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televisione

'Il Collegio' è un ottimo test per capire se hai dimenticato cosa vuol dire essere adolescenti

Nel voler stuzzicare gli adulti mostrando tutti gli stereotipi possibili sugli adolescenti, il programma Rai talvolta ottiene il risultato opposto.

di Lorenzo Fantoni
27 febbraio 2019, 7:46am

Screenshot via YouTube.

Da un paio di settimane sulla Rai è iniziata la terza stagione de Il Collegio, ovvero quel programma basato sul prendere un gruppo di ragazzi, selezionando quelli che rafforzano ogni possibile stereotipo sui “giovani che non hanno più valori e pensano solo al telefonino,” metterli dentro un collegio in cui devono seguire i ritmi e l’educazione di cinquant’anni fa e farti godere lo spettacolo.

Tecnicamente sarebbe un reality, ma è una classificazione decisamente indulgente per uno show in cui le telecamere—guarda caso!—seguono i ragazzi proprio nei momenti in cui cercano di rubare i telefoni dalla stanza dei sorveglianti o decidono di combinare qualche scherzo.

La routine delle puntate è sempre più o meno la stessa: i ragazzi vengono svegliati la mattina con un campanaccio, si vestono sbuffando e dopo colazione seguono le lezioni o fanno altre attività in cui generalmente viene mostrato quanto non sappiano niente e siano irrispettosi degli adulti. Segue poi una parte in cui a mensa mangiano con disgusto piatti tradizionali tipo testa di vitello, fegato e altri viscere, fanno qualcosa di sbagliato e il preside minaccia punizioni ed espulsioni. Qualcuno piange, qualcuno si arrabbia, qualcuno ottiene buoni voti e poi si ricomincia.

Questa edizione si svolge durante il ’68, che però resta sullo sfondo, raccontato in brevissimi spezzoni di video dell’epoca accompagnati dalla rassicurante voce di Magalli. L’unica vera novità rispetto alle stagioni precedenti, oltre a un insegnante di inglese con forte accento statunitense, è rappresentata dal professore d’arte (Alessandro Carnevale, artista savonese con un curriculum internazionale di tutto rispetto). Modellato sulla figura di Robin Williams ne L’Attimo Fuggente, il professore invita i ragazzi a strappare le pagine dei libri, esternare i propri sentimenti ed esprimersi col disegno, in netta opposizione con altre figure più rigide come l’insegnante di scienze, il preside e i sorveglianti.

Sul fronte degli alunni e delle alunne il panorama non si discosta troppo da ciò che potresti trovare anche facendo un casting tra persone di vent’anni più grandi: amanti di Instagram, ragazzi in cerca di facili conquiste, mammoni, spiriti idealisti, ribelli, gregari e tutto il campionario che ognuno di noi ha vissuto in prima persona nell’ecosistema scolastico.

Anche questa stagione, inoltre, è chiaramente pensata per stuzzicare i più bassi istinti di chi normalmente pubblica in maniera non ironica il proprio buongiorno su Facebook, mentre vista con occhi più giovani mostra l’autorità come qualcosa di assurdo, illogico e imposto. Insomma, nel suo gusto per le idee più reazionarie, Il Collegio resta un test valido per capire se stai invecchiando malissimo e ti sei dimenticato cosa voglia dire essere un adolescente o se al contrario sei rimasto troppo sotto con gli anni del liceo.

Ma dietro questo tentativo di inasprire la classica lotta tra vecchio e nuovo, tra giovane e anziano, possiamo comunque imparare qualcosa, pur filtrato dalla finzione televisiva.

La prima e più importante tra le lezioni è che se c’è un’età in cui si ha diritto a essere stupidi è proprio l’adolescenza, perché ci saranno un sacco di anni dopo per essere tutt’altro. La seconda è che crescere è un casino, lo è sempre stato e sempre lo sarà e che in molti casi il trucco e l’atteggiamento strafottente sono corazze necessarie per affrontare il mondo, gestire la pressione sociale, nascondere traumi e andare avanti.

I momenti migliori de Il Collegio sono infatti quelli in cui i ragazzi smettono di recitare (oppure sono veramente bravi) e parlano di sé, delle proprie aspirazioni, angosce e problemi. Fossi un genitore questa sarebbe probabilmente la parte in cui smetterei di ridere perché una ragazzina non sa a memoria una poesia di Pascoli e cercherei di capire se qualcosa di simile sta succedendo anche in casa mia. Sto ascoltando abbastanza mio figlio? C’è qualcosa che magari vorrebbe esprimere? Lo sto aiutando nel modo giusto nel suo percorso?

Dietro la superficialità sbandierata dal montaggio di ogni puntata, dietro il finto dramma di scherzi e punizioni decise a tavolino, che puntano soprattutto a confermare l’idea di una gioventù insofferente alle regole, ossessionata dalla tecnologia e dall’apparire, si nasconde una complessità che fatica a emergere, come se nessuno chiedesse mai a questi ragazzi come stanno e non avesse mai tempo per ascoltarsi e ascoltare.

I maschi, in particolare, sono interessanti, perché da una parte vorrebbero aderire a un modello comportamentale che li vuole sbruffoni, tosti e sicuri di sé, ma se comparati alla maggior parte delle loro coetanee sono fragili come cristalli.

Forse per questo il programma, pensato per prendere in giro e criticare i ragazzi, piace soprattutto a loro (anche se inserire una influencer da 400.000 follower tra gli alunni, Alice De Bortoli, ha di sicuro aiutato). Perché nel bene e nel male riesce a raccontarli, sia quando ci mostra un quattordicenne la cui voce da adulto cozza con i pensieri e i modi di un bambino, sia quando ci racconta traumi nascosti, ansia per il futuro, desiderio di trovare un proprio posto nel mondo e incapacità di comunicare.

Elementi che dall’altro lato fanno crollare ogni parvenza di serietà a questo “esperimento sociale”, per usare una parola molto in voga di questi tempi. Il Collegio è fin troppo benevolo rispetto a un passato che probabilmente era fatto di punizioni corporali, bullismo, repressione dei sentimenti e annientamento della personalità, concedendosi solo una lieve accenno al sessismo delle ragazze che lavano i calzini e imparano a cucinare mentre i maschi riparano la ruota di una Vespa e aggiustano una lampadina.

Tanto per dire, certi momenti di introspezione non sarebbero mai e poi mai venuti fuori in una scuola di cinquant’anni fa, che di certo non era interessata (e credo non lo sia molto neppure oggi) a capire, ma solo a darti nozioni che in alcuni casi non saranno poi così utili per prepararti alla vita.

Eppure, e non so se sia l’allontanamento forzato dai telefoni, un copione ben scritto o cosa, è evidente che nella sua ricerca del dramma e del rafforzamento degli stereotipi Il Collegio può ottenere anche l’effetto opposto: trasformare presunti adolescenti stupidi e superficiali in esseri umani complessi e lontani dallo stereotipo.

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