziati parecchi milioni di euro da parte dello Stato per la produzione dello studio di fattibilità, sotto l’allora premier Renzi. Inizialmente la gestione del polo di ricerca veniva data al’IIT [Istituto Italiano di Tecnologia], fondazione pubblica ma di diritto privato. Che come Expo, insomma, può scialaquare i soldi per interessi privati e riceverli dallo Stato.
Simone: L'architetto è giapponese, Kengo Kuma, e il primo studio di fattibilità l'hanno fatto a Boston. Non sono mai uscite altro che delle slide. Si son rubati un mucchio di soldi...

Ora invece, dopo proteste da parte del CNR (Consiglio Nazionale di Ricerca) e dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità), la gestione dello Human Technopole è affidata anche al CNR, all’ISS, al MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca) e al MEF (Ministero dell’Economia e Finanza).
Simone: Comunque guardiamoci un video che spiega il progetto per l’area, è bellissimo.

Fantastico.
Camilo: Guardalo, con le macchine che volano. Una cosa stupenda.
Simone: Che poi si parla del "parco lineare più grande d'Europa", perché, tu conosci qualche "parco lineare" in Europa? Sarà un viale alberato tra due tangenziali, e su un terreno contaminato dalla vecchia raffineria.

Ma per quanto riguarda i costi?

Camilo: Per quanto riguarda il trasferimento dell’Università, i costi previsti sono stati divisi in tre parti uguali, per un totale di 390 milioni. Per la prima parte è previsto un indebitamento della Statale di 130 milioni, un debito da ammortizzare negli anni – notare che così la Statale raggiunge il 10% di indebitamento rispetto a quello che è la sua produzione: per legge, un'università non si può indebitare più del 15%, il che significa che stiamo sul filo del rasoio. Oltre a questi 130 milioni ce ne saranno altri 130 che dovrebbero essere ricavati dalla rivendita degli edifici, e altri 130 messi dallo Stato.

Costi
previsti , che quindi potrebbero anche rivelarsi di più, come è successo per i preventivi di Expo... in questi casi potrebbero essere gli studenti a dover pagare i soldi che mancano, con le proprie tasse?
Camilo: probabilmente sì. Anche perché in questo momento non è che l'Università abbia grande liquidità... Di certo possiamo dire che non è un periodo roseo per i finanziamenti universitari, ed è una cagata indebitarsi così tanto. La cosa grave però è che in questo momento la Statale deve trovare qualcuno che compri gli edifici di Città Studi, e li compri al valore di stima previsto, 130 milioni. Non è detto che ci si riesca. Tra l’altro una valutazione definitiva degli immobili non è mai stata fatta.

Ma in tutto questo non sembra ci siano grandi motivi a favore del trasferimento. Perché la Statale dovrebbe indebitarsi e mettere a rischio la sua didattica?

Camilo: Tutto è dovuto alla costruzione dello Human Technopole, il cui scopo dichiarato è riempire il buco di bilancio di Expo. La vendita dei terreni era compresa nella previsione di chiusura in positivo del bilancio, per tappare il buco.Il polo di ricerca è finanziato per 1,7 miliardi dallo Stato, e per 7 miliardi da privati. Questo significa che il CdA è composto in massima parte da privati.

E tra l’altro, secondo le parole del commissario del dopo-Expo
Gianni Confalonieri , “tutti sanno che il progetto Human Technopole non sta in piedi senza il campus”. Il campus è quindi fortemente voluto dai privati.
Simone: Sì, probabilmente i progetti di ricerca sarebbero tutti decisi dai privati, che metterebbero i soldi su quello che gli serve. Non è per forza sbagliato, è quello che fa il Politecnico con la sua partnership con Eni…
Camilo: Il punto è che l’università non sarebbe più al centro del tessuto urbano. In più, la sudditanza rispetto ai finanziamenti privati significherebbe che le facoltà di scienze teoriche, come Matematica e Fisica, rischierebbero di chiudere. Così accettiamo che sia il mercato a determinare i saperi, e non i nuovi saperi a determinare il mercato. Il fatto che le multinazionali non abbiano interesse nella matematica teorica non significa che non si debba più investirci.

Ma in tutto questo, possibile che l’Università, il Rettore, qualcuno non abbia pensato a un piano più conveniente per il futuro della Statale?

Camilo: C’è da dire che ad oggi l’amministrazione Vago non ha presentato nessuno studio sui costi della ristrutturazione del complesso di Città Studi, e nemmeno sulle possibilità di allargamento di quest’ultimo. C’è una caserma abbandonata in via Rubattino, ad esempio, per non parlare degli scali ferroviari abbandonati. Significa evidentemente che non c’è stata la volontà politica di farlo.