L'improbabile storia degli Squallor, il gruppo più osceno d'Italia

Cosa succede se fai suonare insieme alcuni dei migliori produttori e autori italiani? Decine di dischi pieni di deliri musicali e brillante umorismo da osteria.

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29 aprile 2019, 10:47am

Durante i funerali c’erano due bare. E noi stavamo a piangere tutti su una bara. E io mi sono accorto che c’era un altro nome allora ho chiesto al prete: "Chi è il cadavere?" Lui dice: "Antonio…" Non ricordo il cognome. Così ho detto: “Ragazzi, stiamo a piangere uno che non conosciamo, cambiamo bara”. [...] Daniele era spiritoso, gli piaceva se ridevamo, non se piangevamo.

Alfredo Cerruti sulla morte di Daniele Pace, dal documentario The Squallor.

“Questo amante così infedele che è il successo”. La citazione è di Mara Maionchi, la quale sicuramente (ahimè) se ne intende. Quanti farebbero carte false per questo amante? Quanti venderebbero l’anima al diavolo pur di abbracciarlo? Diciamolo, quasi tutti, soprattutto nella musica leggera italiana. Ma a volte, invece, il successo è solo un gioco e arrivarci è un vero e proprio scherzo, anzi un atto di nichilismo per cui non ha importanza cosa si fa; solo fare, sbattendosene del risultato, è un modo per indirizzare le energie verso la fortuna indiscussa e la gloria eterna. L’esempio principe di questa teoria è quello degli Squallor, uno dei gruppi più osceni, anarchici e scorretti di tutta la storia della musica italiana.

Come abbiano fatto a vendere tutti i dischi che hanno venduto e a diventare un vero e proprio caso nazionale è un mistero, soprattutto vista la proposta incompromissoria, allucinata, letteralmente “repellente”. Sì, ok, l’ago della bilancia quando si parla di loro pende generalmente sempre dalla parte del discorso comico, degli sketch, del divertimento fine a se stesso che era appunto la cifra della band, certo: ma gli Squallor erano di più. Erano ferocemente grotteschi, rappresentavano lo schifo della nostra penisola che mangiavano e ricacavano nelle loro “pièce”, e tra i denti rimaneva qualche osso e qualche frammento di cranio.

Quella degli Squallor era una vera e propria poetica dello spiazzamento, era avanguardia per il popolo: che i fruitori delle loro cose fossero rimasti allo status di Cro-Magnon o che fossero intellettuali in cerca di uno sfogo che gli allentasse le bretelle, gli Squallor piacevano a tutti e tutti li temevano, come i giornaletti zozzi alle elementari. A questo proposito lascio qui la mia testimonianza: ho scoperto gli Squallor in prima media, tramite una cassetta registrata da un mio compagno di scuola che ci stava in fissa. Sapeva tutti i testi a memoria, soprattutto quelli del mitico disco Pompa dall'eloquente quanto pleonastica copertina che ritrae un paio di labbra femminili accanto a una pistola da gasolio che secerne uno “strano tipo di benzina”. I nostri erano all’avanguardia anche nelle grafiche grazie ai geniali art director, tra i quali Luciano Tallarini, che trasformavano doppi sensi da bordello in opere d’arte vere e proprie: basti pensare alla folgorante copertina di Cappelle, con una donna androgina che morde la cappella di un fungo, senza ombra di dubbio un’Amanita Muscaria dalle riconosciute facoltà allucinogene.

All’epoca, però, le copertine dei loro dischi non le vedevo, se non di sfuggita nei negozi: solo un anno fa mi sono deciso a comprare Scoraggiando in vinile, nonostante conoscessi a menadito gran parte della loro produzione. Perché? Perché gli Squallor smascheravano il giochetto del disco come mero prodotto di consumo: nessuno si sarebbe sognato di comprare un vinile pieno di parolacce e di cazzeggi, con pezzi che spesso erano degli aborti musicali voluti. E, ripensandoci, questo ci spingeva a considerare tutti i dischi una truffa (e in parte era vero, pensate a quanti riempitivi negli LP con un unico singolo di successo).

Per la nostra generazione gli Squallor erano gli antesignani della “musica gratis” della prima epoca del peer to peer su internet. Uno comprava il disco, settecento altre persone se lo copiavano in cassetta fino a consumarla, e la popolarità arrivava dal passaparola. Il successo commerciale degli Squallor, nonostante i numeri di tutto rispetto, è stato sicuramente inferiore a quello che realmente rappresentava. A loro questo non importava, anzi, essere un reparto guastatori all’interno del sistema era il loro obiettivo. Se gli Squallor avessero venduto quello che davvero meritavano, l’industria avrebbe avuto un fatturato da capogiro. Il fatto che fossero senza volto, quindi immateriali, li proiettava automaticamente nel gotha del mito: una specie di Residents della musica leggera italiana, dei quali avevano lo stesso spirito iconoclasta ma, ancora di più, lo stesso slancio plagiarista, la stessa forza di decostruzione dei materiali musicali: riuscivano ad andare dal flamenco al synthpop, dalla disco al rock, alla ballata, al country, alla pura provocazione dadaista come i famosissimi intermezzi di Confucio. La loro era una vera e propria musica concreta leggera, assemblare materiali ascoltabili fino a farli diventare inascoltabili.

Fu grazie a loro che mi misi a improvvisare canzoni sopra a basi preesistenti registrate dalla radio, imparando a divertirmi suonando: praticamente gli Squallor ci hanno preso per mano con il punk e portato a fare hip hop. Iniziando nel 1971, gli Squallor sono stati senza dubbio i padri di tutto il filone del rock demenziale italiano, aprendo le porte della musica all'ironia intelligente. Il collegamento tra quei due mondi era quello naturale delle radio libere. Pur essendo l'unico metodo di diffusione di quello che non sarebbe mai stato accettato in Rai, gli Squallor ebbero il coraggio di dedicargli "Radio Cappelle", in cui fondamentalmente si prende per il culo lo stesso concetto di radio libera, ma allo stesso tempo si sdogana alle masse il movimento Fuori!, ovviamente canzonandolo. A proposito delle lotte LGBTQ, in molte canzoni gli Squallor descrivono il rapporto sessuale gay come qualcosa di sfizioso, anche quando ci vanno pesanti con l'ironia. E, infatti (mi autocito) “pare che siano fra i più apprezzati nel mondo omo giacché ci si sganascia dal ridere a differenza di molti altri act simili, anche di oggi, che anche involontariamente risultano soltanto offensivi. Soprattutto se si tratta di comici 'progressisti di sinistra', diciamolo”.

La loro acida ironia non risparmia nessuno, ma colpisce veramente, e in modo cattivo, solo chi fa della repressione la sua bandiera: "Revival", in Scoraggiando, deride il neofascismo; la geniale "Famiglia Cristiana" che, in questi tempi di convegni sulla “famiglia tradizionale”, sa ancora demolire il concetto descrivendo un rapporto di convenienza e potere tra un padre ricco sfondato e mafioso e il figlio violento e senza cuore. Da qui nacque una vera e propria saga, quella del grottesco Pierpaolo, che altri non era che Cerruti con la voce deformata da un pitch che manco l’Aphex Twin di "Funny Little Man". Oppure la geniale "Unisex", in cui sulla base di "Fiesta!" di Raffaella Carrà si narra di un prete che va a fare incularella nei cinema, prendendosela con l’ipocrisia dei cattolici.

Proprio in un documentario sugli Squallor, la Maionchi pronuncia la frase che citavo all'inizio parlando dell’indefesso lavoro di produttore e scrittore di Giancarlo Bigazzi, uno dei più grandi autori italiani che non ha bisogno di troppe presentazioni (è merito suo il successo di Umberto Tozzi, di Raf, di Marco Masini e chi più ne ha più ne metta). E che c’entra un personaggio così importante e “serio” della musica italiana con gli Squallor? Beh, era uno di loro: è ormai una questione conosciuta ai più, ma ancora oggi stupisce l’idea che lui ed altri grandissimi autori e produttori come Totò Savio, Daniele Pace e Alfredo Cerruti, autori e compositori che da soli facevano gran parte del fatturato della CGD, una delle più grandi case discografiche di allora con a capo l’ex “casco d’oro” Caterina Caselli, si ritrovassero in maniera carbonara a registrare dei dischi assurdi, completamente alieni rispetto alla realtà di allora e privi di alcun senso finanche del pudore, spostando il metro del limite della decenza sempre più avanti, come se la loro missione fosse quella di far crollare il perbenismo a forza di pernacchie.

La prima cosa che irridevano era il loro stesso lavoro, a volte massacrandolo volontariamente in quanto prodotto commerciale da calpestare, come in una performance di noise giapponese in cui si bruciano i propri dischi (a volte deturpavano addirittura i loro stessi successi scritti per altri). Le mitiche session degli Squallor avvenivano di notte, in maniera quasi carbonara (quasi perché ad assistere alle session non era raro che ci fosse gente come Marcella Bella, Red Canzian dei Pooh che addirittura presterà alla band i suoi rutti, Loredana Bertè e via dicendo) lontani dai riflettori e dai doveri e dal bon ton della discografia ufficiale. Attaccavano improvvisando tutte le parti vocali, con Alfredo Cerruti, il grande discografico, direttore artistico di CBS, CGD e Ricordi nonché compagno storico di Mina, nei panni di un Caronte dell’assurdo, in una situazione in cui si consumavano volutamente fiumi di whisky per trovare una chiave alterata volta a disinibire l’immaginazione, o forse proprio a inibirla e tirare fuori roba completamente priva di nesso, sull’orlo del delirio onirico e dell’oblio assoluto.

La cosa importante negli Squallor era che ai deliri a ruota libera si affiancavano delle grandissime canzoni melodiche in napoletano, opera del grande autore Totò Savio (ricordate "Cuore matto"?), una specie di “neomelodico demenziale” che poi verrà ripreso da Tony Tammaro e da Gianfranco Marziano, come in campo più mainstream da Checco Zalone. E poi c’era Daniele Pace: il ”poeta di strada”, il Serge Gainsbourg della band, tutto charme e voce suadente, anzi La Voce degli Squallor. I suoi testi conto terzi sono entrati nella storia della musica italiana: roba come "Sono bugiarda" o "E la luna bussò", oppure i meravigliosi quadretti di dissenso dei testi di Radius per il suo Carta Straccia, come "Celebrai" o "Nel Ghetto". Un fuoriclasse che tra l’altro vinse un Grammy per "Love Me Tonight", interpretata da Tom Jones. Insieme ai suoi compagni di merende Savio e Bigazzi, fu l’artefice di quello che forse è il singolo di maggior successo degli Squallor, ovvero "Bla bla bla", una satira delle canzoni francesi che in Europa fece faville interpretato dalla cantante belga Ann Christy.

Ma nel 1985 questo successo di massa tornò inaspettatamente: l’uscita di Tocca l’albicocca, un disco meno “triviale“ degli altri, vide gli Squallor finalmente trasmessi dalle radio ufficiali e sparati quindi in classifica. Il singolo di traino era una mina che derideva le operazioni “umanitarie” come USA for Africa, nel quale il trio Pace, Savio e Bigazzi dava il massimo ipotizzando gli stessi aiuti delle star americane nel sud Italia, smascherando il razzismo implicito in queste manifestazioni in cui l’occidente opulento si puliva la coscienza regalando al terzo mondo le briciole. "USA for Italy" è uno dei più grandi brani di sempre in cui la satira si fa esistenzialismo: il gruppo sembra in formissima e in ascesa, forse l’industria musicale italica è a un bivio. E invece, un giovedì di ottobre 1985, Daniele Pace muore per arresto cardiaco a soli 50 anni (l'aveva sempre detto che sarebbe morto di giovedì). La morte di Pace ebbe chiaramente un impatto terrificante sulla band. Il gruppo di amici si vede privato di un elemento fondamentale, quasi come succede con il Perozzi in Amici Miei di Monicelli. Cerruti, in quel momento, con le lacrime agli occhi, dice con perfetto humor nero ai suoi compagni: “Siamo rimasti in tre, come i Police”. Insomma, il miglior omaggio al loro amico è continuare la goliardia incidendo un nuovo album. Il titolo è Manzo ed esce l'anno successivo, un disco difficile che è anche uno spartiacque nella carriera della band.

Se è vero che l'assenza di una persona può essere più sentita della presenza, allora Manzo è in tutto e per tutto un disco di Daniele Pace, fatto del vuoto che lascia. È un album in cui i tre amici rimasti fanno come marcia indietro rispetto al precedente exploit commerciale: le basi strizzano sì l’occhio all'ascoltatore, ma i deliri di Cerruti sono più incomprensibili che mai e i pezzi risultano a loro modo ostici. Ogni brano comprende un intermezzo, marchio di fabbrica degli ultimi Squallor, un bollettino navale delirante che spesso si spezza in risate compulsive prima della sua conclusione. La copertina, un toro antropomorfo con tanto di bazooka glandiforme, è una parodia di Rambo, all'epoca bersaglio di innumerevoli plagi e parodie. Il contenuto è particolarmente vario, per quanto sofferente. Vediamolo nel dettaglio.

squallor manzo
La copertina di Manzo.

"Manzo", la title track, si apre con un campione di mucca e un intro fatto con l'imitazione di un Ivan Drago in trip, per svilupparsi in una storia di guerra, impotenza sessuale e droghe da reggimento, chiaramente a ruota libera con doppi carpiati linguistici. A livello musicale e sonoro "Manzo" porta alle estreme conseguenze la midizzazione orchestrale proto-vapor già espressa in Tocca l’albicocca ma la contamina con strumenti veri: in questa prima traccia si dipinge un quadretto country sintetico-sinfonico che sarebbe stato bene in una puntata agreste di Goldrake.

La successiva "Incubo" è un brano totalmente giocato sui campionatori come Fairlight e Emulator, quasi una colonna sonora horror/fantasy che narra di una cattiva digestione di una cena a base di pollo, ma poi verso il finale c'è una ripresa soprattutto a livello sessuale. Non manca anche un chiaro richiamo al Simonetti di Phenomena, film che l’anno prima era andato forte.

"Pierpandi il Guru" presenta un’aria algoritmico-mariachi per l’ennesimo capitolo della saga di Pierpaolo, una presa in giro del fricchettonismo peloso dei figli di papà: “Vostro figlio che fa? Il guru. Sì, fa il guru”.

Poi arriva il picco del disco, "La Tranviata". Un omogeneizzato di opera lirica vera e propria in cui si narra di una tizia che va in farmacia per trovare una pozione atta a risvegliare la virilità del suo amato: irresistibile brano dai ricami armonico melodici davvero clamorosi, è anche vero che sembra perculare gli esperimenti tipo quelli di Bennato su "Sono solo canzonette". Qui, prima di chiunque altro, gli Squallor sdoganano le male parole anche in campo lirico.

"'E a murì Carmela (La storia d’Amore e di Recchia)" è il momento di Totò Savio. Una solida pop song partenopea da karaoke contro una lei fedifraga e non proprio simpatica augurandole la morte, ma soprattutto giurando che se lei non gliela dà si rifarà col suo amante, così all’epilogo si consuma una storia omosessuale. L’andazzo ricorda la musicalità di Pino Daniele, con un solo di armonica sintetica pregevolissimo e alcuni delay sulla voce che straniscono il tutto in una sorta di canone “invertito”, più che inverso.

"Nouvelle Couisine" presenta un’orchestrazione alla Aznavour, languida e melodica. Cerruti sragiona di un arruolato nella regione straniera che giunge a Lampedusa per pranzare in un ristorante “risotto alla forfora e prostata al forno” con situazioni surreali alla Magical Mystery Tour, tipo capitoni che chiedono il menu per pranzare e ovviamente frecciatine sulla situazione politica (i missili su Lampedusa sono citati chiaramente), col gran finale non proprio patriottico: “siamo italiani, ma l’anima di chi t’è muort!”

"Demiculis" è chiaramente uno sfottò a De Michelis, il noto politico socialista famoso per le sue sortite in discoteca. Su una base balcanica à la "Zorba il greco", praticamente è tutto un insulto al ministro (gli puzzano i piedi, con l’ascella uccide i suoi colleghi). Un siparietto cabarettistico in un mare di casualità totale, ma il meglio deve ancora venire.

"Kaptain of the Katz" è uno dei picchi: con l’intro in cui si esclama “un leggero venticello soffia!” (probabilmente Cerruti aveva appena scorreggiato in studio), il brano vede una base elettronica italo disco micidiale, ma probabilmente è anche una parodia di "Captain of her heart" dei Double all’epoca in voga. Cerruti interpreta il capitano che incontra Colombo e gli chiede "Ha scoperto la fica? No, l’America! Bene”. E poi a ruota libera, imita uno skit radiofonico fino all’amara conclusione: “In Italia siamo tutti alla deriva”. Evidentemente certi "capitani del cazzo" anche all’epoca erano un problema.

La conclusione, dulcis in fundo, è affidata a Totò Savio. "O' Camionista" è un brano epico-romantico (chiaramente alla maniera degli Squallor) dedicato alla dura vita dei camionisti, affezionati fan della band (gli autogrill erano il posto in cui i nostri vendevano di più, d’altronde). Poesia di strada per un brano dal sapore funkettone che sarebbe stato bene in un disco di Enzo Avitabile.

In sostanza Manzo è uno spaccato degli anni del secondo boom economico: velleitari, superficiali, alla deriva proprio come negli intermezzi/avvisi ai naviganti (“mare Adriatico fermo. Per manutenzione”), dal sapore sonoro volutamente da videocassetta porno, come anche in dischi come Palle dove usavano gli archi sintetizzati in modo marcissimo. Dall’altro lato, è una descrizione perfetta dello stato mentale della band, anche loro (dopo la morte di Pace) indecisi sulla direzione da prendere e concentrati più sull’azione che sul contenuto, con un'aura di malinconia che ricorda quella presente in Craccracriccrecr dei loro figliocci Elio e le Storie Tese dopo la scomparsa di Feiez.

Coadiuvati da Maurizio Monti (autore per Patty Pravo e Perigeo) e Marco Marati (produttore pop/italo per gente come Nadia Cassini, Spagna e Donna Laser), gli Squallor chiudono un’era, quella del primo governo Craxi. Riapriranno i battenti con un nuovo album nel 1988, quel Cielo duro che riporta i nostri in zona classifica, trainati anche dagli sketch di "Volante 1" e "Volante 2" presentati a Indietro Tutta, una presa per il culo colossale degli sbirri, ma soprattutto da quel capolavoro che è “Mi ha rovinato il 68”.

C'è il tempo di un ultimo album nel 1994, giusto per sfottere il nuovo che avanza con Cambiamento, e la vena è esaurita. Totò Savio non è neanche in grado di cantare, a causa di un intervento alle corde vocali dovuto ad un tumore: nonostante quest’ennesimo accanimento del destino gli Squallor non si arrendono e al suo posto canta Gigi Sabani (ospitate di questo tipo non erano nuove, basti ricordare Gianni Boncompagni). Resta però l’ultima stoccata al potere: Cambiamento è infatti l’unica copertina senza riferimenti osè, perché sequestrata dalla censura. La versione originale vedeva infatti un ritratto di Umberto Bossi con due coglioncini al posto del mento.

Questo articolo è dedicato alla memoria di Daniele Pace.

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