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La storia del Crack! festival secondo i suoi protagonisti

'Crack! Fumetti dirompenti' non è solo un festival di fumetti. Arrivato alla sua 13esima edizione al Forte Prenestino, abbiamo parlato di presente, passato e futuro coi suoi organizzatori.
22 giugno 2017, 8:54am
Una delle edizioni passate del festival. Tutte le foto di Federica Tafuro.

È difficile descrivere il Crack! in termini classici, perché è misto tra un festival di fumetti, un esperimento di autoproduzione, un'esposizione, un camping, un meeting e una festa sotterranea—dato che si concentra quasi tutto nei tunnel del Forte Prenestino di Roma, che dalla sua occupazione nel 1986 è considerato lo spazio autogestito più grande d'Europa. Per comodità, potremmo semplicemente dire che il Crack! Fumetti dirompenti è una produzione collettiva che rende il tutto maggiore della somma delle parti.

Dato che recentemente dal Forte e dal Crack! sono uscite varie pubblicazioni—da Fortopìa, un libro autoprodotto fatto di documenti e racconti sui trent'anni di autogestione del Forte a La Rabbia, una raccolta di fumetti di autori e autrici orbitanti attorno al Crack! come Hurricane, Ratigher e Zerocalcare—e che la tredicesima edizione del festival si apre proprio oggi, ho pensato di fare un po' di domande ad alcuni dei suoi protagonisti.

I prescelti sono stati Valerio Bindi e Primosig, organizzatori storici dell'evento, con cui abbiamo parlato del passato, presente e futuro del festival e dei fumetti.

VICE: Il Crack! è arrivato alla sua tredicesima edizione: come avete visto cambiare il festival in tutti questi anni?
Valerio: Andiamo avanti a trilogie: da quella dell'arte al popolo (Panther/On/Hatelove) a quella della distruzione (Apocalisse/Genesi/Orda) è seguita quella della creazione (Capitale/Crack-land/Coyota). Ora ci prepariamo al prossimo trio che porta al giro di boa dei quindici anni. Per come lo vedo, è un percorso di rilettura delle fasi dell'underground e dell'autoproduzione visti dai sotterranei del Forte Prenestino. In generale poi credo che i temi di Crack!, più che illustrati, siano in primo luogo sentiti dagli artisti.
Primosig: Una panoramica su questi 13 anni sarebbe lunghissima. Cercando di essere sintetici, credo si possa dire che c'è stata una fase iniziale di tributo ai vecchi maestri dell'underground, servita a saldare i conti col passato e allo stesso tempo creare una rottura. Poi sono arrivati gli anni della sperimentazione selvaggia, in cui il linguaggio del fumetto ha proliferato ben oltre le pagine di un potenziale albo per manifestarsi attraverso stampe, illustrazioni, animazioni, istallazioni, performance, allestimenti, serigrafie... Forse l'edizione che ha sancito questo passaggio è stata quella del 2011 sul 3D, in cui migliaia di astanti hanno vagato per i corridoi sotterranei del Forte inforcando occhialetti con le lenti colorate. Invece le ultimissime edizioni hanno visto un ritorno della narrazione a fumetti che, partendo da formati più familiari, si abbandona alla ricerca sempre spericolata di forme e contenuti.

Se pensiamo al settore del fumetto in questi anni recenti, ma in generale a tutta l'editoria, il digitale ha sicuramente contribuito molto a cambiare le abitudini di produzione e distribuzione delle opere, così come ha contribuito a creare possibilità di incontro tra artisti, editori, lettori… In questo scenario mi è sembrato che un festival come il Crack voglia comunque conservare uno spirito "all'antica", nell'estetica e nelle modalità di produzione.
Valerio: Siamo convinti che lo spirito rude del fumetto sia negli inchiostri e nell'odore della carta, e che la struttura del fumetto sia ancora topologica, spaziale. Poi che le narrazioni si sviluppano ormai fortissimo sulla rete è vero, ma nessuna forma digitale può costruire quell'orgia, quella ubriacatura di visioni che Crack! produce: se vogliamo che qualcosa aggredisca gli occhi deve passare attraverso tutti i sensi e tutte le forme reali.
Primosig: Io credo che il fumetto sia la cosa che meno è stata intaccata dal digitale, e questo discorso vale ancora di più per le autoproduzioni, dove c'è una dimensione quasi di artigianato.

Il tema scelto quest'anno per il festival è "la divinità femminile e transgender", e il simbolo "la Coyota". Questo sta ad indicare un appoggio attivo ai vari percorsi intrapresi qua e là nel mondo per i diritti (penso a Ni una menos, agli Stati Uniti, al Lotto Marzo in Italia)? Pensate che il mondo del fumetto possa portare un contributo comunicativo e di immaginario a queste istanze?
Valerio: Certo, oggi più che mai il fumetto indipendente è legato ai temi di questo movimento, e non parlo solo delle donne che fanno fumetti, che pure sono una parte importante: c'è tutta una parte che lavora al di là dei generi e delle finzioni per cercare di formare immaginari e rappresentazioni di identità diverse e mutanti. Come la Coyota appunto, trickster del deserto e divinità rebelde e creatrice.
Primosig: In più, questi percorsi che nomini sono anche movimenti che ribadiscono l'indipendenza e la radicalità di certe istanze di fronte a un discorso mainstream che negli ultimi anni utilizza sfrontatamente una retorica pseudo-femminista più che altro con lo scopo di assorbire il maggior numero possibile di differenze all'interno di un conformismo dalla facciata variopinta, ma che mi sembra molto più profondo e inquietante di quello con cui siamo cresciuti e a cui siamo abituati a puntare il dito. Credo che l'edizione di quest'anno porterà invece come contributo un'esplorazione esplosiva e incontrollabile di questo campo dal punto di vista dell'immaginario.

Questo è il primo Crack organizzato a seguito della pubblicazione de La Rabbia. Che bilancio fate di questo progetto? Come è stato produrre un lavoro collettivo, e che influenza ha avuto il festival in questa produzione?
Valerio: Il festival tramite Fortepressa, la nostra produzione indipendente di carta stampata, è stato direttamente coinvolto nella creazione e stesura del libro. Quanto al libro vero e proprio, abbiamo voluto trovare una strada diversa da quelle che il mondo del fumetto offre per far arrivare le narrazioni e i disegni del nostro network. Nell'incontro su La Rabbia che faremo sabato 24 presenteremo più che il libro la sua versione integrale scaricabile liberamente online.

Come previsto dalla licenza in Creative Commons, il libro è uno strumento di narrazione, ma soprattutto di condivisione e un'opera aperta, liberamente ripercorribile. Non si è trattato di trasferire all'editoria di massa gli autori e i metodi del nostro mondo, ma al contrario di cavalcarne la distribuzione per portare su quel campo le nostre forme e i nostri modi.
Primosig: Quando i curatori di Einaudi Stile Libero si sono chiesti dove fosse il mondo del fumetto underground in Italia hanno trovato la risposta dentro il Crack!, quindi in questo senso il festival è stato fondamentale. Ci sono voluti molti anni, ma l'editoria mainstream ha inevitabilmente dovuto fare i conti con questo percorso. Loro poi sono dovuti venire a patti col nostro modo di fare le cose, anche se questo credo faccia anche parte di un processo molto più vasto che vede tutti i media costretti a dover attingere a realtà indipendenti per poter trovare linfa vitale per andare avanti.

Succede nell'editoria ma anche nel cinema, nella televisione etc. e ovviamente l'impatto del web è stato, nel bene e nel male, dirompente. La Rabbia è un tassello di questa storia che ha ottenuto un risultato incredibile dal punto di vista delle copie vendute, ma credo sarebbe ancora più importante se si rivelasse un esperimento utile per trovare una via per non farsi prosciugare dal mainstream senza rinunciare a uscire dai propri canali e vedere cosa succede.

Oltre al Crack sono nati e stanno nascendo continuamente nuovi festival del fumetto e delle autoproduzioni: mi riferisco al BordaFest di Lucca, al Ratatà di Macerata, Inchiostri Ribelli, Combat Comics, e al recente Ue' di Napoli e Ole' di Bologna. Cosa ne pensate?
Valerio: La rete dei festival è il punto centrale del progetto del nuovo Crack!, e tutte queste realtà condividono una base programmatica forte: autoconvocazione, partecipazione senza pagamento e senza selezione. Al momento rispecchiano anche il progetto di Crack! di abolizione del prezzo e di trasformazione della vendita in dono.

Crediamo che questo sia l'unico modo per rimettere in circolo l'energia più forte e disponibile, quella che ci permette di dare vita a tutti questi festival ogni anno: l'energia di un pubblico sano, colto, attento e ferrato che ci conferma che stiamo lavorando verso una responsabilità condivisa nella produzione dei nostri progetti, libri concreti o immaginari che siano. Ci vuole un Crack! in ogni città, per una fame culturale che le strutture progettate con i canali ufficiali non riescono a saziare.
Primosig: Assolutamente sì, ed è fantastico che questo modello "organizzativo" anti-produttivo diventi riproducibile in posti diversi in barba alla logica del lavoro canonico. Secondo questa logica questi festival non sarebbero sostenibili, non dovrebbero esistere, eppure eccoli li che aumentano di numero e di dimensione.

Per concludere, ci sono progetti per il futuro? Quale pensate possa essere oggi la direzione del Crack?
Valerio: La forza dei movimenti che quest'anno hanno scosso il pianeta ci mostrano che se non stiamo facendo ora la rivoluzione, è comunque necessario non smettere di disegnarla, per spostare il paletto un po' più in là. Questo sarà l'obiettivo della nostra prossima trilogia.
Primosig: Se mi dovessi augurare una direzione, vorrei che Crack! uscisse sempre più fuori dai suoi confini di spazio e di tempo per diventare un modo di fare cose eccitante e riproducibile. Crack! è la dimostrazione vivente che non è vero che per creare un ambiente stimolante, amichevole e allo stesso tempo fare una "roba grossa" servono capitali, autorizzazioni, burocrazia e chissà che altro.