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Italia

Oltraggio morale sproporzionato: perché la bestemmia in Italia viene ancora punita?

Dal 1999 la bestemmia è solo un illecito amministrativo, ma la blasfemia è ancora un argomento delicatissimo.

di Matteo Pascoletti
30 ottobre 2018, 9:59am

Foto di prof.bizzarro via Flickr (CC BY 2.0).

Accade ciclicamente che un calciatore o un allenatore bestemmino durante una partita—l’ultimo caso è il centrocampista dell’Udinese Rolando Mandragora. Altre volte il sacrilegio è commesso dai concorrenti di un reality, magari nella stessa edizione, o da conduttrici che non sapevano di essere in onda. Ne seguono squalifiche, processi mediatici, scuse contrite, talvolta beatificazioni mosconiane, talvolta multe salate per le emittenti televisive.

Eppure in Italia dal 1999 la bestemmia è depenalizzata e diventa illecito amministrativo: prevede una multa fino a 309 euro e riguarda solo la bestemmia alle divinità (ci spiace, devoti della Madonna di Medjugorje o di Padre Pio). Ma non di sole bestemmie vive la blasfemia, che concerne anche il reato di vilipendio alla religione, ancora previsto dal nostro codice penale. È disciplinato infatti dagli articoli 403 (offesa a una religione mediante vilipendio di persone), 404 (offesa mediante danneggiamento di cose, come ad esempio statue votive) e 405 (turbamento della funzione religiosa). Quindi bestemmiare Padre Pio è ok, sfregiare una sua statua no.

Nel trattare la blasfemia il diritto tutela qualcosa di molto arbitrario e soggettivo, ovvero il "sentimento religioso". Ma le sanzioni possono essere sociali, e avere un impatto nella vita politica, nei rapporti quotidiani. Ad esempio nella mia città, Perugia, in occasione del Pride 2017 scoppiò una polemica per il manifesto che promuoveva l’evento, dedicato quell’anno al tema della laicità. Il manifesto raffigurava una drag queen vestita da suora, e tanto bastò perché al consiglio comunale arrivasse la richiesta di togliere il patrocinio. Addirittura su Facebook il consigliere regionale Michele Squarta tuonò contro quell’immagine della "Madonna, offensiva verso chi crede," mostrando zelo religioso ma scarsa capacità di distinguere tra una suora, una vergine Maria e una drag queen. L’esito del polverone, manco a dirlo, fu la sospensione del patrocinio del Comune, sospensione estesa anche all’edizione 2018.

Simili reprimende sono possibili perché, per una parte consistente di popolazione, la laicità è qualcosa in difetto nei riguardi della morale religiosa. Una specie di stortura dello spirito che va corretta. Per questo ho parlato con due esponenti del pensiero ateo, che nel loro lavoro si scontrano quotidianamente con la morale religiosa—in particolare quella cattolica—e convivono con pressioni o censure ogniqualvolta si avvicinano al sacro, o con la creatività degli apparati amministrativi e giuridici.

Adele Orioli è consulente legale UAAR (l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), per cui supervisiona lo sportello Sos Laicità. Probabilmente avete visto qualche manifesto dell'UAAR affisso nella vostra città, a meno che la municipale non abbia deciso che non era il caso di turbarvi. O peggio, come successo a Papozze (provincia di Rovigo) nel 2009, quando i manifesti della campagna "La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno" furono sequestrati. Manlio Papozzi, socio UAAR e promotore locale dell’iniziativa, andò a processo proprio in base agli articoli 403 e 404 del codice penale e fu prosciolto tre anni dopo. Mentre Massimo Albertin, che nello UAAR fa parte del collegio dei probiviri e ha portato avanti la causa contro i crocifissi nelle scuole fino alla Corte di Strasburgo, ha ricevuto minacce anonime e decorazioni a tema religioso sulle mura di casa.

ateobus uaar
Fotomontaggio via Wikimedia Commons. Un autobus delle linee pubbliche genovesi come sarebbe apparso se la campagna fosse stata accettata dalla concessionaria di pubblicità IGP Decaux.

Per Adele Orioli, sul piano giuridico noi scontiamo la derivazione delle attuali leggi dal Codice Rocco, e quindi la relativa ratio di uno Stato fascista che si è messo al servizio della Chiesa Cattolica per esserne "braccio punitivo". "Nel precedente codice, il codice Zanardelli di fine '800," spiega Orioli, "non c’era la tutela della divinità in quanto tale, anche perché è un’entità dall’incerta esistenza che fino a prova contraria non ha mai dato mandato ad alcun procuratore o legale per tutelare la sua onorabilità. La bestemmia era perseguita non perché offendeva la divinità, ma perché offendeva la persona del credente. Quindi era il credente che doveva dimostrare non solo che fosse avvenuta la bestemmia, ma che questa avesse offeso il suo particolare sentimento."

Anche il discorso sulla depenalizzazione della bestemmia va preso con le dovute precauzioni, specie sui social. Aprire una pagina blasfema o promuovere la blasfemia attivamente potrebbe avere conseguenze ben più gravi delle segnalazioni degli utenti o del mettere mano al portafogli: "secondo un’acclarata dottrina, bestemmiare sui social, grazie al tastino ‘condividi’, può integrare il reato di cui al 415 cp che è istigazione a violare le leggi."

Benché la Corte Costituzionale abbia esteso nel 1995 i reati di blasfemia anche alle altre confessioni, spezzando un certo qual monopolio del sacro in favore della Chiesa Cattolica, per Orioli questa sentenza appare come una storica sconfitta. Un’occasione persa per superare dei diritti tutelati anche senza tirare in ballo la normativizzazione del trascendente. Anche magari rispetto a comportamenti in cui sono attaccate minoranze religiose nel quadro della propaganda politica, come per il recente caso della testa di maiale in una sede islamica nel Reggiano: "Nei paesi laici e civili, determinati comportamenti non hanno bisogno di una legge specifica. Se vieni a tirarmi le teste sanguinanti di maiale davanti a casa, pure se io mangio carne di maiale, compi comunque un reato. E abbiamo già una legislazione, che è la Legge Mancino, sui reati d’odio, che prevede aggravanti per tutti quei reati commessi in funzione dell’appartenenza etnica, del sesso, dell’orientamento sessuale e della religione."

L’altra persona che ho sentito è Daniele Fabbri. Stand-up comedian e autore, in coppia con Stefano Antonucci ha trattato la satira religiosa in fumetti come V for Vangelo (Shockdom) e il recente Il timido anticristo (Feltrinelli Comics). Quest’ultimo, tratto dall’omonimo spettacolo di Fabbri, racconta la sua diseducazione religiosa, dall’Azione cattolica all’ateismo.

Proprio in questi giorni, e sempre nella mia città, Fabbri e Antonucci si sono visti togliere all'ultimo il teatro che avrebbe dovuto ospitare presentazione del libro e annesso spettacolo di stand-up. La direttrice del teatro comunale, nonché cattolica praticante, ha scoperto in ritardo che "Il timido anticristo" non si riferiva a un satanista introverso.

"Il mio tormentone da comico è la bestemmia," mi annuncia Fabbri per sgombrare il campo da ogni ambiguità. Crescendo di popolarità questo suo marchio di fabbrica ha iniziato a dargli dei problemi, e quello del teatro di Perugia non è certo un episodio a sé nella sua carriera. "A volte ho ricevuto sottili minacce prima dell’inizio dello spettacolo. Una volta prima di salire sul palco mi hanno detto, 'Se sentiamo bestemmie interrompiamo lo spettacolo'," racconta Fabbri. "Io ho risposto, 'Provateci a interrompermi mentre sto sul palco con un microfono'."

Il bisogno di tutelare il "sentimento religioso" e la scarsa conoscenza dei contenuti degli autori ingaggiati possono anche produrre situazioni assurde. "Una volta un’associazione mi ha ospitato per lo spettacolo, ma hanno organizzato la serata in un locale che stava in un palazzo di proprietà del comune. Quando hanno iniziato a far girare i comunicati stampa dello spettacolo, Il timido anticristo, è stato imposto loro di cancellare tutte le pubblicità, e di cancellare pure sui profili social il luogo dello spettacolo."

Proprio Il Timido anticristo, nella sua versione cartacea, presenta alcune pagine con il classico nero censura a coprire bestemmie o scene a rischio denuncia. In questo caso, come spiegato anche nella nota finale dell’opera, si tratta di una scelta mediata tra autori e editore: "Abbiamo preferito che alcuni punti di questo fumetto venissero oscurati, piuttosto che modificati. [...] Da cittadini, riteniamo che in Italia la blasfemia sia vissuta come un oltraggio morale sproporzionato e, da autori satirici, troviamo tutto ciò molto ridicolo."

timido anticristo
Una delle pagine interne con il "nero censura".

"Facendo questo lavoro so bene come funziona il potere," spiega Fabbri. "Un senatore leghista che magari impugna questo libro, lo utilizza per scatenare una protesta contro l’editore, ma lo fa perché gli serve un’arma. Nel momento in cui loro cercano il casus belli io non devo prestare il fianco, devo essere inattaccabile dal punto di vista legale, in modo che loro possano attaccarmi solo utilizzando la prevaricazione."

L’Italia insomma non sembra proprio un paese per atei. Testimonianze a parte, se prendiamo il report 2017 del Pew Research Center il nostro paese figura tra quelli che, pur non avendo una religione di Stato, ne favoriscono una in particolare—indovinate quale—con "benefici legali, finanziari o di altro tipo." A giudicare dalle frequenti uscite di personaggi di spicco dell’attuale arco parlamentare, come il Ministro Lorenzo Fontana o il Gruppo Vita, Famiglia e Libertà, lo scenario più probabile è di un serrato e continuo attacco al principio della laicità dello Stato. E naturalmente la legislazione sulla blasfemia rappresenta un’arma in più da schierare sui fronti di guerra.

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