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Tutti i segreti di Real Talk

Bosca e Kuma ci hanno spiegato come funziona e com'è nato uno dei format YouTube più importanti della scena rap italiana, che ora sta per arrivare live al Carroponte di Milano.

di Simone Zagari
29 agosto 2019, 9:32am

Tutte le immagini compaiono per gentile concessione di Real Talk

Ormai è tutta scena; i social hanno rovinato l’industria; l’apparenza ed Instagram sono più importanti del talento; il rap non è più quello di una volta; eccetera, eccetera. Quante volte avete sentito sentito queste frasi? Negli ultimi anni sicuramente tante, troppe volte. Gli argomenti si sprecano, proprio come i dibattiti che ogni giorno tengono impegnate le dita della gente senza mai arrivare a una soluzione. Probabilmente la verità sta nel mezzo: oggi la realtà del rap è composta anche da follower, streaming e visualizzazioni e come tale va almeno analizzata. C’è chi, però, ha provato a mettere da parte tutto questo per una manciata di minuti, riportando il focus sul nocciolo della questione: le rime.

Real Talk è un format nato nel 2016 dalle menti di Bosca, produttore storico del rap italiano, e di Khaled, suo amico d’infanzia residente a Londra, a cui poi si è aggiunto Oliver aka Kuma nel ruolo di presentatore. Le regole del gioco sono tanto semplici quanto accattivanti: un rapper in studio, tre strumentali inedite da due minuti circa ciascuna e tre strofe inedite o riedite sputate nel microfono senza filtri; fine. Grazie al successo delle tre stagioni andate finora online, Real Talk è riuscito ad ampliare team, vedute e progetti sino ad organizzare un evento, “una grande festa”, che si terrà il 7 settembre al Carroponte di Milano.

Ci è sembrata quindi una buona occasione per incontrare Bosca e Kuma e metterli, per una volta, davanti ad un microfono. Abbiamo parlato di rap, delle loro vite e della loro collaborazione, e ovviamente ci siamo fatti raccontare passato, presente e futuro di Real Talk.

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Bosca e Kuma nello studio di Real Talk

Noisey: Ciao ragazzi, iniziamo con le presentazioni. Raccontateci un po’ del vostro background: chi siete, da dove venite, cosa fate…
Bosca: Io sono del ‘76 e a livello di studi ho fatto il liceo scientifico, poi ho iniziato l’università ma l’ho mollata presto perché ho iniziato a lavorare come programmatore, quindi un lavoro che non c’entrava nulla con la musica, che ho iniziato a coltivare da autodidatta. Verso i vent’anni ho cominciato a lavorare con Bassi (le mie prime tre produzioni uscite sono finite nel suo Foto di gruppo), prima in Sano Business e poi in Area Cronica, con i Sottotono e altri. Successivamente mi sono preso una pausa ma per tornare più tardi con Mr. Simpatia di Fibra e con Di vizi di forma virtù di Dargen; mi sono poi affiliato a Blocco Recordz e quando ne sono uscito ho prodotto i Fratelli Quintale. Infine ho fatto Down With Bassi, ed ora Real Talk.
Kuma: Io sono classe ‘90, mi sono diplomato al classico e la mia velleità primaria era quella di fare il ginecologo, visto che mia mamma è un’ostetrica. Mi sono però reso conto che il mio carattere e la mia indole non mi avrebbero supportato in un percorso di studi così lungo e complesso, quindi ho virato sulla fisioterapia, e ormai pratico questo lavoro da tre anni. Per me la musica è sempre stata un hobby. Io nasco come “fanboy”. Ho provato mezza volta nella mia vita a scrivere qualcosa e da giovane mi divertivo a fare freestyle con gli amici, ma poi ho trovato la mia dimensione come host di Real Talk.

In studio siete come lo yin e lo yang: la vostra collaborazione è perfetta. Come è nata?
Bosca: L’idea è venuta a Khaled, che è il mio migliore amico nonché socio di Real Talk, che sta a Londra. Guardando Down With Bassi mi ha proposto di fare un qualcosa in cui si vedesse la mia parte musicale, quella di produzione, e non solo qualcosa di attinente alla cultura. Avevo i contatti per lo studio, avevo i contatti di parecchi rapper, e abbiamo buttato giù il progetto. Nel frattempo gli avevo presentato Kuma, che era già mio amico, una sera in discoteca e Khaled è rimasto colpito dalla sua energia, dalla sua irruenza, tanto che quando è stato il momento di iniziare mi ha detto “ma quel ragazzo là perché non lo tiriamo dentro?”.
Kuma: E così è nato il duo. La collaborazione tra di noi è stata subito così naturale e fluida che sembrava avessimo fatto questa cosa qui per anni. Tra l’altro Bosca è stato uno dei primi a credere nelle mie abilità di entertainer: anni fa mi aveva chiamato a fare da presentatore a una serata… che non andò proprio perfettamente perché era la mia prima volta e insomma mi stavo un po’ cagando sotto, ma almeno è stata il primo passo in questa direzione.
Bosca: Avevi anche un po’ troppo alcol in corpo forse quella sera.
Kuma: Eh, vabbè, erano i primi vent’anni e la stazza mi aiutava ad assorbire dai.
Bosca: No comunque, a parte gli scherzi, io sono molto pacato mentre Oliver ha un’abilità di coinvolgimento innata, è fondamentale.

Lo si percepisce anche in cuffia quando grida! Abbiamo parlato di voi, ora parliamo degli artisti che chiamate in studio. Sono molto diversi, variegati, alcuni più affermati, altri in rampa di lancio, altri ancora quasi sconosciuti. Come li scegliete?
Bosca: Dipende. Diciamo che come prima cosa, più o meno famoso, per noi uno deve essere bravo. Poi, in generale, ci piacciono quelli che non definirei emergenti, ma piuttosto underdog. Prima di parlare di loro, però, parto da quelli più affermati. Per esempio Clementino, Egreen, Shade, ma anche Highsnob; sono persone che bene o male conoscevamo e che o hanno espresso il desiderio di venire a Real Talk, o che abbiamo tirato in mezzo noi. In questo caso ci interessava far vedere, magari anche a un pubblico più giovane, perché certa gente è nel circuito da tanto tempo. Per quanto riguarda invece chi è, o chi secondo noi dovrebbe essere, sulla rampa di lancio, ci piace dare uno spazio per far sì che i giovani possano confermare l’hype che li circonda. Gli stessi Lazza e Vegas Jones, per citarne due, hanno detto che la conferma avuta nei nostri studi è stata importante per il loro percorso.

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Clicca sull'immagine per guardare l'episodio di Real Talk con Lazza

Al di là della visibilità, penso sia anche un fatto personale. Intendo proprio la consapevolezza di essersi messi alla prova, e di aver superato questa prova. Non so se seguite la musica elettronica, ma vi vedo un po’ come la Boiler Room del rap italiano.
Kuma: Assolutamente, è vero.
Bosca: Certo! Guarda per esempio Junior Cally: aveva espresso pubblicamente il suo desiderio di venire a mettersi alla prova da noi nei brani che aveva pubblicato. Quando si è presentata l’occasione e un rapper non è potuto venire l’ho chiamato e gli ho detto "Ti va di venire tra 5 giorni?”. Non se l’è fatto ripetere due volte. Ha preparato una puntata intera in pochissimo tempo, è venuto ed è andata benissimo! Ho grande rispetto per questo suo impegno e voglia di spaccare. O anche Drimer, che mi aveva contattato per avere un feedback su un pezzo, ma poi mi era piaciuto così tanto che l’ho invitato in studio a fare una puntata.

Ce l’hai un po’ questa cosa del Mecenate tu, Bosca. In puntata fai girare delle basi che non sono tue, inviti ragazzi talentuosi che ancora non hanno un contratto. Stai restituendo al circuito la fiducia e l’attenzione che ti sono state date quando avevi vent’anni.
Bosca: Senza dubbio. Questa cosa l’ho imparata da Bassi, che per me è il Pippo Baudo del rap italiano: tanti sono passati da lui, e lui ha avuto degli occhi di riguardo per molte persone, per introdurre giovani e nuovi nomi. Se sento un ragazzo o una ragazza bravi, sia rapper che producer, perché non tirarli in mezzo? E più ci allarghiamo noi, più cerchiamo di allargare le collaborazioni.

Come vi sentite ad aver avuto a che fare con artisti di due, ma quasi tre, generazioni? Penso a Clementino e Jack The Smoker, poi ad En?gma e Axos, sino a Vegas Jones, Lazza, Laioung, e Nayt. Che cosa li unisce e cosa li divide?
Bosca: A me piace tanto questa cosa, è un po’ la nostra filosofia: se il rap è fatto bene, allora noi gli diamo spazio, indipendentemente dall’età, dal successo o da eventuali sottogeneri. Comunque non andiamo a ripescare i rapper degli anni 90 che oggi sono inattivi, cerchiamo sempre di essere freschi e di non suonare vecchi. Ma se sei valido e spacchi, avrai il nostro spazio. In questo modo si vede anche come e quanto si è evoluto il rap, ed è un motivo di orgoglio per me proporre al pubblico, come dicevi tu, tre generazioni (che personalmente ho vissuto interamente).
Kuma: Il mio avvento da ascoltatore è avvenuto più verso il periodo del Rinascimento del rap, negli anni Zero. Che comunque ai tempi mi sono anche preso gli schiaffi perché mi vestivo in un certo modo, ma oggi persino mia madre mi dice che ho anticipato i tempi in fatto di ascolti. Eravamo in pochi ad ascoltare rap in quegli anni, e appunto con questo mix di generazioni a Real Talk facciamo trasparire anche questa cosa, il percorso. In questo comunque massima stima per Bosca che, pur appartenendo alla generazione degli inizi, non ha mai perso la curiosità e la voglia di cercare il nuovo.

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Kuma e Bosca, fotografia promozionale

In questo modo forse si può comprendere meglio, o almeno provare ad analizzare, il motivo per cui il rap ha finalmente fatto breccia nelle radio, macinando i numeri del pop.
Bosca: Guarda io penso che banalmente al rap mancasse la melodia. A me piaceva il boom-bap bello grezzo, ma ora la realtà dei fatti è questa, quella della melodia ed è giusto che sia così. Comunque prima dicevate che ai tempi della scuola eravate in pochi ad ascoltare rap e che vi conoscevate tutti e vi passavate i CD. Ecco, ai miei tempi anche noi ci conoscevamo tutti, ma in Italia. Ci incontravamo a Roma, a Bologna, a Milano quando c’erano le jam all’inizio degli anni 90. Eravamo pochissimi, era proprio la preistoria.

Tornando alla contemporaneità, agli emergenti e al talent-scouting: perché non aprite un’etichetta?
Kuma: In realtà l’etichetta c’è, l’abbiamo fatta! Considerando tutti quelli che hanno firmato dopo Real Talk, pensa se l’avessimo avuta sin dall’inizio, saremmo tipo Machete adesso.
Bosca: Abbiamo fatto anche un management, io Khaled e Gianfranco Bortolotti. In realtà è ancora tutto in divenire, ma per esempio abbiamo firmato e portato in Warner Il Tre, e adesso stiamo cercando altri artisti. Probabilmente a partire da settembre, con un nuovo format “compagno” di Real Talk, faremo anche pubblicazioni e uscite discografiche.

In un episodio Bosca hai detto: “Questo è il bello di Real Talk: che quando vengono qua, tutti dicono che danno il meglio e riescono a risultare sempre al top”. Ed è vero, lo si percepisce anche solo guardando i video. Come ve la spiegate questa magia?
Kuma: È la magia del Tempio! È una cosa fantastica che non si è mai, o ancora, smentita (e ci faccio le corna). L’ambiente e la zona di comfort mentale che si creano lì dentro portano le persone a dare il meglio. E poi succedono anche cose fantastiche, come artisti su cui non avrei scommesso e che poi mi hanno fatto fare pubblica ammenda. È per questo che lo chiamo “Il Tempio”, perché c’è un’aura magica lì dentro.
Bosca: Conta anche tanto quello che fa Oliver, la sua passione, il suo entusiasmo naturale che contagiano i rapper e li mettono a proprio agio. Io non ce la farei mai per come sono fatto. Alle volte è stato proprio fondamentale per spronarli a dare tutto il meglio. Arrivo io e gli artisti sono sempre un po’ formali, “ciao piacere” e cose così. Arriva Oliver e stiamo ridendo tutti, già più rilassati ma anche carichi.

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Clicca sull'immagine per guardare l'episodio di Real Talk con Il Tre

In un episodio vi hanno detto che dovreste fare una radio fissa. Ci avete pensato? E cosa ne pensate della radio in generale, li ascoltate i programmi tematici sul rap?
Kuma: Non nascondo che lavorare in radio e avere un programma tipo 105 Trap sarebbe un sogno. Ci sarebbe l’apporto del pubblico, gli spezzoni, le rubriche… è una direzione verso cui mi piacerebbe rivolgermi, rivolgerci, prima o poi.
Bosca: Se vuoi una considerazione aggiuntiva sulla radio, abbastanza scontata ma vera, è che la radio si rivolge a un pubblico almeno over 18; non conosco nessun minorenne che ascolti la radio accendendola consapevolmente.

Qualche tempo fa avete ospitato Beba, che ha spaccato. Lei è stata la prima MC donna a varcare le porte del vostro studio e quindi vi chiedo: come vedete la situazione delle donne nel rap italiano?
Kuma: Come dicevo prima, molti artisti mi hanno obbligato a ricredermi rispetto alle aspettative che nutrivo nei confronti della loro esibizione, e Beba è stata una di questi, mi ha proprio ribaltato. Un’altra ragazza che stimo, così su due piedi, è Madame, in cui ripongo molte speranze per il futuro. Ti dico poi Leslie, che è super tecnica e brava, ma che secondo me non è ancora stata sfruttata adeguatamente nel mondo discografico. E poi Priestess, che a mio parere è all’opposto di Leslie, sia nel rap che nel personaggio diciamo.
Bosca: Sono d’accordo con Oliver in generale, e aggiungo solo che penso che al rap fatto dalle ragazze manchi un po’ di femminilità. Nel senso, troppo spesso le ragazze che si approcciano al rap lo fanno come lo farebbero i maschi, perché l’industria funziona così. Però è come se alla fine i conti non tornassero, perché io col rap mi devo identificare. Per assurdo sono riuscito a sentire molto vicina Madame, che è una ragazza di diciotto anni, che però racconta sinceramente la sua storia, le sue pare, la sua vita e quelle di una generazione intera.

E secondo voi, oggi, che valore ha la tecnica nel rap? Quanto sono importanti le barre per sfondare e avere views? E sono più importanti le barre o i contenuti?
Kuma: Guarda, io sono della scuola “dogofiera” e quindi per me, proprio a mio gusto personale, le barre contano tantissimo, ma ovviamente non basta solo quello per sfondare. Nell’industria però spesso vedi rapper in hype che oggettivamente non sono tecnici, che di barre ne hanno zero, e che però sono lì perché sono personaggi che si differenziano dal resto. A me piacciono molto i contenuti ma anche se non ci sono, a seconda dell’umore della giornata, possono non essere fondamentali per gasarmi.. Poi ci sono momenti in cui barre e storytelling coincidono, come in “La finale” di Vegas o in “Overture” di Lazza, e allora…
Bosca: Io penso che ci sia sempre la necessità dell’ascoltatore di definire la marea di uscite che ci sono oggi, e quindi alcuni vengono definiti “quelli delle barre” e altri “quelli dei contenuti”, ma è quasi una comodità; penso sia un meccanismo molto più legato alla percezione che non alla realtà effettiva. Sai, magari un artista è etichettato come super tecnico, poi si crea il passaparola sui social, nei commenti su YouTube, e sembra che sappia fare solo quello, quando invece basterebbe concentrarsi e ascoltare poco più a fondo per scoprire che ci sono dei contenuti al di là delle “sole” barre, o altro ancora.

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Clicca sull'immagine per guardare l'episodio di Real Talk con Massimo Pericolo

Penso a tutte le volte che ho sentito dire che Massimo Pericolo è “quello che bestemmia e che incendia la scheda elettorale”, da gente che non aveva nemmeno ascoltato pezzi come “Amici” o “Sabbie D’Oro”.
Bosca: Oppure che Speranza è quello grezzo che grida in napoletano, ma senza avere la voglia di fermarsi a capire il disagio che racconta. È il solito problema del sovraccarico di uscite, della soglia di attenzione sempre più bassa, e della necessità di mettere etichette che facciano comodo per la categorizzazione. Poi vabbè siamo stati tutti ragazzini, se l’amico più grande ti diceva che un rapper era scarso, per te era scarso a priori.

Voi state sopperendo a questa mentalità, dando spazio a chi se lo merita per poter dimostrare il proprio talento al di là dei commenti e delle etichette. Penso che i rapper stessi, quando vengono a Real Talk, siano spronati a portare in studio qualcosa per cui solitamente non sono associati.
Bosca: E infatti noi cerchiamo proprio quello. Prima abbiamo parlato de Il Tre: ecco, lui è forte negli extrabeat, nella tecnica, eppure nella puntata ha fatto un pezzo con uno storytelling emozionale, che se vai a vedere i commenti è stato quello più apprezzato proprio perché inaspettato. Ma anche altri lo hanno fatto seppur in maniera diversa, tipo che chi rappa sempre con l’autotune, a Real Talk non lo ha usato.

Avete nominato i commenti su YouTube. Che community avete? Avete notato dei trend, interessanti o preoccupanti, nei feedback ai video? Personalmente mi sembra che quelli positivi superino sempre quelli negativi.
Bosca: Allora, aspetta, ti dico una cazzata perché ce l’ho qua: io odio i commenti meme. Sai tipo “Bosca: ‘Quanti extrabeat vuoi fare?’ Rapper: ‘Sì’”. Veramente, non li sopporto, dovevo dirlo. Vai Kuma.
Kuma: Ogni tanto mi danno del ciccione, o scadono nel razzismo, ed essendo molto meno pacato di Bosca poi reagisco male. Ho imparato a non leggere i commenti oltre i due scroll, perché sennò mi rovino la giornata. Comunque sì per fortuna i commenti positivi sono molti di più rispetto a quelli negativi, sia per quanto riguarda la puntata in sé, sia per quanto riguarda noi come personaggi e il format in generale. L’unica cosa che non capisco, e che mi è successa anche ieri, è la gente che per strada mi saluta e mi chiama Bosca. Ma per quale recondita ragione mi puoi confondere con Bosca? Che le prime due volte rido, ma alla diciassettesima mi faccio due domande. Sfrutto questo spazio per lanciare un accorato appello: io sono Kuma, Bosca è l’altro.

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Kuma e Bosca, fotografia promozionale

È anche grazie al sostegno di questa community che vi siete fatti notare, per poi crescere molto e in poco tempo. Penso che l’ingresso di Gianfranco Bortolotti, boss di Media Records , nel team abbia influito da questo punto di vista. Ci potete spiegare meglio?
Bosca: Conosco Gianfranco di fama dagli anni 90, quando già aveva l’aura di un mito. Avevo amici che lavoravano in Media Records che mi raccontavano storie su di lui che girava in Hummer o in elicottero, cose così. Quando l’ho conosciuto avevamo appena iniziato a fare Real Talk e allora gliel’ho fatto vedere, gli è piaciuto e si è preso subito bene, facendo proposte per crescere. Quando poi ci siamo sentiti pronti a fare “il passo”, lui è entrato in società e ha portato un’esperienza manageriale e discografica che nessuno di noi aveva. Personalmente non conosco nessuno con un bagaglio culturale musicale come il suo... cioè stiamo parlando di Media Records, fondata a Brescia nel 1987, che era la prima etichetta di musica dance al mondo.

E questo si ricollega all’evento che avete in programma il 7 settembre al Carroponte di Sesto San Giovanni, alle porte nord di Milano. Raccontateci un po’ la genesi e gli sbatti, ma soprattutto cosa ci dobbiamo aspettare da questo Real Talk live su un palco.
Bosca: Due anni fa abbiamo fatto una cosa simile che si chiamava Real Animal, alla Unipol Arena vicino a Bologna, e avevamo visto che la situazione live di Real Talk prendeva benissimo la gente, con i rapper che si susseguono sul palco e Oliver che fa salire la fotta. Poi Gianfranco mi ha proposto di fare un evento prima dell’inizio delle scuole. Siamo passati attraverso BPM Concerti, che segue un po’ di artisti che tra l’altro conosco bene anch'io, e ci siamo affiancati. Il Carroponte ci è stato proposto, e siamo molto onorati perché è un palco storico per Milano ma non solo. Mi dispiace che non siamo riusciti a chiamare tutti i rapper che sono venuti in studio da noi, ma considerando anche solo un’esibizione di dieci minuti a testa sarebbe venuta fuori una maratona di 5 ore. Abbiamo fatto delle scelte, arrivando a un totale di 15 o 16. Comunque è stato un bello sbatti, e lo è ancora perché più ci avviciniamo alla data e più roba c’è da fare, ma sono super contento che i rapper che abbiamo invitato abbiano accettato quasi tutti. Che poi non mi piace pensarla come un live, per noi è una festa con tanti amici, che coincide con buona parte della crema del rap italiano.
Kuma: Concordo su tutta la linea. Personalmente sono gasato perché lo abbiamo già appurato alla Unipol Arena, ma anche in altre piccole occasioni: l’esperienza live di Real Talk è qualcosa di unico, pazzesco. C’è l’interazione coi rapper, col pubblico, c’è l’aura del Tempio che si estende su un grande palco e con la gente lì davanti, mettendoti il fuoco dentro. Credo e spero che questo sia il primo di tanti begli eventi di cui si parlerà in futuro.

Considerando la passione che traspare dagli episodi di Real Talk e la fotta che prende anche solo davanti allo schermo, non oso immaginare cosa si possa provare a vivere tutto ciò in maniera amplificata, ma soprattutto a sentire live le urla di Kuma.
Bosca: Guarda concludo con questa cosa: ero al Mic Tyson due o tre anni fa, in giuria con Clementino, Shade e Mastafive, e Oliver era con Nitro a condurre. Clementino non conosceva Kuma, e a un certo punto si gira verso Shade e gli fa “Ma che cosa fa lui?”, Shade lo guarda e gli dice “Urla… ma lo fa da dio!”.
Kuma: 7 settembre, Carroponte, vietato mancare!

I biglietti per Real Talk Live al Carroponte sono già in vendita.

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