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"Benvenuti a Stalingrado, benvenuti a Kobane": dentro la città sotto assedio

Dopo un viaggio folle attraverso la frontiera turca, a dicembre VICE News ha trascorso diversi giorni nella città siriana a maggioranza curda di Kobane, all'epoca al centesimo giorno di assedio da parte dell'IS.
14.1.15

"Benvenuti a Stalingrado. Benvenuti a Kobane," mi aveva detto un miliziano curdo mettendo in moto la macchina. Dopo un folle viaggio attraverso la frontiera turca eravamo finalmente arrivati a Kobane, la città siriana a maggioranza curda reduce di cento giorni di assedio da parte del Daesh, lo Stato Islamico (IS). Dopo aver preso il controllo dei centri vicini, i jihadisti l'avevano circondata, e ormai da più di tre mesi continuavano a mandare ondate su ondate di soldati.

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Da qualche settimana le Unità di Protezione Popolare (YPG)—la milizia curda che difende la città—erano riuscite a respingere lo Stato Islamico. Ma secondo il soldato delle YPG che mi accompagnava, era ancora necessario guidare a fari spenti per non attirare l'attenzione. In tutta la città, i membri delle YPG mantenevano alta la guardia, pronti a difendersi dagli attacchi da parte dello Stato Islamico e ad avanzare un po' ogni giorno, casa per casa e quartiere dopo quartiere.

Una piazza del mercato ridotta in macerie.

VICE News era arrivata sul posto a fine dicembre, proprio quando le YPG erano riuscite a far ritirare lo Stato Islamico fuori dal centro della città. Secondo un comandante curdo in quel momento le milizie controllavano il 75 percento di Kobane, ma la sua sembrava una stima piuttosto azzardata, dato che parte considerevole della città passa di mano continuamente. Le battaglie strada per strada avevano allora ceduto il passo ai bombardamenti con mortai e missili e agli appostamenti dei cecchini.

Camminando lungo il fronte orientale era possibile farsi un'idea della devastazione causata dagli oltre tre mesi d'assedio. Metà della città, oggi, è in macerie.

Nelle strade si appendono lenzuola per bloccare la visuale dei cecchini.

Nel frattempo l'attenzione su Kobane è calata. Nel contesto della guerra siriana, la città non ha grande importanza strategica. L'IS controlla già il confine a est e ad ovest della città, e sembra operare in tacito concerto con la Turchia. Dal punto di vista tattico, ha poco valore anche per la forze curde, dato che è molto lontana dalle altre province di Cizire ed Efrin.

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Eppure, nonostante l'iniziale assenza di giornalisti occidentali a Kobane, l'assedio ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale, rendendo la città l'obiettivo principale dei bombardamenti della coalizione americana.

Mentre Kobane diventava un simbolo della resistenza contro l'IS la battaglia si è trasformata in una guerra di posizione. Ovunque ci sono teli per proteggersi dai cecchini—coperte, lenzuola, qualsiasi cosa che possa essere usata per impedire la visuale—appesi in ogni spazio aperto. Perder Ali Muhammad è un ex insegnante di liceo improvvisatosi giornalista dopo aver deciso di rimanere a Kobane quando, a settembre, la maggior parte degli abitanti è fuggita verso il confine turco. Alla testa della piccola comitiva, ha avvisato quanti lo seguivano di camminare rasenti i muri e fare attenzione ai colpi di mortaio inesplosi anche nelle zone lontane dal fronte.

"Paradossalmente, il fronte è quasi più sicuro, perché i colpi di mortaio qui possono arrivare in qualsiasi momento," ha detto. Casa sua era stata distrutta da un mortaio poco tempo prima, e ora vive in una casa comune insieme ad altri giornalisti locali.

L'IS spara dai 10 ai 200 colpi di mortaio al giorno.

Secondo fonti delle YPG, l'IS spara dai 10 ai 200 colpi di mortaio al giorno. Dappertutto, in città, ci sono bombe inesplose e frammenti di granate—i residenti non ci fanno più nemmeno caso, così come non fanno caso ai resti degli edifici sventrati dalle esplosioni. Camminando per le strade della città, i giornalisti curdi ci hanno mostrato quelli che una volta erano i loro uffici e le case degli amici. Alcuni di loro non sono stati in grado di tornare a casa per mesi, perché le loro case si trovano in territorio controllato dallo Stato Islamico.

I quartieri nella parte orientale della città, dove il fronte è molto caldo, sono desolati e senza alcun segno di vita salvo le poche persone che si fanno strada fra le macerie e il bulldozer usato per rimuovere i detriti.

I miliziani delle YPG, invece, sono dappertutto. Compaiono tra gli scheletri degli edifici distrutti, sgusciano in cunicoli tra i muri o entrano alla spicciolata da porte sul retro. Li abbiamo seguiti per ore, facendoci strada tra le macerie, tra le abitazioni disseminate dai segni di chi ci viveva prima, calpestando materassi, vestiti, annuari scolastici, piatti e foto di famiglia.

Alcuni hanno deciso di accompagnarci e ci hanno condotti attraverso complessi di appartamenti e strade trasformate in campi base improvvisati, mentre altri organizzavano posti di blocco usando auto e camion semidistrutti. I muri erano costellati di aperture per i cecchini: i miliziani hanno insistito perché ci guardassimo attraverso, per vedere le postazioni dell'IS. Altri ci hanno offerto cioccolato, semi di girasole, sigarette e ci hanno invitati a rimanere per il tè.

Combattenti delle YPJ sul fronte orientale.

A nord di Kobane c'è il confine con la Turchia. Negli ultimi mesi è stato attraversato da migliaia di sfollati; l'ondata più consistente vi si è riversata a metà settembre, quando la caduta di Kobane sembrava certa. Il governo turco guarda con diffidenza le YPG, per la loro vicinanza al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Per questo motivo, la Turchia ha fatto ben poco per contrastare l'assedio della città e ha persino arrestato civili curdi in fuga dalla guerra.

Da parte loro, i curdi siriani e turchi hanno accusato il governo turco di essere connivente o complice con l'attacco sferrato dall'IS contro Kobane, per la sua inazione e per aver reso difficile attraversare il confine ai civili, ai rinforzi e agli aiuti umanitari, nonostante in precedenza i controlli alla frontiera per evitare infiltrazioni di gruppi jihadisti fossero molto stretti.

Decine di migliaia di civili sono fuggiti attraverso il confine con la Turchia.

Tuttavia, le YPG hanno ricevuto qualche aiuto: dall'inizio degli attacchi aerei della coalizione sono stati paracadutati armi e viveri, e il governo turco ha permesso l'arrivo dall'Iraq di un piccolo contingente di peshmerga equipaggiati con artiglieria pesante. Nonostante questo, le forze curde sono ancora inadatte ad affrontare i carriarmati, l'artiglieria e i mortai dell'IS. L'elettricità, il riscaldamento, le medicine, il cibo, l'acqua e il gas scarseggiano. Non ci sono radar né giubbotti antiproiettile né visori notturni.

Eppure, molti di loro sembrano piuttosto tranquilli. In una base, una combattente in forza alle Unità di Protezione Femminili delle YPG giocava a spaventare i suoi commilitoni con un serpente giocattolo. Nel mentre, un'altra ci ha avvisati che i miliziani dell'IS si trovavano a soli 45 metri da noi.

Combattenti delle YPG e delle YPJ in un campo base a 45 metri dalle postazioni dello Stato Islamico.

Un miliziano delle YPG si è fermato a mostrarci un graffito—i nomi di tre militanti dello Stato Islamico scritti su un muro. Attraverso un cortile, siamo arrivati ad una base che prima apparteneva a loro e che è stata poi distrutta da un attacco aereo. Nelle zone riprese ai jihadisti, le strade erano piene di corpi carbonizzati di combattenti dell'IS. Alcuni erano stati bruciati dai commilitoni per impedire che fossero identificati, altri dagli attacchi della coalizione. L'odore della morte impregnava le macerie.

Gli attacchi aerei avvengono per lo più durante la notte. Secondo le YPG sono utili, ma ne servirebbero di più. Un ufficiale, che si fa chiamare Comandante Bilnk, ci ha detto che le YPG stanno avanzando, ma che senza l'artiglieria pesante l'avanzata è molto lenta. "Se si coordinassero con noi, potremmo liberare Kobane in una settimana," ha aggiunto.

Il Comandante Bilnk è convinto che con più supporto aereo le YPG sarebbero in grado di liberare Kobane.

Ma anche in questa situazione, il morale tra i giovani combattenti era alto. Molti di loro erano già a Kobane quando sembrava che l'IS dovesse conquistare le loro postazioni; ora che i jihadisti erano stati respinti e perdevano terreno giorno dopo giorno, si sentivano più al sicuro.

I combattenti delle YPG non rispondevano quasi mai alle domande senza il permesso dei loro superiori, e quando potevano lo facevano ripetendo le stesse frasi di circostanza: "Combattiamo per l'uguaglianza, non abbiamo paura dello Stato Islamico, siamo pronti a morire per la nostra terra e per la libertà, verseremo fino all'ultima goccia del nostro sangue."

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Molti erano nati e cresciuti in città e conoscevano ogni strada e ogni vicolo. Altri venivano da Efrin, un'altra città curda in Siria, altri ancora dalla Turchia. Alcuni di loro si sono uniti alle YPG per difendere la loro casa, altri fanno parte di questo gruppo—o del PKK—da anni, spinti dall'ideologia o dal concetto di identità curda.

Soldati delle

YPG e delle YPJ posano per una foto prima di andare di pattuglia per la città.

Vicino a un edificio nei pressi del confine turco, una soldatessa delle YPJ ci ha detto di essere una studentessa di geografia. Aveva lasciato gli studi cinque mesi prima. I suoi genitori erano ancora convinti che fosse in Turchia. Prima, viveva a Izmir, in Turchia, e non parlava il curdo. Si era allontanata "dalla sua cultura," per la quale era stata discriminata. Poi aveva iniziato a leggere gli scritti di Abdullah Ocalan, il leader del PKK, e ne era stata molto influenzata. Aveva sentito l'urgenza di trovare la sua vera identità, e aveva deciso di venire a Kobane.

I cadaveri di alcuni miliziani dello Stato Islamico giacciono nei pressi di una base distrutta dai bombardamenti.

Quando le abbiamo chiesto perché avesse scelto un luogo attaccato dall'IS e non una città curda più sicura come Diyarbakir o Derik, ha risposto che è venuta qui perché la gente aveva bisogno di lei. "Se ce ne sarà bisogno, andrò a combattere anche altrove," ha aggiunto.

Come molti altri, anche lei ha affermato che i suoi familiari non le mancano e che non pensa più a loro. Ha detto che la sua era una famiglia conservatrice, che sognava anche per lei uno stile di vita tradizionale. Una delle ragioni per cui si è unita alle YPJ è stata la sua volontà di combattere "la mentalità maschilista."

Prima di entrare nelle milizie,

Zozan e Avashin erano due studentesse. Tre piani sopra di lei, Zozan e Avashin erano accovacciate su un tetto coi fucili, appostate dietro a una fila di sacchi di sabbia. Un stormo di piccioni si alzava in volo ogni volta che sibilava in colpo sparato da un cecchino. Entrambe hanno poco più che vent'anni, ed entrambe prima della guerra studiavano—erano "ragazze normali," come dicono loro stesse.

Anche loro hanno detto che non pensano ai propri cari ma a come proteggere "la loro gente." "Sono loro la nostra famiglia adesso," ha detto Avashin. "Molti giornalisti vengono qui solo per fotografare delle donne che imbracciano il fucile. Ma noi stiamo combattendo per i nostri diritti, per i diritti dei curdi e per i diritti delle donne," ha aggiunto.

Un miliziano delle YPG passa attraverso un buco in un edificio bombardato.

Secondo questa ragazza, la battaglia di Kobane ha avuto conseguenze positive per la sua gente. "Quattro anni fa nessuno sapeva niente delle sofferenze dei curdi. Oggi abbiamo attirato l'attenzione del mondo," ha detto Avashin.

Ma in molti sono morti. Un giornalista svedese, uno degli ultimi a lasciare Kobane quando sembrava che la città stesse per cadere nelle mani dei jihadisti, ha mostrato alle ragazze una rivista che aveva pubblicato alcune delle sue foto. Cercava una miliziana delle YPJ che aveva fotografato per capire se era ancora viva. Avashin e Zozan hanno osservato le immagini, indicando i visi di tutti quelli che conoscevano. Quasi tutti erano stati uccisi. A Kobane è difficile trovare qualcuno che non abbia perso un membro della propria famiglia durante l'assedio.

Alcuni combattenti delleYPG si fanno strada in un cortile.

Al fronte, la principale preoccupazione dei combattenti sono le autobombe. L'IS ne ha utilizzate molte, a volte anche più d'una contemporaneamente. Tutto ciò che possono fare i miliziani per difendersi è sparare alle auto tentando di colpire il conducente o l'esplosivo.

Qualche settimana prima, tre autobombe erano esplose proprio vicino a Mursitpinar, il confine ufficiale con la Turchia. Sul luogo dell'esplosione oggi ci sono un grosso cratere, un edificio distrutto e un bulldozer impegnato a liberare il passaggio dalle macerie. Secondo i curdi, quelle esplosioni sono la prova che le guardie di confine turche fossero d'accordo con l'IS: sostengono infatti che le auto provenissero dalla Turchia.

Un giornalista curdo attraversa uno spazio aperto.

Poco più in là, un'altra autobomba dello Stato Islamico ha raso al suolo un ospedale. L'IS colpisce spesso le strutture sanitarie, costringendo i medici a spostare continuamente i loro ambulatori. Al momento, la clinica principale di Kobane si trova in uno scantinato sotterraneo. È costituita da due stanze, una piena di scatole di medicine e una con un tavolo e uno stetoscopio: la sala operatoria.

"Abbiamo bisogno di molte attrezzature e medicinali," ha detto Manag Kitkani, un farmacista improvvisatosi medico, mentre nella stanza continuavano ad entrare e uscire miliziani. "Quello che abbiamo non basta."

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In città sono rimasti solo dieci medici, due farmacisti e tre infermieri. Alcuni di loro di tanto in tanto riescono a tornare in Turchia per qualche giorno di riposo. Anche la famiglia di Kitkani si trova lì, ma lui ha deciso di rimanere a Kobane contro la volontà dei suoi cari, perché si è sentito in dovere di aiutare la sua città.

Un combattente delle YPG di pattuglia.

Secondo Kitkani, l'unico modo per far arrivare più medicine è trasportarle illegalmente poco alla volta attraverso il confine. In questo senso, nonostante siano stati fatti numerosi appelli alle organizzazioni umanitarie, a Kobane la maggior parte degli aiuti proviene dai civili curdi e dai partiti politici della città turca di Suruc, sul confine. La stessa Suruc è ormai al limite delle sue possibilità, e le sue strade sono tutte costeggiate dagli accampamenti dei rifugiati. Dentro Kobane, i ritmi della vita quotidiana sono scomparsi. Non ci sono negozi, non c'è il riscaldamento, non c'è l'elettricità. In più, il clima rigido e le piogge dell'inverno hanno quasi esaurito le poche risorse della città. Le YPG forniscono ai civili acqua e cibo, ma anche questi iniziano a scarseggiare.

Nel contesto della guerra in Siria, tutti a Kobane hanno un nuovo ruolo. Gli studenti sono diventati dei guerriglieri, i fornai si occupano degli aiuti umanitari, i ragazzini sono diventati degli esperti contrabbandieri e chi una volta contrabbandava sigarette ora contrabbanda persone. L'intera città si è adattata alla lotta.

Un combattente delle YPG, il cui fratello è un martire della resistenza contro lo Stato Islamico.

Mahmoud, un ex metalmeccanico diventato un miliziano, era seduto al primo piano di un condominio in cui tutti i materassi e i mobili erano stati spostati contro le finestre e le aperture nei muri. Le nostre domande sulla guerra lo hanno stancato in fretta. "Siamo persone normali," ha detto. "Non ci piace combattere, amiamo la pace. Non siamo nati per questo."

Poi ha impugnato il suo Ak-47. "Queste armi uccidono la gente," ha detto, alzandolo. "Non vogliamo usarle, ma siamo costretti."

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