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L'esperimento di Milgram dimostra che in fondo siamo tutti degli stronzi

Dopo il Processo di Gerusalemme per i crimini nazisti, uno psicologo sociale ha deciso di testare "la banalità del male".

di lorenzo sassi
26 gennaio 2018, 10:22am

Immagine: grab via YouTube

È il 1961. Siamo a Gerusalemme. Adolf Eichmann, funzionario dell’ormai defunto Terzo Reich e uno dei responsabili dello sterminio degli ebrei, è al centro di un ciclone mediatico senza precedenti. Se ne sta seduto di fronte ai giudici che, senza troppi scrupoli, lo considerano già colpevole. Il processo è una messinscena, e non sono in pochi a sospettarlo. Ma la cosa che più stupì il mondo, a quei tempi, fu un particolare che, poco dopo, Hannah Arendt sottolineò con profonda lucidità: Eichmann era uno sfigato, non incarnava il volto del demonio, del male. Eichmann era, piuttosto, “chiunque”. E “chiunque” poteva perciò, al contrario delle aspettative, incarnare il male.

Il processo si conclude tra l’isteria generale di Israele, l’indifferenza dei cinici e l’estasi dei nerd. Uno di questi è il Dr. Stanley Milgram, ricercatore presso il Dipartimento di Relazioni Sociali di Yale. Il processo aveva sollevato una questione, infatti, sulla quale uno scienziato come Stanley non avrebbe potuto soprassedere: durante il Processo di Norimberga prima, e durante il Processo di Gerusalemme poi, gli ufficiali nazisti si giustificarono sostenendo che, di base, all’epoca dei crimini commessi, si limitarono a "eseguire ordini dei propri superiori”. Milgram è ossessionato dalla cosa, non ci dorme la notte. Avrà ragione Hannah Arendt? Ci vuole un esperimento, un’altra messinscena.

Lo scopo? Comprendere quanto fosse determinante il comando dell’autorità rispetto all’eventuale mutamento della singolare e specifica scala di valori di ciascun individuo in un dato contesto — altrimenti detta "obbedienza distruttiva". Della serie: per quanto io possa passare per buono e gentile, qualora un mio superiore mi ordinasse di fare del male — qualsiasi cosa si intenda per “male” — eseguirei l’ordine? Spoiler: nel profondo, i nostri schemi etici non sono solidi come pensiamo, e davanti a situazioni come queste ci riveliamo per gli stronzi che sappiamo essere.

L'annuncio per cercare cavie per l'esperimento. Immagine: Pubblico dominio.

Il falso annuncio sul giornale parlava di un esperimento sulla memoria e i processi di apprendimento. Chiunque avesse avuto intenzione di partecipare, poi, sarebbe stato anche ricompensato con 4 dollari all'ora. All’appello si presentano 40 uomini tra i 20 e i 50 anni. Lo schema dei partecipanti era semplice: un esaminatore (lo scienziato, che in questo senso incarna l’autorità), un insegnante (la cavia ignara del complotto, e che quindi è il surrogato degli ufficiali nazisti) e un allievo (il complice). La cavia avrebbe dovuto comunicare all’allievo una serie di combinazioni di parole — che l’altro avrebbe presumibilmente dovuto imparare. Quando l’allievo sbagliava, arrivava una scarica elettrica sempre più intensa. Si partiva dai 15 V, “scossa leggera”, ai 450 V, “scossa molto pericolosa”.

L’esaminatore, nel frattempo, incitava le cavie, le persuadeva con frasi tipo: “l’esperimento richiede che lei continui”, “non ha scelta, deve proseguire”. Ad ogni risposta sbagliata, dunque, una bella scarica elettrica, alla quale corrispondevano atroci urla e convulsioni da parte dell’allievo — il quale, però, essendo complice, un attore, non riceveva alcuna scarica. Era una farsa: agli attori era stato chiesto di simulare il dolore, implorare pietà, supplicare.

Il risultato fu che più della metà dei soggetti esaminati — circa due terzi — incuranti degli svenimenti degli allievi, delle proteste e delle lamentale, non si fecero troppi problemi a somministrare anche le scariche da 450 V. I soggetti, informati solo a quel punto del fatto che l’esperimento fosse un inganno, diedero la possibilità a Milgram di scrivere, anni dopo, nel 1974, che “l’autorità ha avuto la meglio contro gli imperativi morali dei soggetti partecipanti, che imponevano loro di non far del male al prossimo. La gente comune può diventare così parte attiva di un processo distruttivo terribile: sono pochissime le persone che hanno le risorse necessarie per resistere all’autorità”.

Uno schema dell'esperimento. Immagine via Wikimedia Commons

In seguito alla pubblicazione dei risultati, a metà anni sessanta, le polemiche non si fecero attendere: si sottolineava lo stress psicologico non contemplabile all’interno di un quadro scientifico, oppure l’ incompatibilità tra l’esperimento e l’effettiva psicologia degli uomini che agirono durante la Guerra. Ma la questione era un’altra: era osservare fino a che punto un soggetto è disposto a credere nel proprio imperativo categorico, nella propria coscienza morale. E su questo punto, credo, Milgram ci ha rivelato, con i fatti, che siamo tutti potenzialmente delle merde.

Milgram replicò l’esperimento in altri contesti, arrivando a risultati coerenti con quelli raggiunti con il primo della serie. Arrivò così a sostenere che i soggetti, in condizioni di quel genere — cioè in una dialettica servo/signore — entrassero in quello che ha poi definito come “stato d’agente”, uno stato mentale cioè dentro al quale non ci si sente più individui razionali e responsabili del proprio agire, ma semplici “agenti” della dell’autorità. E così, la responsabilità individuale è andata a farsi benedire.

Di recente alcune ricerche, tra cui una trasposizione dell’originale esperimento, hanno sottolineato alcune debolezze del lavoro di Milgram, come per esempio la semplicistica divisione dei soggetti in “obbedienti” e “disobbedienti”. Hollander ha insistito infatti sul fatto che, banalmente, "anche i partecipanti classificati come 'obbedienti' da Milgram lo hanno fatto solo dopo aver tentato diverse strategie di resistenza". Se consapevoli, quindi, o semplicemente preparati nella maniera corretta, è forse possibile mettere in scacco questa dialettica: da una parte la capacità di riconoscere ciò che reputiamo “male”, dall’altra il rispetto dell’autorità, delle regole.

L’esperimento di Milgram non solo ci ricorda che siamo degli stronzi, ma che, in fondo, siamo tutti un po’ degli Adolf Eichmann, un po’ sfigati, insospettabili: “chiunque”. Il resto è in mano alle nostre coscienze. E questo fa paura.