Coronavirus

Cosa possono insegnarci sul nostro presente (e futuro) le grandi epidemie del passato

La peste Antonina, la peste nera, la spagnola, l'HIV: negli ultimi 3000 anni gli esseri umani si sono confrontati con almeno altre 13 grandi pandemie. Cosa possono insegnarci?

di Niccolò Carradori; illustrazioni di Giovanni Spera
30 marzo 2020, 8:30am

Illustrazione di Giovanni Spera.

La peste antonina, la peste nera, la spagnola, l'influenza di Hong Kong, l'HIV: negli ultimi 3000 anni gli esseri umani si sono confrontati con almeno altre 13 grandi epidemie oltre a quella da coronavirus. E spesso questi eventi catastrofici sono stati seguiti da cambiamenti sociali, politici e percettivi.

Sorge spontaneo a molti cercare di comprendere, attraverso la storia, cosa dovremmo aspettarci dal futuro prossimo. La nostra società subirà dei mutamenti? Ci sarà una spinta al progresso, o una crisi? È un riflesso culturale comprensibile, ma è complicato predire gli scenari che ci attendono come se stessimo rimettendo insieme dei cocci, perché gli eventi sono sempre imprevisti e legati a nuovi fattori. Possiamo, però, estrapolare dalla storia alcuni aspetti rilevanti, aree di cambiamento e analisi.

Ne ho parlato con Barbara Gallavotti—biologa, giornalista scientifica e autrice del libro Le grandi epidemie, in cui si ricostruiscono la storia e l'impatto delle grandi epidemie affrontate dall'uomo, e si fa il punto sul modo in cui si è evoluta, e si dovrebbe evolvere, la reazione dell'uomo ad esse.

Un primo aspetto che dovremmo tenere presente del modo in cui il COVID-19 si incasella nello storico rapporto dell'uomo con le pandemie, secondo Gallavotti, è il mutamento delle reazioni degli esseri umani a certi tipi di malattie. "Dobbiamo capire che la situazione odierna non è paragonabile a niente di quello che abbiamo vissuto, perché stavolta la nostra risposta è stata infinitamente più rapida. Non serve andare a pescare nel passato remoto, basta pensare allo scoppio dell'emergenza HIV negli anni Ottanta," mi dice. "Ci mettemmo quattro anni per identificare l'agente infettivo, e sei per arrivare ai primi farmaci. Dall'individuazione del primo caso di COVID-19, quando si è manifestata la malattia, al sequenziamento completo del materiale genetico del virus, non è passato neanche un mese."

È importante tenerlo presente, secondo Gallavotti, perché questo rispetto al passato ci dimostra quanto sia importante continuare ad investire pesantemente nella ricerca. Che negli ultimi anni è stata spesso rallentata da fattori economici: se c'è una cosa che questo virus ci sta insegnando in relazione al passato, è che non si dovrebbe rinunciare al progresso per ragioni di soldi.

Il fatto che abbiamo mezzi più potenti, però, non deve distoglierci dalle nostre priorità. In questi mesi abbiamo assistito a diversi dibattiti sulla nostra percezione della morte e come questa sarebbe cambiata nel corso dell'ultimo secolo, sui vantaggi che abbiamo rispetto alle vecchie pandemie, e sul fatto che il mondo è così spaventato perché i nostri standard di vita sono aumentati. "È un discorso potenzialmente deleterio, perché può spingere molti a sottovalutare l'emergenza attraverso vari meccanismi. C'è un aspetto del passato che si sta ripresentando in parte, ovvero la categorizzazione dei malati. Oggi diciamo 'colpisce gli anziani', come un tempo molti sostenevano che l'HIV colpisse solo omosessuali e tossicodipendenti. Questo alleggerì l'allerta, e provocò molti più morti. È vero che il Covid-19 colpisce maggiormente certe fasce di età, ma questo non cancella l'esistenza di un rischio."

La comunicazione, in questo senso, deve fare la differenza. Come mi spiega Gallavotti, è dimostrato che gli errori fatti ai tempi dell'Influenza Spagnola—che tra il 1918 e il 1920 fece oltre 50 milioni di morti su una popolazione mondiale di 2 miliardi—abbiano aggravato di molto la situazione. "In Europa la portata dell'evento venne inizialmente coperta dal primo conflitto mondiale, ma anche nelle recrudescenze avvenute negli Stati Uniti ci sono stati esempi di comunicazione deleteria. In alcuni stati le autorità cercarono di minimizzare la cosa, e i contagi salirono. A San Francisco invece si tenne una linea di trasparenza, e si ebbero molte meno ricadute sul tessuto sociale." La storia, insomma, ci insegna che la trasparenza totale in fatto di epidemie paga molto di più. Un'evidenza che appare banale soltanto a chi non ha ascoltato i vari discorsi di molti leader occidentali in quest'ultimo mese.

Quando si parla di epidemie, poi, si tenta sempre di comprendere come mutano le società una volta che le emergenze passano. A volte sono state causa di crisi, altre volte i risultati catastrofici hanno fornito appigli per ripensare certe dinamiche sociali. È noto, ad esempio, che le epidemie che furono parte della Crisi del Trecento, crearono un così vasto vuoto nella forza lavoro da consentire a molti di rivendicare salari più onerosi. Alcuni sostengono che quelle spinte furono addirittura parte del meccanismi che portarono al Rinascimento. "Noi fortunatamente non siamo, e non saremo in quella situazione. Però certe emergenze spingono sicuramente alla riflessione."

Si è parlato molto in queste settimane degli effetti che la globalizzazione, l'inquinamento, e i vari sistemi sanitari a confronto hanno avuto sul virus, ad esempio. "Secondo me," sostiene Gallavotti, "è difficile capire cosa succederà, semplicemente perché ancora non sappiamo come ne usciremo. Mi sembra improbabile che venga messa in discussione la globalizzazione, e la facilità con cui le persone si spostano. Perché gli agenti infettivi si spargevano nel mondo anche prima di essa: la peste del Trecento è nata in Asia ed è arrivata in Europa proprio come adesso. Io vorrei, piuttosto, che si accentuasse l'attenzione sugli effetti disastrosi che ha la penetrazione forzata dell'uomo nei meccanismi naturali. Tutte le grandi epidemie sono partite da contagi animali, e dobbiamo capire che la pervasività dell'uomo nella natura non danneggia solo l'ambiente: mette a rischio anche noi."

Poi c'è l'aspetto economico. "La presenza di uno stato sociale, che garantisce cure a tutti, è fondamentale. Una conquista che insieme allo sviluppo tecnologico sta facendo la differenza rispetto al passato. Altri paesi non hanno il nostro sistema, e non sappiamo quello che può succedere. La sanità pubblica, insomma, assume un'altra ottica."

L'ultimo punto di riflessione riguarda l'impostazione sociale delle nostre priorità. Una percezione che potrebbe cambiare. "Come dimostra da sempre la lotta alle pandemie, uno dei problemi degli esseri umani è che sono troppo focalizzati sulle questioni a breve termine, e rimandano continuamente quelle sul lungo periodo. La pericolosità delle pandemie per il mondo contemporaneo, che in molti avevano sottolineato già ai tempi della Sars e dell'influenza suina negli anni Duemila, non era una profezia. Era un'analisi basata su dati. Questa situazione ci sta mettendo di fronte a una serie di evidenze riguardo alle rinunce che stiamo facendo per combatterla: spero che da questo setaccio saremo in grado di individuare le priorità."

Le lezioni che le pandemie del passato ci lasciano riguardo al Covid-19, insomma, riguardano soprattutto conquiste che stavamo dando per scontate alla vigilia dell'epidemia, e che si stanno dimostrando fondamentali per non trasformare il virus in qualcosa di ben peggiore.

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