james blake assume form
Fotografia promozionale di Amanda Charchian.

Come James Blake ha fatto incontrare rap, elettronica e indie

Artisti come Kendrick Lamar, Jay Z e Travis Scott lo hanno scelto per i loro album, ma c'è qualcosa di incompiuto nella sua carriera e nel suo nuovo disco.
Simone Zagari
Milan, IT
23.1.19

Come siamo passati da questo a questo? Un nuovo album di James Blake è sempre una notizia che catalizza l’attenzione: l’industria musicale va in subbuglio, le notizie si susseguono, i suoi fan perdono la testa. Fin qui, nulla di strano. Ciò che mi ha colpito dopo l’annuncio del nuovo Assume Form, però, è stata la massiccia copertura riservatagli da testate che in generale si occupano di cultura black, quindi ben lontane dall’art-pop a cui comunemente è associato il cantautore inglese. Questo insolito accostamento è stato poi consolidato dalla pubblicazione della tracklist: Travis Scott, Metro Boomin, André 3000, Rosalía e Moses Sumney, questi i featuring di un lavoro che si preannunciava più “rap” di quanto si potesse immaginare. Tutto ciò, comunque, non dovrebbe sorprendere. Analizzando l’ormai decennale carriera di Blake, infatti, è possibile rintracciare i segnali che hanno gradualmente avvicinato il suo delicato pop elettronico alla musica nera. Quel che è lecito chiedersi, oggi, è se questa unione sia felice o meno. Ma andiamo con ordine.

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Le radici della carriera di James Blake affondano nell’elettronica sperimentale, quella fatta di ritmi storti, voci pitchate e atmosfere malinconiche dei quattro EP – Air & Lack Thereof, The Bells Sketch, CMYK e Klavierwerke, tutti pubblicati tra 2009 e 2010 – che gli sono valsi l'etichetta di enfant prodige, consacrata neanche un anno dopo con l'omonimo LP di debutto. James Blake (2011) è un disco che mette subito tutti d'accordo con sincerità e delicatezza, in punta di piedi.

È il disco giusto al momento giusto, il perfetto sottofondo musicale per le vite di ventenni trincerati dietro a monitor e cuffie: melodie avvolgenti e vuoti silenzi si alternano costantemente, unendo in un abbraccio la solitudine del compositore e quella del fruitore. Tastiere, beat ridotti all’osso, silenzio e voce: non serve altro. E proprio l'utilizzo della voce rappresenta il primo grande punto di svolta nella sua carriera: da producer a figura più completa, con uno sguardo verso un certo tipo di (art-)pop e un sentimento R&B sempre latente, ma fondante. L'impatto del lavoro è enorme, tra cloni senza talento e foto-profilo-con-il-viso-sbiadito-in-movimento che impazzano sui social. Ma è talmente grande che Blake non è mai stato in grado di ripetersi.

Nei successivi Overgrown (2013) e The Colour In Anything (2016), infatti, la formula del successo diventa gabbia per l’artista che, ormai incapace di esplorare nuovi territori con coraggio, si adagia nella propria zona di comfort. A parte qualche raro episodio ("Retrograde", "I Need A Forest Fire") le modalità compositive si ripetono e le tracce non sono memorabili: tutto suona ben fatto, ben confezionato, ma altamente prevedibile e spesso poco stimolante. Dall’uscita di Overgrown, però, è possibile rintracciare i primi semi dell’interesse esplicito di Blake per il rap, sbocciati con la collaborazione di RZA in "Take A Fall For Me". Interrogato riguardo questo featuring, allora alquanto bizzarro, James svela: "Ogni volta che ho prodotto un pezzo, l'ho sempre fatto seguendo una forma-canzone hip-hop. Quella dei Wu-Tang, di D'Angelo, di Lauryn Hill. È roba che ho sempre ascoltato".

Se nel 2013 la presenza del leader del Wu-Tang Clan in un disco di James Blake desta curiosità, negli anni a venire è facile perdere il conto delle volte in cui l’universo Blake viene a contatto con quello black: "Life Round Here" con Chance The Rapper, "MaNyfaCedGod" con Jay-Z, “Forward” con Beyoncé, “0 to 100 / The Catch Up” con Drake, “Stop Trying To Be God” con Travis Scott; senza poi contare le sole produzioni tra cui “ELEMENT.” per Kendrick Lamar, “Solo” e “Godspeed” per Frank Ocean, “Big Time” e “War Ready” per Vince Staples. La consacrazione finale è ottenuta partecipando alla colonna sonora del film-evento Black Panther (2018) – emblema dell’orgoglio e della rivalsa afroamericana – in ben due tracce, “King’s Dead” e “Bloody Waters”, che lo vedono in studio con K-Dot, Future, Jay Rock, Anderson Pack e Ab-Soul. Queste variopinte collaborazioni con i nomi di spicco del rap potrebbero far presagire un’importanza ormai massiccia di James nella scena, ma non è la pura verità. In tutti questi featuring il suo ruolo è quasi sempre marginale, poco più che accessorio: interludi, intro, outro, qualche doppia voce su un ritornello. Fantastici gettoni di presenza, certo, ma che non spostano mai gli equilibri.

In questo senso Assume Form avrebbe potuto essere un trampolino, una nuova svolta capace di rivelare un James Blake ormai in grado di maneggiare il rap a proprio piacimento per tornare a realizzare, finalmente, qualcosa di nuovo. Ma così non è stato. Gli unici due episodi in cui ciò accade – e non a caso gli unici due episodi davvero degni di nota nel disco – sono “Mile High”, con un beat rallentato firmato Metro Boomin su cui si posa un bel dialogo all’autotune tra Blake e Travis Scott, e “Barefoot In The Park”, con l’apporto della voce suadente di Rosalía e di tutto il suo microcosmo di elementi latini; in “Where’s The Catch”, poi, c’è un André 3000 che fa l’André 3000 e manda a casa tutti in un minuto, ma il resto sfugge via incolore. I pezzi privi di collaborazioni sono il classico, ultimo, James Blake: pacatezza e pulizia, canzoni d’amore al profumo di synth convenzionali e beat minimali che probabilmente lasceranno poco sulla lunga distanza, e che poco o nulla c’entrano con la “hip-hop song form” a cui accennava qualche anno fa. Sembra che un arricchimento reciproco e “di rottura” tra il pop odierno del musicista, le sperimentazioni elettroniche delle origini e le continue fascinazioni hip-hop sia impossibile: vicini, sì, ma senza mai compenetrarsi del tutto – purtroppo. Sarebbe stato bello vedere l’estro audace del James Blake di dieci anni fa maneggiare la trap per andare oltre, per lanciare il sound del presente direttamente nel futuro, di nuovo. L’enfant prodige, però, è ormai cresciuto e oggi è un cantautore pop con un suo stile ben preciso, riconoscibile tra mille, ma che non sa più sorprendere. Ascoltando Assume Form è comunque possibile rintracciare qualche guizzo creativo, qualche appiglio per sperare che una seconda giovinezza artistica possa sempre essere dietro l’angolo. Simone è su Instagram. Segui Noisey su Instagram e su Facebook.