Diletta Bellotti Caporalato lotte braccianti
Tutte le foto per gentile concessione diFabrizio Fanelli

Questa ventenne sta cercando di combattere il Caporalato grazie a Instagram

Diletta Bellotti ha 24 anni e gira le piazze d'Italia per dare voce ai braccianti "invisibili".
05 agosto 2019, 10:07am

Aggiornamento 21 maggio 2020: in occasione dello sciopero generale dei braccianti - mobilitazione nata a causa dell'esclusione di migliaia di migranti dal provvedimento di regolarizzazioni del Governo -, abbiamo aggiornato questo pezzo del 2019, aggiungendo informazioni sulla lotta di Diletta Bellotti e sull'evoluzione dei suoi studi in merito.

"Del Caporalato non si sa un cazzo. Ecco perché ho deciso di farne il centro della mia protesta"

1500 morti in sei anni. 400.000 persone impiegate nella raccolta agroalimentare, per la maggior parte migranti senza permesso. 100.000 braccianti costretti a vivere in baraccopoli fatiscenti. Il 50% dei lavoratori che accusano gravi problemi di salute. Sono questi i numeri impressionanti del Caporalato in Italia. La macchia nera del nostro paese di cui poco si conosce e per cui troppo spesso giriamo la testa. Qualcosa che si avvicina pericolosamente alla schiavitù e schianta, invece, le barriere dei diritti umani sotto gli occhi dei turisti che vanno a pucciare i piedi nel mare del sud Italia. E dei nostri che, ignari, continuiamo ad alimentarli acquistando blister di pomodori al supermercato. Sulla base di questi numeri, che comprendono morti violente, di fatica e condizioni di vita estreme e nomadi, abbiamo deciso che fosse giusto parlarne ancora, come lo scorso anno. E per farlo abbiamo sentito Diletta Bellotti, una ragazza di 24 anni che ha vissuto in una baraccopoli pugliese e girato le piazze d'Italia per dare voce agli invisibili.

Ho conosciuto Diletta in modo fortuito: mi è comparsa su Instagram, sulla storia di un tizio che seguivo per altri motivi (ridere davanti a meme stupidi). Così ho aperto il suo profilo, e mi sono trovato davanti un mondo di lotte al Caporalato. Diletta ha i capelli corti, la pelle bruna e un carattere esuberante, positivo. Può sembrare una delle tante ragazze simpatiche con cui fare due chiacchiere a Trastevere, al San Calisto, il bar più famoso di Roma. Invece ha deciso di spendere tutte le sue energie a cercare di sensibilizzare sul Caporalato in Italia, attraverso performance e social.

Diletta Bellotti lotta caporalato

Tutte le foto per gentile concessione di Fabrizio Fanelli

Ci sediamo sui gradini di una fontana, con una Peroni in mano, svaccati come se ci conoscessimo da un po', invece che stare facendo un'intervista serissima sulle condizioni dei braccianti nei campi di pomodori pugliesi.

"Prima di tutto, prima di iniziare le proteste (che l'hanno portata tra le altre nelle piazze di Venezia, Milano, Napoli, Roma, ndr), mi sono sentita in dovere di capire il fenomeno del Caporalato alla radice." Così si è messa in contatto con una persona che avrebbe potuta aiutarla ed è andata a vivere per un mese nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, a mezz'ora di autobus da Foggia. Andando contro i rischi concreti che una cosa del genere avrebbe comportato. "Sono partita mettendo in conto che sarebbe successo qualcosa di brutto, ma sono andata lo stesso, ero carica," mi dice. "Per non dare nell'occhio ed evitare domande sul perché una ragazzina bianca vivesse in una baraccopoli di braccianti, ho parlato stentatamente l'italiano. Non si sono fatti troppe domande. Sono partita questo Giugno e sono rimasta quasi un mese", continua Diletta, "anche se negli ultimi giorni sono stata costretta a fare avanti e indietro." Non è andata nei campi, dormiva nel retrobottega di un alimentari e viveva insieme a loro, guadagnando pochi spiccioli girando sigarette a dieci centesimi l'una. "Non sono potuta andare nei campi perché era troppo rischioso. Considera che un paio di mesi prima che arrivassi, lì hanno sparato a un bracciante che tornava in bici." Borgo Mezzanone è uno dei punti focali dove il fenomeno del Caporalato si snoda. Le condizioni della baraccopoli sono tristemente dure, così come il fattore ghettizzazione. Che ha portato a un incendio in cui sono morti due migranti in aprile e a diverse manifestazioni. E recentemente anche a uno sgombero parziale.

"Ho vissuto con loro e ho iniziato a capire cosa provavano, tornando stremati dalla giornata di lavoro. E nonostante questo era molto bello vedere quanto fosse forte la comunità e quanto fossero uniti." A Borgo Mezzanone ci abita una comunità subsahariana. E ogni micro gruppo etnico ha un rappresentante. Da quanto mi ha spiegato Diletta, i caporali africani sono molto meno violenti di altri gruppi: "gli africani hanno una loro comunità e restano qui, sono più consolidati. Uomini o donne che invece vengono da paesi come la Polonia (come spiegato bene in questo libro), sono molto più inclini alla violenza perché per loro è un'occupazione di breve periodo. Quindi massimizzano il lavoro senza curarsi dell'aspetto della comunità. Dopo venti giorni ho cominciato ad avere un po' paura, sentivo che la mafia locale poteva aver intercettato la mia presenza scomoda".

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L'hashtag che Diletta scrive quando fa una performance.

Chiedo a Diletta perché ha iniziato questo progetto: "Ho fatto la magistrale a Bruxelles in 'Diritti Umani e Migrazione Internazionale. Al momento della tesi ho pensato a cosa volessi essere e la risposta è stata: un'attivista. Mio padre è barese, quindi passo da sempre le vacanze in Puglia. Un giorno leggendo sulla gazzetta locale della morte per fatica di una delle tante braccianti che raccolgono i pomodori in Puglia, non ho potuto fare a meno di guardare quei campi vicino casa con altri occhi. Così ho cominciato a informarmi sulla questione del Caporalato e ho deciso che il mio attivismo si sarebbe concentrato su quello."

La sua tesi va avanti, si costruisce pezzo dopo pezzo. Diletta si legge tutto quello che c'è sul Caporalato, sente figure di spicco della lotta come Yvan Sagnet e si rende conto di una cosa: le informazioni a disposizione sono pochissime.

"Del Caporalato non si sa un cazzo. Ecco perché ho deciso di farne il centro della mia protesta", mi dice Diletta. Così ne parla ai suoi professori, esperti di sociologia e comunicazione politica e studiano un modo per far passare il messaggio nella maniera migliore possibile. E la maniera migliore era che lo facesse da sola. Facendo leva non sull'odio o sul disturbo della piazza, ma sul disgusto. "L'idea è di usare la mia persona - una ragazza giovanissima - e unirla a dei simboli molto semplici. Il pomodoro è una cultura sacra in Italia, qualcosa che tutti amano. Io uso il pomodoro come metafora del sangue per sovvertirne il significato e generare disgusto per portare le persone a riflettere." Si inginocchia in una piazza, magari coperta da una bandiera italiana e comincia a mordere con aria truce dei pomodori da cui cola sangue finto. L'hashtag della sua campagna è, giustamente, #pomodorirossosangue.

I migranti arrivano in Italia e qui trovano dei loro connazionali diventati Caporali: in sostanza sono i capi che controllano tutto, dagli spostamenti campo-baracche alle assunzioni, gestendo gli stipendi e facendo spesso uso della violenza.

Ma, come ha detto Diletta, del Caporalato non si sa quasi nulla, se non qualche casino troppo grosso da poter tenere alla larga dei media. Tipo quando nel 2018 sono morti sedici braccianti nel foggiano in meno di 48 ore. Ci siamo scandalizzati per un paio di giorni e poi tutto come prima. Come numeri, portata e modalità, il fenomeno del Caporalato può tranquillamente essere paragonato alla più moderna forma di sfruttamento con rimandi alla schiavitù. Non possiamo chiamarla propriamente schiavitù perché un salario viene percepito, seppur di circa dodici euro al giorno, per 13 ore di lavoro. Ma gli estremi ci sono tutti: dalla fatica, ai morti ammazzati senza ragione fino ad arrivare alle baracche in cui questi braccianti, per il 90% migranti, vivono in condizioni disumane.

I pomodori sono il metro di riferimento del Caporalato, perché è in questa stagione estiva e con quella mole di lavoro che ci lasciano le penne la maggior parte dei braccianti. Importante è capire che la cosa va intesa stagionalmente: come ha giustamente fatto notare il Guardian, i flussi migratori sono liberi a seconda della raccolta di quella stagione. Dalla Puglia si passa al Veneto per raccogliere l'uva, in Sicilia per le patate e in Calabria d'inverno per le arance, ultimo caso eclatante di morti nei campi e arresti. I migranti che arrivano in Italia, da fantasmi quali sono, senza documenti e si infilano nella spirale più comoda per chi è nella condizione di invisibile: un lavoro in mezzo a campi sperduti, in cui i controlli sono pochi e le scelte anche meno. Qui trovano dei loro connazionali che sono diventati Caporali: in sostanza sono i capi che controllano tutto, dagli spostamenti campo-baracche alle assunzioni, gestendo gli stipendi e facendo spesso uso della violenza. Anche sessuale, in caso di donne.

"La cosa più sbagliata da fare, è quella di criminalizzare i caporali. Sono solo parte di un sistema più ampio che parte dalle aziende e dalla grande distribuzione"

Uno dei modi a cui ha pensato Diletta per far passare il messaggio è stato quello di tenere un diario della propria esperienza su Instagram e sul suo blog. "Generalmente mi hanno accettata e piano piano hanno iniziato anche a confidarsi", mi dice. "C'è stato solo un momento in cui ho avuto davvero paura. Un ragazzo, che sono abbastanza sicura essere un caporale, cercava di capire chi fossi in maniera molto aggressiva. In quel momento gli ho raccontato tutto: perché ero lì, il fatto che stavo iniziando la mia lotta per far sentire la loro voce. Subito dopo mi ha chiesto sinceramente scusa e mi ha detto che da quel momento ero una di loro." Quando parliamo di caporali viene spontaneo pensare che il male parta da loro, ma secondo l'esperienza di Diletta e i suoi studi non è così. "Il caporale è semplicemente qualcuno più furbo ed esperto degli altri. Ma non si può generalizzare, ci sono diversi tipi di caporali." A spiegarli in un'infografica dettagliata ci ha pensato l'Espresso, fornendo numeri del fenomeno Caporalato e le diverse tipologie di caporali, che vanno dal caporale lavoratore (che si occupa di gestire le squadre di lavoro e spesso lavora con loro) al caporale mafioso (che è palesemente colluso con la mafia locale e quella del caporale è solo una delle tante cose che fa. Un'altra è, per esempio, il traffico di esseri umani).

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"La cosa più sbagliata da fare, secondo me," continua Diletta, "è quella di criminalizzare i caporali. Sono solo parte di un sistema più ampio che parte dalle aziende e dalla grande distribuzione. Devi vedere i caporali come dei braccianti di un livello maggiore. Come si può criminalizzare la marginalità degli individui? Non puoi, devi farlo con il sistema. Quella dei caporali si chiama "violenza strutturale", è qualcosa di cui parla anche Martin Luther King. In pratica ti ritrovi costretto a fare violenze, intrappolato in un sistema da cui non puoi tirarti indietro."

Quando dico che comprare un blister di pomodorini al supermercato è come puntare alla testa di un bracciante la pistola, voglio dire che dietro a un sistema da tre miliardi di euro si nascondono delle agromafie che rispondono a una domanda più ampia di aziende e catene di supermercati perfettamente legali. Nel caso dei pomodori e dell'agricoltura parliamo di aste trasparenti che giocano al ribasso anche due volte a discapito della base della piramide. Alimentando così sfruttamento, paura e mettendo le basi per un sistema di schiavitù.

La lotta che sta facendo Diletta si basa sul concetto puro e semplice di mainstream: attraverso una performance che la vede coperta da una bandiera italiana sporca di sangue finto che esce dai pomodori, vuole fare arrivare a quante più persone possibili il messaggio della lotta dei braccianti. "Il mio scopo non è quello di far cambiare idea al consumatore. La gente non è pronta a cambiare idea radicalmente sulle proprie abitudini alimentari e non tutti possono permettersi prodotti etici. Il vero scopo è dare visibilità alle lotte dei braccianti, di cui ancora troppo poco si parla e si sa. Dare voce agli invisibili, nel nome di pratiche di lavoro corrette e umane."

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Durante le sue proteste si sporca con sangue finto e pomodori spappolati.

Oggi, secondo uno degli ultimi rapporti ufficiali - una ricerca del British Medical Journal firmata dall'Ong medica "CUAMM, Medici con l'Africa" - le morti che si possono calcolare sono più di 1.500 in soli sei anni. Una delle ultime è stata quella di Sacko Soumayla, in Calabria, abbattuto con una fucilata, probabilmente perché membro attivo di un sindacato in favore dei diritti dei braccianti.

Tra qualche giorno Diletta andrà a vivere in Etiopia*, per lavorare con una delegazione internazionale e perché sentiva la necessità di capire come vivono i migranti prima di partire verso il nostro paese. "Starò almeno sei mesi. Quando tornerò spero di andare a Bruxelles e prendere il mio piccolo spazio tra i tavoli di potere per cercare di cambiare le cose. Ho preso contatto con il partito dei Verdi e stiamo pensando a un progetto per stanziare più soldi alla lotta contro il caporalato."

*[Come raccontato in questo pezzo, Diletta nel 2020 ha poi effettivamente fatto uno stage con l'Unione Europea in Etiopia, dove ha analizzato i flussi migratori, mi ha spiegato meglio da dove arriva generalmente la forza lavoro]

A qualcuno Diletta sembrerà la solita ragazzina privilegiata che sente il dovere di fare qualcosa per i meno fortunati, ma parlare di un problema sociale e politico come quello del caporalato in modo diverso, da attivista su Instagram, può davvero far cambiare la prospettiva. O almeno noi, con lei, lo speriamo.

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Il post è stato rivisto in data 21/05/2020.

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