La Guida di Noisey al metal

Portare il black metal al cinema è un casino

È arrivato in Italia 'Lords of Chaos' e ci rivela che dietro agli omicidi, alle chiese bruciate e a una scena musicale incredibile forse c'erano solo dei ventenni gravemente disagiati.

di Andrea Bosetti
29 gennaio 2019, 11:04am

Tutte le immagini sono screenshot dal film.

Noisey presenterà la prossima proiezione italiana di Lords of Chaos a Seeyousound festival, a Torino, il 2 febbraio.

"La vita era facile, all’epoca: divertirsi, bere birra, suonare musica a volume altissimo. Poi è cambiato tutto”. Ecco cosa dice la voce narrante di Euronymous nel trailer di Lords Of Chaos, un film che arriva ad avere una presentazione ufficiale a un anno dal suo completamento, a dieci dall’annuncio, a ventuno dall’uscita del libro da cui è tratto e a quasi trenta dai fatti che racconta. Fatti che nel 2019 chiunque abbia anche solo un vago interesse di musica estrema conosce, su cui nel tempo sono stati spesi documentari, interviste, mostre, autobiografie, libri fotografici e chi più ne ha ne metta.

Allo stesso tempo, quello che nei primi anni Novanta era un movimento molto circoscritto, tenuto in piedi da qualche manciata di ragazzi disseminati per la Scandinavia e i loro amici di penna, è oggi una corrente globale comunemente accettata, con centinaia di migliaia di appassionati sparsi per il pianeta. E questo è il reale ostacolo che Lords Of Chaos deve affrontare. Perché per quelle centinaia di migliaia di appassionati il black metal non è solamente un genere musicale, ma un vero e proprio modo di intendere la vita, la morte e tutto quello che passa nel mezzo, e il pensiero di cosa possa farne Hollywood una volta messeci le mani sopra è semplicemente orripilante. Se poi si aggiunge il fatto che praticamente tutti i protagonisti (quelli ancora vivi) si sono più o meno coloritamente espressi a netto sfavore dell’intero progetto, impedendo l’utilizzo della propria musica all’interno del film, ecco spiegato il clima di diffusa ostilità nei confronti della produzione di Insurgent Media.

Ora che si avvicina anche la data di presentazione italiana, che si terrà sabato 2 febbraio a Torino nella cornice del SeeYouSound, ho finalmente potuto vedere il tanto famigerato lungometraggio per poter capire cosa ci fosse di sensato in tutte queste critiche preventive, e quanta invece fosse la solita psicosi metallara da non-provare-a-entrare-nel-mio-ghetto. Morale: c’è un buon mix di entrambe le cose, ma da metallaro devo dire che temevo molto peggio. La delusione, contro ogni aspettativa, arriva più dalle scelte prettamente tecniche e realizzative che dalla gestione di contenuti così “delicati”.

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Parto da queste ultime, che sono più facili: Jonas Åkerlund è un regista svedese di videoclip. Un ottimo regista svedese di videoclip, certo, sotto le cui mani sono passati i Prodigy, Madonna e addirittura gli Stones, e che i metallari conoscono da tempi non sospetti. Molti anni prima di dirigere quella magia di montaggio di “Pussy” e quell’orgia di corpi sudati di “Mann Gegen Mann”, ma soprattutto prima di abbandonare le patrie sponde e attraversare l’Atlantico, Åkerlund esordì con uno dei più grandi classici ottantiani underground: “Bewitched” dei Candlemass. Prima ancora, era stato il batterista dei Bathory sulla primissima produzione del progetto del compianto Quorthon. Insomma, uno che il metal l’ha vissuto sulla sua pelle molto prima di tanti dei suoi recenti detrattori. Chiarito questo, tuttavia, è innegabile che lo stile dello svedese sia tremendamente ipercinetico e patinato, perfetto per raccontare i doppi sensi dei Rammstein, molto meno per la narrazione di una storia estremamente complessa e fumosa, dove i confini tra fatti e “mitologia” popolare sono spesso sbiaditi. La fotografia plasticosa, i colori lucidi e la perenne sensazione che Åkerlund stia viaggiando col freno a mano tirato per alleggerire e asciugare il suo stile minano gli altrimenti buoni propositi del lavoro.

Oltre a questo, il casting è ben lungi dall’essere perfetto: Rory Culkin è più o meno credibile nelle vesti di Øystein Aarseth, o quantomeno è bravo a renderne il disagio, ma sprizza americanità da ogni poro, mentre Emory Cohen non è minimamente credibile nelle vesti di Varg Vikernes, anziché un fanatico destroide con delle convinzioni personali tanto forti quanto assurde, pare semplicemente un panzerottone allucinato deluso dall’incoerenza della figura cui si ispira inizialmente. Però la scelta di un ebreo per rappresentare un antisemita è una trollata notevole, ok.

Ultimo punto: la fretta con cui viene trattata tutta la prima parte di una storia che ridendo e scherzando si svolge lungo quasi un decennio non rende giustizia a praticamente nessuno dei personaggi al di fuori di Euronymous e Varg. Bård ‘Faust’ Eithun, batterista degli Emperor nonché colpevole dell’omicidio di Lillehammer dell’agosto ‘92, è poco più di una comparsa all’interno dell’Helvete, e quasi mai viene chiamato per nome. Lo stesso succede succede con Dead, della cui complessa personalità ho avuto modo di raccontare in passato, che nonostante sia nettamente il personaggio più riuscito finisce per essere sullo schermo per venti minuti scarsi prima di farsi esplodere la zucca. Il risultato da un lato è troppo facile e “tirato via” per chi questa storia già la conosce, dall’altro è assolutamente incomprensibile per chi a questo mondo è estraneo, che finirà per vedere solo una manica di ragazzotti disagiati con i capelli lunghi e vestiti di nero.

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Al netto di tutto questo, Lords Of Chaos risente solo e soltanto di limiti esogeni, su tutti l’ostracismo annunciato da parte più o meno di chiunque: dai Darkthrone ai Satyricon, senza manco andare a scomodare il caro vecchio Burzum, tutti si sono detti contrari alla produzione del film, e da sempre criticano aspramente lo stesso libro di Michael Moynihan. La conseguenza più ovvia e diretta è che nulla della musica di quei tempi può davvero essere utilizzata all’interno del film, e sono solo alcuni brevissimi stralci fanno capolino qua e là, tra una coltellata e una chiesa in fiamme. Una lama a doppio taglio: se a perderne è senza dubbio l’aspetto musicale del film, è altrettanto vero che LoC finisce così per dedicare tutta la propria attenzione ai personaggi, mettendo da parte quell’aura mitologica di cui sono andati rivestendosi con il passare degli anni. E il risultato, beh, è abbastanza impietoso. Perché possiamo stare qui a discutere quanto vogliamo della grandezza di Burzum e Hvis Lyset Tar Oss (che comunque Åkerlund non può mai farci sentire), dell’importanza seminale di Deathcrush e del Live In Leipzig (di cui a onor del vero vediamo una ricostruzione abbastanza divertente), ma quello che troppe volte noi adepti del kvlto metallico abbiamo perso tra le piaghe del tempo è la consapevolezza, la reale contestualizzazione di questa storia.

Dead era un ventiduenne che soffriva di depressione acutissima, Varg un antisemita che stava cercando un modo per veicolare il suo pensiero suprematista ariano in formazione, Faust un sociopatico che non ha mai provato rimorso per aver assassinato un uomo a sangue freddo con un coltello, ed Euronymous, beh, un ragazzo di buona famiglia che cercava un modo per sfogare la sua rabbia adolescenziale. Soprattutto: erano tutti ventenni. Ragazzini con dei disagi enormi che anziché essere aiutati da qualcuno di più grande, esperto e preparato alla vita di loro, hanno fatto gruppo, si sono fatti forza tra loro vestendosi di nero e insultando la Chiesa, continuando ad alzare la pressione finché la pentola non è scoppiata. In questo senso Lords Of Chaos centra in pieno l’obiettivo: dare un’immagine di questi ragazzi che non sia irrispettosa, ma che li dipinga per quello che sono. Problematici, inesperti, ma soprattutto inconsapevoli. La famosa intervista concessa al Bergens Tidende che ha portato poi alle incarcerazioni per i roghi delle stavkirke, la perenne indisponibilità economica dell’Helvete, le interviste contro tutto e tutti in cui Euronymous parlava bene solo dei suoi amici, sono tutti esempi lampanti di quanto questi ragazzi non dimostrassero poi questa fede incrollabile in Lucifero, ma più che altro non avessero una reale idea di ciò che stavano facendo. Dal truccarsi come panda urlando “Pure Fucking Armageddon” sono arrivati ad ammazzare scoiattoli, poi a fare a pezzi le bibbie, poi a dare fuoco alle chiese, poi a uccidere altri esseri umani, in un’escalation assolutamente insensata, finendo per essere vittime e al contempo colpevoli dei propri stessi personaggi.

Qui sta il più grande merito di Lords Of Chaos, un film discreto, ma molto più onesto di quanto Varg vorrebbe: mettere in prospettiva una leggenda e i suoi protagonisti. Umanizzarli, certo con inevitabili limiti e lacune, e metterli su schermo con tutte le loro contraddizioni, ma senza giudicarli. Perché sono i fatti a parlare. Non serve il filtro di alcun regista per prendere posizione in merito a degli atti vandalici che certo non erano supportati da nessuna particolare ideologia. Non serve un’analisi autoriale di sorta per capire che quando dei ventenni arrivano a spararsi in testa o ad accoltellare gli amici sulla tromba delle scale, la musica è solo una piccola parte di un disagio ben più grande, che nemmeno il caro vecchio Satana poteva alleviare.

Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine. Seguilo su Instagram.

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