Imporre la carta d'identità sui social è una cazzata—ma i politici non lo capiscono

Internet esiste da 50 anni e i politici ancora se la prendono a caso con l’anonimato online e i siti porno.
Riccardo Coluccini
Macerata, IT
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Statua in pieno facepalm, al Giardino delle Tuileries, Parigi. Immagine: foto di Alex E. Proimos, via Wikimedia Commons

Questa settimana internet ha compiuto 50 anni. Capiamoci bene: internet, non le pagine web che ci si poggiano sopra e che stiamo inesorabilmente perdendo, relegati nei giardini murati delle app social. E per festeggiare il suo compleanno, politici alle diverse estremità del globo hanno deciso di fargli l’ennesimo regalo di merda—confermando anche un certo feticismo per leggi scellerate contro i due spauracchi preferiti di chi non capisce nulla di digitale: l’anonimato e la sessualità.

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Il 29 ottobre del 1969 è stato trasmesso il primo messaggio della storia di internet tra due computer collegati alla rete ARPANET, sviluppata dall’ARPA del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il messaggio doveva essere “login” ma il sistema è crashato poco dopo e ci siamo ritrovati solamente con le lettere “lo” scritte nei libri di storia.

Internet—oltre ad essere un ammasso di ferraglia—è quell'idea per cui, collegando insieme una rete di computer distribuiti nel mondo, permette alle informazioni di muoversi, scambiarsi e contaminarsi liberamente, moltiplicando la conoscenza e i benefici per l'umanità. Non solo a scopi militari.

Ma nell’anno domini 2019 quell'idea è piuttosto sbiadita: un deputato italiano ha appena annunciato una nuova proposta di legge contro l'anonimato online per combattere l'odio in rete che sembra ignorare del tutto come funziona la rete e, contemporaneamente, in Australia, il governo vorrebbe adottare il riconoscimento facciale per accedere ai contenuti per adulti online. Tutto bene.

Una carta d’identità per controllarli tutti

Questa settimana, il deputato Luigi Marattin di Italia Viva—il partito appena fondato da Matteo Renzi, dopo la scissione con il PD—ha lanciato una raccolta firme sulla piattaforma del suo partito (l’equivalente di Rousseau per il M5S, sembrerebbe) per chiedere che venga reso obbligatorio l’utilizzo di un documento di identità per iscriversi ai social network—ovviamente possono firmare anche nomi di fantasia, come riporta Wired.

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L’obiettivo sarebbe quello di contrastare i “fake” online e ridurre i commenti d’odio. Purtroppo, però, sembra piuttosto una semplice manovra di propaganda fine a se stessa—e completamente scollegata dagli effettivi problemi che vuole risolvere.

Nel testo della raccolta firme si dà per scontato che account fake abbiano effettivamente influito profondamente e distorto referendum ed elezioni, eppure il dibattito sui reali effetti del fenomeno è ancora aperto; inoltre, il testo costruisce un confronto completamente fuorviante con l’anonimato garantito alle fonti in ambito giornalistico.

Numerosi esperti di tecnologia hanno subito sottolineato come si tratti non solo di un problema mal posto, ma che proprio non sussiste. Esistono già alcuni identificativi univoci per riconoscere chi c’è dietro un account. La Polizia Postale fa questo ogni giorno. Abbiamo l’indirizzo IP, ci sono i MAC address attribuiti ai nostri dispositivi, e anche i modem Wi-Fi pubblici registrano chi si connette.

Per non parlare poi dei pericoli nella definizione di odio online e i rischi di repressione per tutte quelle categorie a rischio che beneficiano dell’anonimato online, come chi ha subito violenze domestiche o chi appartiene a comunità LGBTQ+ in paesi in cui è illegale.

Ma prima ancora di dover scomodare aspetti tecnico-giuridici o riflessioni sui diritti inalienabili dell’uomo, pensiamo solamente a quello che avviene concretamente nelle nostre vite quotidiane. Non ci viene mai richiesto di esibire un documento d’identità quando entriamo in un negozio, quando saliamo su un autobus, quando entriamo in edicola, quando andiamo al cinema, quando stiamo tranquillamente bevendo una birra in piazza con gli amici. Se così non fosse, saremmo tutti pronti a scendere in piazza e ribellarci a quello che sarebbe a tutti gli effetti un controllo da regime autoritario.

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Il digitale è reale nel senso che non dobbiamo stare a inventarci nuove leggi ad hoc, dobbiamo applicare quelle che già ci sono—se necessario e proporzionale—, e dobbiamo smetterla di creare nuovi crimini che non esistono: la richiesta di carte di identità per iscriversi ai social è l’equivalente digitale del discorso sul decoro cittadino tanto caro alle destre autoritarie—e recentemente pare anche alle sinistre, purtroppo.

Pornobisogno politico

Il porno è sempre esistito online proprio perché è sempre esistito anche nelle nostre vite. Eppure, politici di ogni fazione hanno sempre cercato di “proteggere i nostri figli dai porno,” nascondendo le riviste e imponendo delle restrizioni di accesso sulla base dell’età.

Nella sfera digitale, ciclicamente, ci ritroviamo a discutere e difenderci dalle solite proposte di legge: richiedere una verifica dell’identità degli utenti che vogliono accedere ai siti porno. Questa può passare per la richiesta di fornire dati sulla carta di credito, oppure chiedendo di caricare dei documenti d’identità.

Il caso più recente si è verificato nel Regno Unito, dove il parlamento britannico aveva introdotto una legge che prevedeva una verifica dell’età a livello nazionale nel 2015. Dopo anni di ritardi e continui rinvii, a metà ottobre ha deciso di abbandonare la proposta perché infattibile da un punto di vista tecnico e, soprattutto, viste le numerose proteste degli attivisti per i diritti digitali, che osteggiavano la legge, definendola controproducente e pericolosa.

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La possibilità di collegare una vera identità ai contenuti visualizzati online ha messo in guardia gli attivisti e presenta un notevole rischio per i dati personali, poiché si creerebbero dei database con copie dei documenti di identità. Già in passato attacchi hacker hanno sottolineato i rischi in caso (meno raro di quel che pensiamo) di compromissione di questi siti. Inoltre, quel tipo di verifica è facilmente raggirabile da qualunque ragazzino abbastanza determinato..

Ignorando evidentemente il fallimento della legge inglese, in Australia hanno deciso di rincarare la dose di distopia e di proporre un sistema di riconoscimento facciale per verificare l’età di chi accede ai siti pornografici.

Il sistema poggerebbe sul già avviato Face Verification Service, il quale include foto di tutte le persone che hanno richiesto la cittadinanza in Australia. Il database doveva essere utilizzato solamente da alcune agenzie governative ma ora è in espansione.

Questa proposta rischia di normalizzare l’utilizzo del riconoscimento facciale in un momento in cui c’è un movimento internazionale che sta cercando in ogni modo di porre un freno all’adozione di questa tecnologia. Negli Stati Uniti diversi stati hanno introdotto leggi che vietano l’utilizzo del riconoscimento facciale a livello locale e a Hong Kong stiamo assistendo in presa diretta a cosa vuol dire combattere contro questa tecnologia. In parole povere, riconoscimento facciale non può essere considerato costituzionale in qualsiasi stato abbia la pretesa di definirsi democratico.

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Le soluzioni proposte per la lotta all’anonimato online e la guerra al porno hanno un denominatore comune che è facile comprendere leggendo il parere del CNIL, il garante per la privacy francese, sull’impiego del riconoscimento facciale all’ingresso di due scuole francesi, pubblicato il 29 ottobre.

Nel caso in esame, il CNIL dice che “gli obiettivi di sicurezza e fluidificazione degli ingressi in queste scuole superiori possono essere raggiunti con mezzi molto meno invasivi in termini di privacy e libertà individuali, come il controllo dei badge.”

Quando i politici cercano di risolvere problemi del mondo digitale ricorrono sempre a soluzioni sproporzionate, inutili, e controproducenti. Non ha senso imporre la carta d’identità a tutta la popolazione per iscriversi ai social. Non ha senso chiedere l’impiego del riconoscimento facciale per verificare l’età. Esistono già soluzioni meno invasive e altisonanti, alcune delle quali già applicate.

Sono tutte sbruffonate di chi non capisce quello di cui sta parlando e preferisce adottare soluzioni estreme per attirare l’attenzione della parte di elettorato meno a proprio agio con il digitale, e cedere a quelle vocine autoritarie che sente nella testa.

A 50 anni dalla nascita di internet, nei libri di storia ricorderemo solo questo: i politici non hanno ancora capito niente.