stand-up comedy

Saverio Raimondo è il nerd totale della comicità italiana

Vogliamo parlare di stand-up comedy in Italia. Per farlo, abbiamo iniziato parlandone con Saverio Raimondo.
20.6.18

È giunto il momento di parlare di stand-up comedy. Sono ormai più di dieci anni che i primi spettacoli di comedians americani sono arrivati in Italia, sottotitolati da quei premi Nobel per la pace di ComedySubs. Col tempo il genere ha lentamente iniziato a farsi strada anche qui, e oggi una nuova generazione di artisti italiani sta invadendo bar, circoletti e in alcuni casi anche teatri, buttando giù quarte pareti a testate, senza lasciarsi intimidire da silenzi di ghiaccio, applausi fuori luogo e, in casi particolarmente disperati, il suono di mandibole al lavoro su altrettanti hamburger.

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Per velocizzare il contagio di questa forma d’arte che io personalmente adoro, ho pensato di intervistare tutti i comici italiani che mi ritrovassi sottomano e scambiarmi con loro pareri, impressioni, consigli e aneddoti dalla nascente, fiorente, tumultuosa scena di stand-up comedy italiana.

Il primo della lista è Saverio Raimondo, che è anche il primo italiano che ho visto esibirsi dal vivo. Eravamo in un minuscolo pub in piazzale Cadorna a Milano, e appena salito sul palco lui ha confessato imbarazzato di essere stato sorpreso dalla birra del posto e di dover correre in bagno, ma l’unico bagno era esattamente dall’altra parte della sala, per cui si è trovato a dover passare in mezzo al pubblico pressato nella saletta (“scusi… permesso…”) e i primi cinque minuti dello spettacolo sono passati così. Se questa cosa non vi fa ridere potreste aver bisogno di parlare con qualcuno.

Il curriculum di Saverio è ricco e vario, dal talk show satirico Comedy Central News all’impresa fondamentale per la stand-up italiana Satiriasi, fino alle collaborazioni con Corrado Guzzanti e Serena Dandini e un libro pubblicato recentemente da Feltrinelli. Ma, ho scoperto parlandoci per quasi un’ora, Saverio è soprattutto un comedy nerd, che dimostra una volta di più come bastino un pizzico di passione, talento e ansia per fare un comico esilarante.

Foto per gentile concessione di Saverio Raimondo.

VICE: Come hai scoperto di voler far ridere?
Saverio Raimondo: Fin da ragazzino ho sempre avuto un certo estro e una grande passione per la comicità. Da bambino amavo i film di Fantozzi, di Charlie Chaplin… Poi a 13 anni sono stato folgorato dai libri di Woody Allen, le sue raccolte di racconti, poi dai suoi film. Quella è un’età in cui si ha molto bisogno di riferimenti, e il mio era Woody Allen.

Volevo diventare come lui, così, nel privato della mia stanzetta, provavo a scrivere cose divertenti. A 18 anni mi sono trovato a dei provini per giovani comici organizzati da Serena Dandini, che ai tempi era la direttrice del teatro Ambra Iovinelli. Mi presentai con i faldoni, un po’ fantozziano. Feci anche un numero, ma più che altro mi interessava lasciare le mie cose da leggere.

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Di che numero si trattava? Era già stand-up?
No, no. Praticamente entravo in scena in mutande e mi rivestivo lentamente sopra una musica sexy, dicendo una battuta ogni tanto. [Ride]

Una settimana dopo mi hanno chiamato e mi hanno detto: “Abbiamo letto quello che ci hai portato… troviamo che ci sia del buono. Sei molto giovane, però ci piacerebbe coltivarti.”

Hai iniziato subito in TV?
Prima nelle serate live organizzate dalla Dandini, poi in un programma chiamato B.R.A. - Braccia Rubate all’Agricoltura. Lì ho iniziato come collaboratore ai testi, e quella è stata la mia formazione.

Quando arriva allora la stand-up comedy?
L’ho scoperta sempre grazie a Woody Allen. All’epoca, parliamo degli anni Novanta, quella parola in Italia non significava molto. Poi è arrivato Daniele Luttazzi, che ha portato lo stile Letterman in Italia, e RaiSat ha cominciato a trasmettere il Late Show con i sottotitoli. A quei tempi nessuno sapeva che Robin Williams faceva la stand-up comedy, per noi era quello di L’Attimo Fuggente.

Eddie Murphy, anche, e Richard Pryor!
Esatto! Richard Pryor per noi era solo quello di Non guardarmi: non ti sento!

Ma il momento di svolta è arrivato con ComedySubs, il sito internet che caricava i sottotitoli per gli special, partendo da George Carlin e Bill Hicks. Chiaramente per me fu subito un’aspirazione, perché io non so fare imitazioni o personaggi, figurati, con questa voce che mi ritrovo. Io posso solo ed esclusivamente fare comicità con me stesso, farne un vestito e non una maschera.

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Caso ha voluto che io non fossi l’unico ad avere quest’ambizione: c’è tutta una serie di comici delusi o disincantati nei confronti del mondo del cabaret e della comicità televisiva italiana, che in quegli anni cominciava a essere particolarmente stantia, era la seconda metà degli anni Duemila, quando il cabaret televisivo era arrivato all’estrema bollitura a causa dei troppi Zelig o, meglio, dei troppi epigoni di Zelig. Così è nata Satiriasi, una serie di serate di stand-up comedy fatta da italiani che ne conoscono e amano la tradizione.

Una volta mi sono trovato davanti i video di uno Youtuber italiano che nel titolo diceva di fare stand-up, ma in pratica faceva dei vlog dai contenuti edgy, fondamentalmente criptorazzisti.
In Italia si è creato un equivoco molto provinciale, cioè che stand-up comedy voglia dire fare comicità scorretta su temi scorretti. Ma attenzione: ci sono casi come quello di Jerry Seinfeld, forse lo stand-up comedian con più successo della storia, che non è certo un comico scorretto. Bill Cosby, che è stato un bravissimo stupratore ma anche un ottimo comico, sul palco era molto corretto e pulito, mai una parolaccia. Carlin, nei suoi spettacoli, passava da un pezzo sulla morte a uno sulle scoregge, dall’estremamente reale al gioco di parole astratto.

Nella comicità italiana, sai, la tradizione è quella della maschera bidimensionale. Ma quando fai stand-up comedy sei una persona tridimensionale e contraddittoria, in grado di passare da argomenti alti a bassi.

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Quanto è importante per te la dimensione del palco?
Il palco per me è una necessità sia personale che professionale. È un lavoro molto profondo che si fa su se stessi, sempre per il discorso della maschera che non c’è, sei te stesso. È molto importante anche a livello professionale, perché hai la possibilità di capire quanto tu e il tuo materiale siete efficaci, cosa funziona e cosa no. Scopri che quella cosa che ti faceva tanto ridere quando l’hai pensata invece non fa ridere per niente o, al contrario, rimani sorpreso dalla potenza di una battuta che ti sembrava semplicemente un inciso.

La stand-up comedy esiste solo live. Cioè, certo, puoi filmare una serata e trasmetterla in televisione, ma per il pubblico a casa non è più stand-up comedy. Il bello è proprio la promiscuità che c’è tra il comico e la platea, siete insieme lì, in quel posto, spesso e volentieri talmente vicini che con un passo potresti trovarti sul palco e menare il comico, cosa che ogni tanto succede. Io cerco sempre di esibirmi nei club invece che nei teatri, è una questione di atmosfera.

Ti è mai capitata una serata no?
Sì, e il motivo è che ero il comico sbagliato per il pubblico sbagliato. Mi è capitato, e se lo ricorderanno i miei colleghi che erano presenti, di essere convocato a un festival comico in Puglia. A esibirsi erano quasi solo cabarettisti, e il pubblico si aspettava quel genere di comicità.

Ma davvero un pubblico da cabaret non riesce ad apprezzare la stand-up?
Non sapevano cosa fossi, ero un oggetto non identificato. Erano completamente smarriti. Oggi cerco di esibirmi solo in posti dove la gente sa cosa è venuta a vedere, ma se mi capita di trovare il gelo alle mie battute io attacco il pilota automatico, vado dritto come un treno.

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Ultimamente Netflix, che al momento è la piattaforma di stand-up comedy più grande del mondo, sta ospitando anche comici al di fuori della triade anglofona USA-UK-Australia. Pensi che arriverà anche un italiano?

Le speranze ci sono, perché da poco hanno pubblicato una tedesca, e secondo me una volta che apri alla comicità tedesca vuol dire che tutti gli argini sono caduti. [Ride]

Mi viene in mente che un comico italiano su Netflix c’è già…
Beppe Grillo! Eh ma quello non fa mica stand-up comedy…

Faccio sempre una gran fatica a spiegarlo alla gente.
Guarda, io dico sempre che la stand-up non si può fare in modo accidentale, non è che ci inciampi. Se la fai è perché sai cos’è e hai dei riferimenti piuttosto chiari in testa, una tradizione piuttosto ampia a cui accodarti. Beppe Grillo, Paolo Rossi o Walter Chiari sono (stati) dei grandissimi, erano ottimi comici, grandi solisti, monologhisti, eccetera. Ma non stand-up comedian.

Torniamo a parlare di pubblico, perché ho una sensazione particolare quando vado agli spettacoli in Italia. Credo che ci siano troppi applausi e poche risate, e questo per uno stand-up comedian può essere un bel problema, perché il tempismo delle battute è tutto, e gli applausi spesso lo confondono. Nei mercati tradizionali, quello americano e quello inglese, si lascia più respiro al comico, si ride di più e si applaude di meno. Sbaglio?
Non sbagli. Sai, il pubblico italiano è un pubblico abituato all’antico adagio della satira che fa ridere ma fa anche pensare, quindi che una battuta mi piaccia significa che approvo il contenuto di quella battuta, che sono d’accordo, e mostro questa approvazione tramite l’applauso. Il fatto è che non dev’essere per forza così! Nessuno approva A Modest Proposal di Swift, è proprio il paradosso a renderlo divertente. Il bello della satira è che può, anzi, deve essere ambigua, deve muoversi su un territorio di confine perché altrimenti non spiazza.

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Ma, oltre ai nuovi comici, si cominciano a vedere nuovi spettatori. I più giovani sono stati meno a teatro e hanno magari scoperto la stand-up americana tramite internet. Io stesso ho assorbito il ritmo e lo stile americano di stand-up a forza di guardare spettacoli americani, quindi anche il pubblico assorbe il modo di ridere e rispondere tipico di questa comicità.

Tra i tanti comici che seguo in Italia, tu sei sicuramente il più eclettico e impegnato. Immagino sia una conseguenza della tua proverbiale ansia, argomento che hai trattato nel tuo libro Stiamo Calmi. Dopo il talk show, il palco e la recitazione, com’è nato il desiderio di scrivere il libro?
Per quanto riguarda il libro, avevo proprio voglia di scrivere un libro umoristico. È un settore che è stato ucciso dai “libri dei comici”, che prendevano le loro battute della televisione e le sbattevano su carta. Quelli non sono libri, sono trascrizioni. Io invece l’ho scritto con l’idea che venga letto.

Ho scelto il tema dell’ansia perché volevo che fosse qualcosa di intimamente mio, ma che fosse anche interessante per i lettori. Sai, mi sono accorto improvvisamente di andare di moda, nel senso che io ansioso lo sono da sempre, ma adesso tutti ne parlano, è la malattia dei nostri giorni. Quale argomento migliore?

La comicità sembra totalmente spontanea e facilissima dall’esterno, ma dietro invece c’è un lavoro molto duro. Qual è il tuo metodo?
Per me la scuola migliore è sempre stata, e lo è tuttora, guardare, leggere, ascoltare più comicità possibile. Io sono un nerd totale. Se vuoi fare il comico ti devi nutrire di comicità.

Il mio metodo, invece, è il più stupido di tutti: mi siedo, [ride] e comincio a scrivere. Scrivere è molto importante se si parla di battute, perché la precisione anche terminologica è fondamentale per una battuta efficace. E mentre scrivo leggo a voce alta, perché deve funzionare all’orecchio, e tengo il tempo con il piede, come se fossi al pianoforte, perché la comicità è una questione di musicalità.

Giacomo ha un sacco di battute a metà nelle note del suo iPhone. Seguilo su Instagram.

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