La vicenda di Montanelli non è solo "passato": è anche il nostro presente

"Il fatto va inserito nel contesto", "E comunque è stato un grandissimo giornalista", "Non si fa il processo a un morto": lasciamo perdere queste giustificazioni.

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11 marzo 2019, 12:00pm

Foto di Bruna Orlandi, Non Una Di Meno Milano, per gentile concessione di NUDM - Milano.

Durante lo sciopero dell’8 marzo, a Milano le attiviste del collettivo femminista Non Una di Meno hanno coperto di vernice rosa la statua del giornalista Indro Montanelli. Come hanno spiegato loro stesse su Facebook, l’azione vuole “ricordare e dare giustizia alla ragazzina di 12 anni che Montanelli comprò come schiava sessuale in Etiopia durante la guerra. Una donna (di cui sappiamo solo il nome: Dastè) rimasta senza nome e senza voce nei dibattiti pubblici.”

La vicenda è relativamente nota, e Montanelli ne parlò pubblicamente più volte. Nel 1972, durante la trasmissione L’ora della verità di Gianni Bisiach, disse che “era una bellissima ragazza bilena [da bilen, gruppo etnico] di 12 anni, scusatemi, ma in Africa è un’altra cosa;” in quell’occasione, la scrittrice femminista Elvira Banotti gli fece notare che “il vostro era veramente il rapporto violento del colonialista che veniva lì e si impossessava della ragazza di 12 anni.”

Dieci anni dopo, in un’intervista con Enzo Biagi, il giornalista cambiò l’età (da 12 a 14 anni) e disse di averla comprata “assieme a un cavallo e un fucile, tutto a 500 lire. [...] Era un animalino docile, io gli misi su un tucul con dei polli.” Nel 2000, infine, ne scrisse sulla Stanza—la sua rubrica sul Corriere della Sera—prendendosela con gli “imbecilli ignari che nei Paesi tropicali a 14 anni una donna è già donna, e passati i venti è vecchia.” In altre parole, anche a distanza di decenni, Montanelli ha sempre giustificato il suo comportamento.

Il gesto di Non Una Di Meno ha scatenato parecchie polemiche, da destra a sinistra. Tra le critiche principali troviamo l’idea che lo stupro di una bambina etiope, nel suo contesto, sarebbe a malapena condannabile; che questa è “roba che ai tempi era normale”; che non possiamo giudicare un “grande giornalista” per affari della sua vita privata; e infine, che è morto e queste cose non succedono più, e quindi lasciamolo riposare in pace.

A tutto questo, ci sono due risposte. La prima è che il contesto è esattamente il problema. Da tutti i lati, infatti, la discussione sembra focalizzarsi sui meriti morali di Montanelli come singolo. Ma lo stupro e lo sfruttamento delle donne colonizzate non è una questione individuale. In quell’occasione Montanelli fu decisamente uno stupratore, perché una bambina a 12 anni non può dare il consenso. E il suo contesto, in cui lo stupro e lo sfruttamento erano normalizzati, spiega le sue azioni, ma non le giustifica.

Montanelli non è un mostro singolo e aberrante, e il modo in cui si comportò è essenziale al funzionamento dell’ideologia coloniale. Il problema è strutturale: è la violenza del colonialismo italiano, di cui lui fu una parte complice. L’azione sulla statua non dovrebbe dunque trascinarci in un circolo di condanna o lode per un individuo, ma a un’analisi strutturale dei danni del colonialismo italiano.

L’ideologia coloniale va mano nella mano con la conquista del corpo delle donne colonizzate. Per convincere gli uomini italiani ad andare in Africa orientale, lo stato fascista usava l’immagine della “Venere Nera”: bella, docile, e sessualmente disponibile. La conquista delle donne locali non era solo una metafora per la conquista di una “terra vergine,” ma parte della prassi coloniale. Basta ascoltare "Faccetta nera" per capirlo. O guardare le vignette che circolavano ai tempi:

L’ideologia coloniale pone la terra colonizzata come luogo di conquista. Non è un luogo autonomo, che si può capire e rispettare. Ai soldati non importa assolutamente nulla dei “costumi locali”—sono lì per distruggerli e portare la “civilizzazione.”

Allo stesso tempo, però, sono felici di usare questi “costumi locali” come giustificazioni per le proprie azioni di sfruttamento. In una lettera scritta da un soldato italiano nel 1940, l’autore si lamenta di “doversi accontentare delle nere,” anche se comunque tra loro c’erano “tipi abbastanza carini” per “lire 5” e “lire 10” per ragazze nere di “12/13” anni. In un’altra lettera un soldato raccontava di avere rapporti sessuali “da parecchio” con “una scioana di circa 12 anni,” ma che aveva “l’aspetto delle nostre ragazze quindicenni.”

Lo stupro delle bambine etiopi è insomma ordinario, perché l’ideologia coloniale disumanizza le donne nere, riducendoli a corpi da usare e comprare, senza alcuna autonomia. Questa ideologia spiega anche perché Montanelli dice che non l’avrebbe mai fatto con una bambina italiana; perché una bambina italiana per lui, appunto, è una bambina. Una bambina nera, invece, è un corpo, lì per essere conquistato e basta.

Il che ci porta dritti al secondo punto: il problema della misoginia coloniale e razzista è un problema di oggi.

La deumanizzazione, sessualizzazione e sfruttamento del corpo delle donne non bianche—e soprattutto delle donne nere—non è mai finito. La stessa ideologia che giustificava lo stupro delle dodicenni in Etiopia, in Libia, in Somalia, è l’ideologia che giustifica lo stupro di bambine in Asia e in Africa oggi nel turismo sessuale (dove gli italiani, riporta Ecpat Italia, sono ai primi posti).

Posso contare sulle dita di una mano gli uomini italiani con cui ho avuto una relazione che non mi hanno trattata come un po’ meno umana di una donna italiana bianca, un po’ più oggetto esotico da esplorare. E questo lo dico parlando da donna araba con la pelle bianca, che parla italiano, con una cittadinanza italiana, in situazioni dove il rapporto di potere tra me e un uomo italiano non è profondamente sbilanciato. Non oso immaginare cosa accade alle donne che non godono di questi vantaggi.

E se durante il colonialismo lo stato italiano regolava i corpi e le vite di queste donne con decreti sul madamato, sulle case di tolleranza, e sulle leggi razziali, adesso lo fa con i confini. Moltissime donne e bambine sono costrette a fuggire in Europa, per motivi che sono profondamente collegati anche agli effetti del colonialismo. E molte di queste donne vengono dall’Etiopia dalla Somalia, dall’Eritrea, e dalla Libia, paesi destabilizzati dall’Italia stessa.

Non è storia antica: nel 1956, ad esempio, l’Italia ha manipolato la legge elettorale somala per aumentare il tribalismo nella nazione, in modo da sopprimere il nascente movimento anticoloniale. Questo è un fattore nelle guerre e disordini che governano la zona oggi, e che spingono le donne qui. E una volta qui, sono spinte nella clandestinità e private di risorse e diritti, costrette ad entrare nella tratta per potersi muovere, per potersi proteggere.

Faccio parte del Progetto 20k, una rete di solidarietà per la libertà di movimento, e ho visto in prima persona gli effetti dei confini sulle donne bloccate a Ventimiglia. Sono tante le bambine costrette a mettersi nelle mani di sfruttatori e prostituirsi per poter fare quel viaggio di venti minuti dall’Italia alla Francia. E a pagarle in cambio di sesso sono di nuovo gli uomini italiani.

Parlare di Montanelli oggi, quindi, è parlare della ideologia in cui lui agiva, e degli effetti concreti di questa ideologia. Lo sguardo coloniale agisce ancora oggi sui corpi migranti, ci guarda come oggetti esotici e come minacce. Ci sfrutta e ci opprime. E quindi non si tratta di Montanelli o della sua statua, o di un po’ di vernice rosa. Questi sono simboli, chiamate all’azione.

E l’azione che ci serve è quella di un femminismo attivamente anti-coloniale, che guarda in faccia le azioni dell’Italia nelle sue colonie, e agisce nel presente con piena coscienza della storia.

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