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música

L'hip-hop italiano fa davvero schifo?

In Italia non mancano rapper bravi in ciò che fanno, ma quelli in grado di andare oltre le rime e creare un proprio immaginario sono ancora pochi.

di Lorenzo Mapelli
08 gennaio 2013, 9:23am

A quanto pare, il 2012 è stato l'anno dell'hip-hop in Italia, o meglio, l'anno in cui l'hip-hop italiano ha smesso di essere irrilevante per i media tradizionali. Si è parlato addirittura di "sorpasso" sul pop, di musica da alta classifica e colonna sonora ufficiale "dei ragazzi". Sono esagerazioni, ma è innegabile che negli utlimi tempi qualcosa sia cambiato in questo senso, e anche se non è successo tutto nel corso di 12 mesi, è nel 2012 che abbiamo assistito alla 'consacrazione': basta guardare la prima canzone e il primo musicista italiani nella lista ufficiale di facebook, l'ultima copertina di Vanity Fair o, prova ben più schiacciante, un articolo sul tema di Repubblica.it. Se pensate che dell'hip-hop non ve ne possa fregare di meno, che sia musica per bimbi-minkia e così via, quest'articolo parla proprio di voi, o, nello specifico, del perché in Italia tale percezione sembri essere molto diffusa, e soprattutto se questa è giustificata o meno. 

Sembrano essere davvero poche le persone con un minimo di gusto critico, musicale e non, che al giorno d'oggi ascoltano davvero hip-hop italiano. Non parlo di giovani Ryan Schreiber, ma semplicemente di persone sopra i 20 anni a cui piace la musica (e che non hanno gusti totalmente di merda). Pensateci: anche chi non è appassionato finisce inevitabilmente ad ascoltare hip-hop americano, in quanto da tempo, ben prima di internet, ci sono parecchi album che regolarmente valicano i confini del genere e finiscono nella fantastica categoria su cui tutti oramai (ciao, 2013!) dovremmo essere sintonizzati, quella della "buona musica". È molto più raro che queste stesse persone ascoltino rap italiano, e se provate a chiedere ad appassionati del genere di consigliarvi qualcosa è probabile che vi rispondano con un "io non lo seguo più di tanto." Per me è la stessa cosa, nonostante ascolti rap dalla mattina alla sera, da più o meno 15 anni. E quando dico 'ascoltare'  non intendo condividere video a cazzo di cane su YouTube.

Se da una parte c'è il solito cliché dell'italiano che non apprezza le cose italiane (vero, ma fino a un certo punto), dall'altro, il dubbio che l'hip-hop italiano, preso nel suo insieme, faccia davvero schifo rimane. Non mi riferisco alla solita, pallosissima diatriba del "commerciale vs underground" (due termini che andrebbero aboliti per sempre dal giornalismo musicale) ma al fatto che a volte si ha seriamente l'impressione si tratti di un fenomeno triste, che manca di varietà e di idee originali a livello di produzioni, tematiche e video. 

Ad ogni modo, sparare a zero e insistere sulla banalità non serve a molto. Ciò che servirebbe è piuttosto capire, come dicevo prima, perché un atteggiamento del genere appaia quasi spontaneo per chiunque sia dotato di un minimo di spirito critico. Così spontaneo che spesso sembra quasi azzerare quello stesso spirito, o meglio, trasformarlo in pregiudizio.  

Tornando a quanto detto sopra, l'Italia ha seguito con ritardo gli altri Paesi europei dove l'hip-hop è già da tempo un fenomeno rilevante a livello di massa. Ma la differenza rispetto all'Italia non è solo temporale: in Paesi come Francia, Germania o Polonia, il passaggio è stato graduale e, per quanto possibile, spontaneo. Negli anni Novanta, nonostante vari gruppi ormai storici fossero riusciti ad affermarsi, la cultura rap nazionale non ha attecchito a livello generale come altrove, non si è formato quel substrato che andava a preparare per l'entrata nel mainstream e per un'eventuale successiva evoluzione. Sono pochi, relativamente parlando, i ragazzi cresciuti col rap come punto di riferimento. 

Sul motivo di questo fenomeno si potrebbero scrivere interi saggi: la chiusura mentale del nostro Paese rispetto alle novità (musicali e non) e al cambiamento, la mancanza di forti ondate migratorie, e quindi di veri e propri ghetti, solo per citarne alcuni. Quello che ci interessa qui, però, è il risultato di questa mancata fioritura, ovvero il fatto che la crescita del genere nel decennio successivo e soprattutto nel periodo attuale derivi più dall'alto che dal basso, con conseguenze disastrose in termini di generica percezione dell'hip-hop.

Tra i principali problemi creati da questa crescita in un certo senso "artificiale" c'è la ridicola e antiquata (ma ancora diffusa) distinzione tra "commerciale" e non, e la conseguente equazione successo = sputtanamento. Una delle grandi figate del rap rispetto a molti altri generi nati "dal basso" è proprio il fatto che il vendere milioni di copie non implica affatto sputtanamento—paradossalmente, in alcuni casi è un modo di acquistare credibilità, di far sì che tutte le stronzate alla "so mejo io" abbiano un fondo di verità—né impedisce di collaborare a progetti più o meno estremi. Tipo l'autore del disco dell'anno secondo Pitchfork, che è riuscito a duettare persino con la pop-star per eccellenza, senza perdere un minimo di credibilità agli occhi di nessuno. L'hip-hop odierno è uno dei generi in cui il connubio critica-vendite sembra funzionare meglio, in cui il pop, inteso come "musica destinata a un pubblico quanto più possibile vasto," ha trovato negli ultimi anni alcune delle sue manifestazioni più riuscite. 

La distinzione ancora troppo marcata presente in Italia sembra prendere come riferimento il pop inteso come "musica leggera". Questo non solo fa sì che i pezzi rap destinati all'alta classifica, com è ovvio che sia, siano tragicamente studiati per piacere anche al pubblico più becero—o che l'evoluzione di un artista su cui si è deciso di puntare segua la stessa traiettoria—ma soprattutto che non ci sia alcun movimento nel verso opposto: è solo il rap che diventa pop, e mai viceversa. Si va talmente incontro alle esigenze del pubblico di massa da annullare in partenza ogni possibilità che sia il grande pubblico, almeno un minimo, ad adattarsi alle nuove forze che prima o poi dovrebbero emergere, escludendo contemporaneamente ogni avvicinamento di tutti coloro che non rientrano nel target dell'ascoltatore medio mainstream (o che comunque fanno di tutto per non rientrarci). 

Mentre la rinnovata popolarità del genere sembra accendere (false) speranze per chi vorrebbe dedicarsi sul serio al rap, il mercato resta comunque ben lontano da quel grado di sviluppo che permette di avere un successo "reale" proponendo novità, rivolgendosi espressamente alle nicchie. E questo costituisce un'enorme spinta a conformarsi a quanto c'è già in giro. In Italia non mancano rapper bravi in ciò che fanno, ma gli artisti in grado di andare oltre le rime e creare un proprio immaginario originale, di cagare fuori dal vaso e cogliere in pieno l'enorme differenza che passa tra il "fare delle cose fatte bene" e il "fare delle figate vere", sono ancora pochi.  

È facile giudicare dal punto di vista di semplice fruitore, e immagino non sia altrettanto per chi ci si trova in mezzo. Da una parte, l'influenza della cultura americana globale arriva in maniera del tutto superficiale, per una questione tanto vecchia e scontata quanto ancora attuale, ovvero il fatto che praticamente nessuno di noi riesce davvero a capire i testi rap senza l'aiuto di rap genius o simili (molti neanche con quello). Dall'altra, la realtà quotidiana dell'Italia, quella a cui i rapper si rifanno, non colpisce tanto per la sua durezza, né per i suoi eccessi, ma più per il suo essere media e talvolta squallida. Il nostro rap, in parte giustamente, trasmette proprio questo stesso senso di mediocrità; e purtroppo, il più delle volte, lo fa in maniera fin troppo diretta per farti venire voglia di starlo a sentire. 


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