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Il dibattito sulle volontarie italiane rapite in Siria ha davvero toccato il fondo

Dopo l'articolo sulle reazioni di certi italiani al rapimento di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli credevamo che non sarebbe stato più necessario tornare su una questione che aveva già raggiunto livelli imbarazzanti. E invece.

di Leonardo Bianchi
19 gennaio 2015, 12:03am

Dopo l'articolo sulle reazioni di certi italiani al rapimento di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli credevamo che non sarebbe stato più necessario tornare su una questione che aveva già raggiunto livelli imbarazzanti. Invece, dopo la liberazione delle volontarie avvenuta il 15 gennaio, è stato impossibile non notare come questa volta si sia caduti ancora più in basso.

La premessa necessaria è che a oggi non si conoscono appieno gli elementi fondamentali del rapimento e degli spostamenti delle due ragazze a partire dal loro ingresso in Siria. Non si sa chi le abbia realmente rapite—per una fonte dell'intelligence si tratterebbe di "banditi riverniciati da islamisti," per altri di islamisti veri e propri. La dinamica del sequestro è ancora oscura, e nemmeno il racconto del giornalista del Foglio Daniele Raineri—anch'egli in quelle zone della Siria lo scorso luglio, e, come lui stesso spiega, sfuggito a un tentativo di sequestro poco dopo la sparizione delle due volontarie—ha fornito elementi utili.

Infine, non si conosce neppure l'esatto ammontare del riscatto pagato ai sequestratori, laddove sia stato effettivamente pagato. L'elemento non è assolutamente secondario, specialmente in un momento come questo. Il punto che sembra sfuggire a molti è che non esiste una procedura standard applicabile a ogni sequestro, e che—come ha scritto Antonio Armellini su Affari Internazionali—"l'alternativa fra pagare o non pagare appare difficilmente riconducibile all'ambito della certezza giuridica" per rientrare in quello del pragmatismo della politica.

Di conseguenza, non avendo certezza delle modalità della trattativa o dei soggetti coinvolti è chiaramente impossibile farsi un'opinione sulle valutazioni che l'intelligence ha operato. Tutto ciò, ovviamente, non ha impedito ai novelli esperti di servizi segreti, gestione di sequestri internazionali e Siria di inondare giornali e social con i soliti parallelismi a caso—e questa volta non solo con i due marò.

O di scambiare allegramente gruppi di fondamentalisti islamici come se fossero figurine di un album Panini.

Titolo a pagina 3 su Libero del 16 gennaio 2015.

Finora, a rivelare il dettaglio dei 12 milioni di dollari—che da molte parti diventano automaticamente 12 milioni di euro—sarebbero stati l'utente Twitter @Ekhateeb88 e la tv di Dubai Al Aan (senza fonte), mentre il Guardian, citando fonti dell'intelligence, ha accennato a "svariati milioni."

Il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, invece, ha smentito il pagamento del riscatto, e il deputato leghista Giacomo Stucchi—presidente del Copasir, l'organo parlamentare di controllo dei servizi segreti italiani—ha definito i 12 milioni "una cifra inverosimile, diffusa per destabilizzare l'opinione pubblica e paventare una 'debolezza' di intelligence e governi nei confronti dei terroristi."


Abbastanza curiosamente, le parole di Stucchi sono in netto contrasto con quanto sostenuto dai colleghi di partito Matteo Salvini e Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, che ha invocato "una norma per cui chi si mette nei guai, si arrangi a tirarsi fuori," sotto forma di "una confisca a vita fino a che si 'cuberanno' 12 milioni di euro."

Se la confusione sulla vicenda non fosse già abbastanza, nel dibattito (chiamiamolo così) post-liberazione è piombata un'informativa del Ros contenente intercettazioni risalenti ad aprile e ripescata dal Fatto Quotidiano. Nell'articolo si svelerebbero "retroscena inediti", secondo cui Greta Ramelli e Vanessa Marzullo erano partite per svolgere "un 'lavoro in favore della rivoluzione' piuttosto che restare neutrali rispetto al conflitto interno al paese." Per fare ciò, erano entrate in contatto con alcuni italo-siriani residenti in Emilia Romagna che, stando ai virgolettati riportati dal Fatto Quotidiano, sarebbero legati ad altri siriani impegnati in "attività di supporto a gruppi di combattenti operativi in Siria a fianco di milizie contraddistinte da ideologie jihadiste."

Al di là del rilevare che un giornalista informato sulla Siria avrebbe affrontato diversamente l'informativa del Ros, evitando probabilmente determinate considerazioni o alcuni dei particolari citati—non per ultima la decisione di fare nomi e cognomi, rischiando di mettere a repentaglio l'incolumità dei soggetti coinvolti e dei loro famigliari—è ormai chiaro che il contenuto dell'articolo ha creato più caos che altro.

In un'intervista, il giornalista Amedeo Ricucci, rapito in Siria con altri colleghi il 3 aprile del 2013 e liberato 11 giorni dopo, ha del resto confutato con parole piuttosto nette il ritratto di questi italo-siriani—"Posso senza dubbio dire che nessuna di queste persone ha simpatie islamiste"—facendo giustamente notare come "secondo me stanno prendendo tutti un grande abbaglio. Non si fa distinzione tra gli ambienti vicini al fondamentalismo islamico" e l'Esercito Siriano Libero.

Un'altra smentita relativa al documento dei carabinieri è arrivata ieri dalla procura di Roma che sta indagando sul caso. Secondo Repubblica, infatti, i magistrati hanno negato "che il contenuto dell'informativa del Ros sia quello apparso ieri [sabato] su alcuni quotidiani."

Nonostante queste precisazioni il danno è fatto, e sono in molti a insistere ciecamente sulla strada delle "amicizie coi tagliagole", dal Giornale ( "Crolla l'alibi pacifista. Ecco tutte le prove delle amicizie jihadiste") a Libero. Da "ingenue idealiste", dunque, le ragazze diventano ancora una volta delle equivoche miliziane jihadiste a qualche grado di separazione da al-Baghdadi o Al Qaeda.

La prima pagina di Libero del 18 gennaio 2015.

Se non fossero sufficienti le imprecisioni e le strumentalizzazioni della stampa tradizionale, un certo tipo di disinformazione isterica viene fomentata anche dai tanti post che girano incontrollati su Internet e i social network.

Tra questi c'è quanto pubblicato sul prestigioso sito d'inchiesta "La minchia nel pugno," in cui si parla di "finto rapimento" inscenato dalle volontarie "per finanziare il terrorismo islamico." La riprova di questo complotto la fornirebbe la condizione fisica in cui sono tornate le due volontarie: non persone stremate e piegate da mesi di prigionia, ma "ragazze che sanno di aver ottenuto quello che volevano."

La bufala più squallida è sicuramente quella pubblicata dal sito di informazione "alternativa" Catena Umana. Il post in questione, che mentre scrivo ha raggiunto 45mila like, rielabora un articolo del Giornale e attribuisce a Greta Ramelli e Vanessa Marzullo la dichiarazione "sesso con i guerriglieri, ma non siamo state violentate."

Il contenuto calunnioso dell'"articolo" viene rilanciato anche da altri collettori di premi Pulitzer come il sito Piovegovernoladro. Ed è proprio da quest'ultimo che il senatore Maurizio Gasparri riprende le informazioni che lo portano a fare questo tweet.

Successivamente a quella dichiarazione, Gasparri si è giustificato dicendo di essersi "limitato a chiedere se fosse vera" la notizia, e alla domanda sull'autorevolezza di Piovegovernoladro ha risposto con un eloquente "ma che ne so."

Insomma, mai come in questi giorni si è potuto toccare con mano la deriva che ha preso tutta la faccenda—e che sembra non finire mai, alimentata com'è da mezze verità, bufale e falsità che riducono al minimo la possibilità di comprendere una vicenda complessa e mal raccontata fin dall'inizio.

Ci sarà un momento in cui discutere della cooperazione, degli errori e del modo in cui hanno operato le due volontarie. Nel frattempo, però, una grossa responsabilità di questa deriva va certamente attribuita a giornalisti e figure istituzionali che, privi di conoscenze minime tanto in materia di Siria quanto di deontologia professionale, hanno contribuito a scrivere, diffondere e legittimare versioni errate se non diffamatorie della vicenda—e non solo nei confronti di Greta e Vanessa.

Non c'è da stupirsi troppo, quindi, se da giorni le bacheche sono occupate da selfie di "denuncia" con tanto di foglio A4 e la scritta "Portatemi in Siria, poi torno e dividiamo!," e discussioni che mescolano teorie sui jihadisti, indignazione per il pagamento del riscatto (e relative richieste di "lavorare gratis" per ripagarlo) e allusioni sessuali. In parte, infatti, è stata la stessa informazione ad aver trascinato il dibattito a livelli infimi.

Il problema è che un contesto così inquinato lascia il campo aperto a chi—per ragioni politiche, ideologiche o semplicemente per fare più visite—non si fa alcun problema a usare argomentazioni sempre più ripugnanti. E che nel marasma generale, purtroppo, sono diventate le più accessibili.

(Ha collaborato Alice Rossi)

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