Recensione: David Byrne - American Utopia

È apprezzabile il tentativo di mantenersi giovane collaborando con Daniel Lopatin e Sampha, ma a cosa serve se poi David Byrne continua a cantare come David Byrne?
Demented Burrocacao
Rome, Italy
15.3.18

Parlare di uno come David Byrne non è facile: è un personaggio che ha fatto la storia, e dopo che hai fatto la storia (soprattutto con i sempreverdi Talking Heads) difficile potersi ripetere. Lontani sono i tempi di Catherine Wheel, il primo bellissimo disco solista del nostro concepito come colonna sonora e a volte poco ricordato dalla critica, o di quel My Life in the Bush of Ghosts con Brian Eno che ancora oggi influenza un sacco di wannabe elettronici.

Eppure il nostro ci riprova sempre, ad ogni nuova uscita, a interpretare il suo tempo e ad entrare nell’attualità con tutte le sue forze (e come dimostra il suo popolarissimo libro Come funziona la musica ci riesce pure, a volte). In questo caso si affida, prevedibilmente, a nuovi collaboratori, ma anche a vecchi e collaudati amici. L’elenco è notevole, si passa da appunto Brian Eno e Joey Waronker a Patrick Dillett, Rodaidh McDonald, Sampha: resta anche lui contagiato (ahia) dalla scuffia accelerazionista e prende in scuderia Daniel Lopatin aka Oneohtrix Point Never, che fa giovane.

Ecco, il problema del disco è senza dubbio questo: ha bisogno, Byrne, di tutti questi collaboratori se poi canta come David Byrne? A livello di sonorità ci sono senza dubbio delle soluzioni interessanti per tutti i brani, con parti elettroniche fresche, oserei dire frizzanti (vedi “Here”) che in qualche modo stemperano le parti più tradizionali affidate alla chitarra “white funk” che a volte stuccano (ma in "Everybody’s Coming To My House" il solo è trattato e filtrato egregiamente), con repentini cambi di paletta e di scena che rivelano un’attenzione e una vitalità che da un settantenne che ha teoricamente già dato tutto non ti aspetteresti.

Ma il modo in cui Byrne interpreta le sue canzoni si trova in una confort zone che stona col resto: sarebbe bastato dimenticarsi di essere David Byrne per avere sicuramente una pietra miliare della sua discografia, abbandonando quegli stilemi che ahimè risultano datati, sappiamo già dove vuole arrivare mentre se sentiamo le basi è tutto il contrario. Insomma, è come se avesse un’automobile fiammante da corsa e desse gas col freno a mano inserito. Anche l'idea di vedere il disastro americano tramite il filtro dell’ottimismo a tutti i costi (per quanto ovviamente critico) risulta fuori rotta (distopia o utopia, sempre lì siamo… e poi st’utopia, dai, ce l'aveva già ampiamente raccontata Björk) ma non gliene facciamo una colpa, il Maestro è il Maestro.

American Utopia è un disco fatto col cuore, prezioso seppure imperfetto. Di questi tempi, in cui i “capolavori” sembrano fatti in serie, ben venga l’arzillo nonno Byrne a ricordarci chi siamo: esseri umani.

American Utopia è uscito il 9 marzo per Todomundo.

Ascolta American Utopia su Spotify:

TRACKLIST:
1. “I Dance Like This”
2. “Gasoline and Dirty Sheets”
3. “Every Day Is a Miracle”
4. “Dog’s Mind”
5. “This Is That”
6. “It’s Not Dark Up Here”
7. “Bullet”
8. “Doing the Right Thing”
9. “Everybody’s Coming to My House”
10. “Here”

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