L'Italia come non la raccontereste ai vostri figli

"Se ci ripenso adesso mi rendo conto che i problemi sono cominciati prima ancora che arrivassi sul luogo del primo reportage." Ovvero, come Quit è arrivato a Quitaly e ci ha fatto un libro.

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30 maggio 2014, 8:41am


Non andate al fuori Salone, ci siamo già stati noi.

Se ci ripenso adesso mi rendo conto che i problemi sono cominciati prima ancora che arrivassi sul luogo del primo reportage. Roma, un venerdì notte, io e Markus, il fotografo di quell’incarico e di molti degli altri che sarebbero seguiti, stavamo in piedi mentre un poliziotto scrutava dentro la nostra macchina con una torcia. Non era molto amichevole. Il problema era che la nostra auto, guidata da Markus, aveva infilato una corsia dei tram rischiando di far collassare la già precaria viabilità capitolina. L’altro fatto, ugualmente non benagurante, è che eravamo sbronzi. Visibilmente sbronzi. Colpa di un numero imprecisato di cocktail consumati in una San Lorenzo che fra torme di spacciatori, buttafuori e fuorisede assomigliava alla Libia della guerra civile ma con più deodorante axe e rimesse genitoriali.

E ora fosche nubi a forma di ritiro di patente e di lunghe frequentazioni del Sert si ammassavano al traballante orizzonte del buon Markus. Peggio ancora: senza macchina il mio amico avrebbe rischiato di perdere il lavoro. Insomma, si metteva male. Così male che per salvarlo mi ero dovuto giocare l’unica carta possibile, mi ero stretto nel professionale cappotto nero (con le tasche bucate ma questo lo sbirro non poteva saperlo) e avevo fatto filtrare che eravamo giornalisti arrivati nella capitale per una certa manifestazione politica del giorno seguente.


Questa: il declino dell’impero del botox.

Lo avevo detto quasi sussurrando per evitare che l’anima alcolica del mio fiato mettesse in moto le più ovvie fra le sinapsi del poliziotto. C’è anche da dire che non avevo ancora il tesserino e se me l’avesse chiesto avrei dovuto farfugliare la classica sequenza del disonore—ovvero: “freelance”, “precario” “ok praticamente disoccupato”—per poi chiudermi a riccio di modo da non sentire le risate a cui sarebbero sicuramente seguiti gioiosi e impuniti colpi di manganello sul costato e urla come “questo è quello che succede a mettere a rischio il traffico tranviario senza avere alle spalle un grosso gruppo editoriale!”

Invece il poliziotto mi aveva chiesto dove alloggiavamo e gli avevo dato un indirizzo in un quartiere bene di Roma nord, senza specificare che stavamo sul divano a casa di gente conosciuta su internet. Era bastato questo.

Era il rivoltante potere della stampa, dei cappotti seriosi e dei quartieri dei ricchi, ma se proprio era necessario usarli per permettere a un amico di superare in tromba file di persone al Sert e sfrecciare sulla via della libertà, be' l’avrei fatto, anche se questo mi sarebbe costato la candidatura con la lista Tsipras.


Il Rave delle osterie ama il papa.

Sarebbe potuto finire tutto quella sera e invece quello fu solo l’inizio di un anno folle. Successe che il giorno seguente l’invasione di corsia, andammo alla manifestazione e il pezzo che ne uscì qui su VICE andò bene, cosa per cui non sarò mai abbastanza riconoscente a lettori. Da lì in poi me ne chiesero altri. Un sacco di altri.

Così nei mesi seguenti mi sarei ritrovato prossimo al coma etilico nel cesso di un club techno in Salento mentre il mio fotografo svuotava il frigo di Kevin Saunderson e l’aria era piena di autodeterminazione al sapore di frisella.


Il Salento è la nuova riviera romagnola.

Avrei attraversato il centro città di Lucca straripante di geometri vestiti da cavalieri dello zodiaco e commesse travestite da principesse dei cartoni giapponesi,


Tre uomini e un cosplayer.

sarei passato indenne attraverso la fitta foresta delle vanità dei designer al fuori salone del mobile, avrei osservato da vicino gli infiniti privilegi delle autonomie di montagna,


A chi vorresti togliere l'autonomia fiscale?

avrei fatto festa con 400mila alpini ubriachi a Piacenza, sarei finito dentro un'esclusiva festa del mondo dello spettacolo romano, avrei assistito al più deprimente concerto di Manu Chao che la storia ricordi in mezzo a diecimila fricchettoni ventenni e i loro bottiglioni


Il festival del bottiglione, ritrovo della futura classe dirigente del paese.

Mi sarei infiltrato al convegno nazionale di Herbalife e avrei imparato a vendere frullati dietetici, avrei visto come festeggiano il 25 aprile in un quartiere di sinistra di Bologna, sarei stato in mezzo ai complottisti alla manifestazione nazionale contro le scie chimiche, avrei scoperto che la festa più importante di Venezia è il Redentore, sarei finito ad uno dei Beach Party più famosi d’Italia e mi sarei arrampicato in cima a una montagna del reggiano fino a giungere alla trattoria dove nel 1970 si federarono le brigate rosse.


Dentro il Redentore, la vera festa di Venezia.

Chissà se tutto questo sarebbe successo lo stesso se quel poliziotto quella sera a Roma ci avesse portato via la macchina e la patente. Forse sì, forse no. Quello che è certo è che ormai è successo e adesso sta tutto dentro Quitaly, un tomo con una immeritata copertina di Gipi ora in tutte le librerie e negli store online.

Quando mi sono ritrovato la prima copia in mano ho pensato “che fatica farlo”, poi però mi è venuto da telefonare a Markus e chiedergli se era pronto a ripartire. Ora guadagno anche abbastanza da potermi permettere un cappotto con delle tasche integre, basterebbe solo stare attenti alle corsie dei tram.

Dentro Quitaly ci sono anche tre inediti lunghi in tutto 70 pagine sulle 240 pagine, uno dei quali è un racconto surreale che cerca di spiegare perché non è il caso che mi rompiate le palle con le questioni del lavoro creativo, #coglionino ecc ecc. Un formato che per altro è fatto apposta per essere citato rapidamente nelle conversazioni sugli autobus fra una fermata e l’altra.


Il 25 aprile del Pratello.

Il lungo lavoro di editing di Quitaly ha comportato la sostituzione delle immagini con nuove scene, backstage, particolati inediti e mi ha fatto ripensare la scrittura dei pezzi già pubblicati in funzione della spazialità del libro; il risultato è un lavoro che non solo negli inediti ma anche nelle parti già conosciute al pubblico credo abbia una sua forte componente di originalità.

Complessivamente Quitaly è una specie di racconto del lato B dell’Italia, quello dove viviamo tutti i giorni ma che di solito i media snobbano per rifilare 20 pagine al giorno di retroscena su Montecitorio, a meno che ovviamente per media non si intenda “Leonardo Bianchi”.

L’idea era quella di raccontare parti di quell’enorme territorio pressoché vergine da un punto di vista giornalistico, quella parte d’Italia che abitiamo ogni giorno e che non viene mai rappresentata a meno che qualcuno non getti una bambina in un pozzo e un carabiniere non stermini la sua famiglia perché sua moglie Nunzia lo aveva lasciato per il salumiere. Mi interessava quello che sta nella terra di mezzo fra le dichiarazioni tutte uguali dei sottosegretari e i casi di cronaca morbosi. La vita umana, fondamentalmente.

Mi piacerebbe anche che si potesse fare di più, per questo a Indiana, la casa editrice del libro, hanno lanciato l’hashtag #quitaly con il quale se volete potete segnalare con una foto le realtà più folli, strane, drammatiche, divertenti, taciute, o che semplicemente vi piacciono e si trovano a portata del vostro obbiettivo. Chissà che un giorno noi non si venga a vederle più da vicino.


Segui Quit su Twitter: @quitthedoner. Quitaly è su Amazon e ibs.it