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Avete rotto il ca**o - Un pacato commento sulla crisi istituzionale post-elezioni

A due mesi dal voto i partiti non sono riusciti a mettersi d’accordo. Intanto, il ‘governo neutrale’ proposto dal presidente nasce già morto.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
8.5.18
Grab via YouTube.

Verso la metà pomeriggio di ieri, quando era ormai chiaro che anche il quinto giro di consultazioni al Quirinale sarebbe finito in un altro nulla di fatto, ho immaginato un’entrata in scena di Mattarella piuttosto drammatica. Ho immaginato, cioè, qualcosa del genere: il presidente della Repubblica che saetta dalla porta in legno massiccio urtando i corazzieri, grida qualcosa come “fate il cazzo che volete, basta che non mi rompete più i coglioni,” strappa il microfono e lo scaraventa per terra.

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Non è finita così, d’accordo. Eppure, politicamente non ci siamo andati troppo lontano.

Ma proviamo a procedere per gradi. Nei giorni scorsi, come avevamo raccontato qui su VICE, Matteo Renzi è riuscito a compattare quello che resta del PD intorno alla sua figura di non-più-segretario-che-però-decide-ancora-tutto, sprangando definitivamente la porta alla discussione con i Cinque Stelle. Luigi Di Maio, in tutta risposta, se l’era presa con “l’ego smisurato” dell’ex rottamatore e detto che bisognava tornare a votare al più presto, cioè il 24 giugno (una data tecnicamente impossibile).

Durante il weekend, tuttavia, il “capo politico” del M5S sembrava aver fatto un passo di lato. Rivolgendosi a Salvini, Di Maio aveva detto: “Scegliamo insieme un Presidente del Consiglio terzo, purchè sia una personalità in grado di connettersi con le esigenze del Paese” e di realizzare tre misure: “reddito di cittadinanza, via la Legge Fornero, una seria legge anticorruzione.” La risposta a questa “apertura” è arrivata la mattina del 7 maggio, quando Matteo Salvini—di fianco a Giorgia Meloni e ad un Berlusconi quasi imbalsamato—ha chiesto che gli venisse affidato l’incarico per cercare una maggioranza in Parlamento, senza proporre alcuna garanzia in merito.

Il non detto, però, è stato decisamente più importante. Ossia: il centrodestra rimane unito, nessuna rottura con Berlusconi, e quindi nessun accordo con il M5S. Alla fine, l’unica cosa su cui Salvini e Di Maio—che sulle rispettive pagine Facebook hanno già apparecchiato la prossima campagna elettorale—hanno concordato è la data delle prossime elezioni: l’8 luglio 2018, in piena estate, una cosa mai successa prima nella storia repubblicana.

È in quell’esatto momento che mi sono scorsi davanti questi ultimi due mesi sotto forma di retroscena sul “governo dei populisti” (dato ormai per imminente), di “veti incrociati,” di “forni” che si aprivano e chiudevano in continuazione, e di altre formule astruse impiegate dalle forze politiche per dissimulare il fatto che non c’è mai stato veramente spazio per un accordo politico.

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Un simile scenario era ben chiaro a Sergio Mattarella, e lo era sin dal 5 marzo. Non a caso, in questi 64 giorni di stallo il presidente della Repubblica ha dato tempo ai partiti per trattare, ha provato a mediare, ha chiesto più e più volte responsabilità in vista degli impegni internazionali ed europei, e alla fine ha dovuto constatare l’ovvio: nell’attuale sistema tripolare, se due parti su tre non si mettono d’accordo è un tantino difficile far partire il tanto decantato “governo del cambiamento” o la “Terza Repubblica dei cittadini.”

A questo punto, al capo dello Stato non è rimasta che una carta da giocarsi—quella del cosidetto “governo del presidente,” o governo di “garanzia,” di “tregua,” di “tutti” e persino di “nessuno,” secondo le varie definizioni che si sono affastellate nelle ultime 48 ore. L’ipotesi, appunto, già circolava da tempo (curiosità: Massimo D’Alema è stato il primo a parlarne, addirittura a gennaio); ieri è diventata realtà.

Mattarella, al termine dell’ultimo giro di consultazioni, ha spiegato che il governo Gentiloni “ha esaurito la sua funzione e non può ulteriormente essere prorogato.” Visto che “non si può attendere oltre,” è “doveroso dar vita a un nuovo governo” che sia “neutrale rispetto alle forze politiche.”

Il presidente ha poi tratteggiato le linee guida di questo governo “di servizio”: 1) dimettersi non appena i partiti si accordano per un governo politico; 2) arrivare fino a dicembre, approvare la manovra finanziaria e levare le tende; 3) se sfiduciato immediatamente, portare il paese alle urne in estate (più precisamente il 22 luglio) o in autunno.

A quest’ultimo proposito—un governo “elettorale,” che nella storia italiana ha cinque precedenti—Mattarella non ha mai nascosto la sua contrarietà a tornare al voto in una situazione che presenta grossi rischi economici e finanziari (su tutti l’aumento dell’Iva). A ben vedere, dunque, si tratta dell’ennesimo richiamo ai partiti, nonché dell’ultimo tentativo di innescare un dialogo per trovare uno sbocco a questa inedita crisi istituzionale.

Si tratta anche di una mossa estrema, perché fatta con la consapevolezza che questo esecutivo potrebbe non avere mai la fiducia. Dopotutto, un “governo del presidente” è a tutti gli effetti un governo tecnico—e sappiamo che, specialmente per partiti come Lega e Cinque Stelle, il governo tecnico è il Male Assoluto da abbattere a ogni costo.

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E infatti, indovinate un po’? Il governo “neutrale” è praticamente nato morto. A qualche minuto di distanza dall’annuncio, in rapida successione, sono arrivate le reazioni di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Luigi Di Maio e anche Alessandro Di Battista, che ha subito consegnato la patente di “traditore della Patria” a chi osasse dare la fiducia ad un governo di cui ancora non si conoscono gli esponenti.

Non riporto nemmeno le dichiarazioni per intero, perché tanto sono fatte con lo stampino. Nel senso che tutti sono concordi nello sfiduciare a prescindere questo governo, tutti si sono messi a cannoneggiare con le solite frasi (si parla pure di "colpo di Stato mascherato"), e tutti sono già protesi verso una “nuova,” appassionante campagna—sempre che quella precedente si fosse interrotta, beninteso.

Ora, le dinamiche parlamentari possono sempre riservare delle sorprese; e i colpi di scena non sono certo finiti qui. Comunque vada, di sicuro siamo di fronte a un livello di irresponsabilità politica talmente elevato da essere soprendente persino per l’Italia.

Da mesi, le forze politiche—senza alcuna distinzione—dicono di conoscere meglio degli elettori la volontà degli elettori, proclamandosi la diretta emanazione di un popolo mitico, omogeneo e indistinto che brama un’altra tornata elettorale per esprimersi al meglio. E poco importa se, stando ai sondaggi, l’esito sarebbe pressoché uguale a quello consegnatoci dalle urne lo scorso 4 marzo.

D’altronde, nel vuoto spinto di idee e programmi—scarnificati a slogan funzionali solo alla condivisione istantanea e settaria—e soprattutto nell’incapacità cronica di rispettare le regole e riconoscersi in un terreno istituzionale comune, rimane solo un orizzonte: quello delle elezioni purificatrici, intese come rito collettivo di punizione ed espiazione. Rimane, pertanto, una pseudo-concezione della democrazia che fatalmente la fa slittare verso l’oclocrazia.

È del tutto evidente, insomma, che i partiti di questa “Terza Repubblica”— in primis Lega e M5S—sono ormai disposti a qualsiasi cosa, anche a far avvitare il sistema su se stesso pur di spacciarsi come gli unici “in connessione con le esigenze della popolazione.” Come giustamente hanno fatto notare altri, il problema non è stare senza un governo: è l’assenza totale di una politica vagamente degna di questo nome.

Prepariamoci, dunque, a rinnovate ondate di vittimismo (“è colpa di < inserire Nemico della Gente > se non governiamo!”), alla narrazione paranoide di un paese alle soglie della guerra civile, invaso da orde di immigrati e criminali, a parole d’ordine sempre più esasperate e incendiarie, alla scomparsa di temi reali e all’abdicazione di visioni progettuali del futuro.

Per finire: se penso che—molto probabilmente, a questo punto—non riusciremo mai a leggere i reportage di Alessandro Di Battista dall’America, tutto ciò diventa ancora più insopportabile.

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