Essere vegano mi rendeva davvero una brutta persona

Insomma, sono giunto alla conclusione che essere vegano mi peggiora tremendamente la vita.
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Essere vegani è un casino: comporta una serie di rinunce e stress protratti nel tempo. Sia chiaro: io vorrei riuscirci. Vorrei farlo in nome del mio amore per gli animali e perché sono convinto che i cibi di origine animale non facciano bene: appesantiscono la digestione e inquinano il corpo.

Sono vegetariano da una decina d'anni, non mangio carne e pesce: nell'essere semplicemente vegetariano non trovo che la qualità della mia vita ne risenta, anzi. Ma, tutte le volte che ho provato a fare il grande passo, lanciandomi in un'alimentazione strettamente vegetale, sono sempre tornato indietro.

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Non ne vado orgoglioso, ma ho accumulato alcune ragioni che, almeno per il momento, rendono ai miei occhi lo stile di vita vegan eccessivo, spigoloso, alla lunga abbrutente. Mi sono convinto, essenzialmente, che il cibo non possa essere un'ossessione.

LA RINUNCIA DEI SENSI

Conosco le alternative che il mercato veggie e veg offre e no, non sono la stessa cosa. In qualche caso fanno proprio schifo.

Innanzitutto diventare vegani significa dimenticarsi di tutta una serie di piatti e alimenti. Alcuni di questi possono essere cibi a cui sei legato profondamente e da una vita. Ad esempio, io sin da piccolo ho una passione smodata per i latticini. Non tutti - e comunque so che non fanno benissimo quindi cerco di limitarli drasticamente - ma, per dire, la mozzarella sulla pizza o nella lasagna, la burrata e la stracciatella, la pastiera napoletana o la crema al mascarpone sul pandoro sono qualcosa a cui, alla lunga, non posso proprio fare a meno.

E il tofu, la mozzarella di riso e gli altri "formaggi" vegetali"? Conosco le alternative che il mercato veggie e veg offre e no, non sono la stessa cosa. In qualche caso fanno proprio schifo. Per molte persone - e per certi versi io mi metto tra queste - il cibo è anche esperienza emotiva e bellezza. È ricordo, nostalgia, cura, conforto. Attiva modalità esperienziali analoghe alla lettura di un bel romanzo o di un film che ci piace. E tutti questi surrogati vegetali spesso a me non dicono granché. Qualche volta mi divertono, ok, appagano la mia curiosità e la mia voglia di fare l'alternativo, ma si fermano lì. È vero che poi dall'altra parte ci sono gli animali e i loro diritti: per questo io mi blocco davanti a un aut aut irrisolvibile. Non c'è via d'uscita. La vita è contraddittoria.

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CONTROLLA TUTTO, CONTROLLA DI PIÙ

C'è una tensione di fondo: quella data dal bisogno di controllare sempre e minuziosamente cos'hai nel piatto.

Il lato dark della medaglia vegan, almeno per quella che è stata la mia esperienza, è soprattutto lo stress da controllo. Magari non sarà per tutti così ma, nei periodi in cui ho provato ad essere vegano (periodi durati anche molti mesi consecutivi), io mi accorgevo a un certo punto di sentire una specie di nota di sottofondo. Una nota stonata, di tensione, ansia, inadeguatezza. Una tensione che è quella data dal bisogno di controllare sempre e minuziosamente cos'hai nel piatto (e spesso chiedere non basta: la gente non sa e a volte mente), nel passare ore al supermercato decifrando e confrontando gli ingredienti sulle etichette, nell'impiegarci davvero troppo per arrivare a decidere in che ristorante andare. Spesso la scelta vegan viene "venduta" da tutta una certa comunicazione contemporanea come parte di un progetto di vita dedicato al benessere e all'equilibrio: non è così. Io mi sentivo sotto pressione e spesso frustrato. Il cibo non può diventare il centro ossessivo della nostra vita: se prestargli attenzione è sano, dedicargliene troppa è potenzialmente patologico (oggi si parla di "ortoressia", ovvero di disturbi alimentari basati sull'idea di mangiare bene, sano o in modo etico).

UNA QUESTIONE DI TEMPO E SOLDI

Il tempo serve anche solo per fare la spesa e per progettare pasti

Per essere vegani servono soldi e tempo. Serve il tempo, ad esempio, da dedicare alla cucina, per variare un po' un'alimentazione che altrimenti si riduce sempre a seitan e burger di soia. Ma il tempo serve, più in generale, anche già solo per fare la spesa e per progettare pasti che, inevitabilmente, sono controllati e molto meno spontanei di prima. Quante pause pranzo ho trascorso correndo da un bar all'altro in cerca di qualcosa che andasse oltre all'avvilente panino con verdure grigliate! Inoltre essere vegani costa. Molti vi diranno che no, che non è vero, ci si può preparare tutto in casa. È falso. Oggi, nel 2017, vivendo e lavorando in città, tra impegni, appuntamenti e scadenze, devi, necessariamente devi, usufruire dei supermercati bio e dei ristoranti vegani. E le cifre che ti trovi davanti non sono per niente abbordabili. Per non parlare poi dell'abbigliamento cruelty free: vestiti e scarpe vegan sono spesso molto brutti e costosissimi. Minori sono le risorse di tempo e di soldi e più la scelta vegan è in grado letteralmente di fagocitare la tua vita.

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RELAZIONI PERICOLOSE

Si complica anche la vita con tua nonna, con la quale passi un'ora al telefono preventivamente, cercando di farle capire cosa mangi e cosa no, per poi ritrovarti nel piatto qualche intruso proibito.

Ovviamente poi da vegano la vita sociale ti si complica alla grande. Devi giustificarti in continuazione con tutti e le tue scelte iniziano a condizionare anche la vita di chi ti sta intorno. Si complica la vita col fidanzato, che vorrebbe una pizza al volo e tu inizi a fare storie; si complica la vita con tua madre, che a pranzo non sa cosa prepararti; si complica la vita con tua nonna, con la quale passi un'ora al telefono preventivamente, cercando di farle capire cosa mangi e cosa no, per poi ritrovarti nel piatto qualche intruso proibito. Il sistema ti gioca contro e tu vivi da elemento alieno che si ostinata ad avanzare controcorrente: se questo può essere romantico all'inizio, o quando si è teenager, col passare del tempo diventa piuttosto sterile e logorante. Ti trovi, di fatto, a dover complicare qualcosa che per gli altri tendenzialmente è facile veloce, divertente e in questo modo la scelta vegan finisce più che altro col produrre distanza e addirittura fratture tra le persone. Mi è capitato di recente di assistere a un incontro con una nota divulgatrice dello stile di vita vegan, la quale ha simpaticamente raccontato di un aperitivo finito in tragedia perché non era riuscita ad ottenere dal locale ciò che desiderava (mi pare un tè al posto del cocktail). Prima ha litigato col personale e con i suoi amici e poi è tornata a casa (in lacrime), seppur fiera del suo essere rimasta fedele alla causa.

Insomma, sono giunto alla conclusione che essere vegano mi peggiora la vita, mi rende un essere umano decisamente meno flessibile e accogliente: mi fa diventare il tipo di persona che coltiva una battaglia tutta ideale producendo però, nel frattempo, disagi e persino sofferenza in me e intorno a me. Anche perché, in tutto ciò, bisogna tenere conto anche della frustrazione che deriva dal provare (a fatica) a reggere uno stile di vita così complicato notando poi di fatto che le cose non cambiano. Perché, per quanto sia bello sperare in un futuro migliore, mentre noi, dopo due ore di preparazione casalinga, mettiamo il formaggio di riso sulla pizza (che già da solo costa come una Margherita normale), litigando col fidanzato a cui il formaggio di riso fa schifo, le scene degli allevamenti intensivi ci passano sotto gli occhi comunque. E la mia sensazione ahimè è che a dolore abbiamo aggiunto dolore.