Quanto c'è da preoccuparsi per le proteste di questi giorni?

Le rivendicazioni della protesta iniziata lunedì sono talmente tante, confuse e contraddittorie che è come se si fosse materializzata in piazza una di quelle assurde pagine Facebook piene di teorie del complotto. Stavolta, però, le conseguenze sono...

|
dic 13 2013, 1:18pm


Via.

Cos’è successo in questi giorni di protesta? Come decifrare questa mobilitazione, questo pseudo movimento? Finora abbiamo visto una protesta ai limiti della comprensibilità, praticamente impermeabile a qualsiasi analisi sensata. Ma abbiamo visto qualcosa che è assolutamente in sintonia con il montare della disperazione e del rancore provocati da cinque anni di crisi durissima.

Quello che oggettivamente è partito come una buffonata potrebbe davvero diventare qualcosa di diverso. O forse lo è già diventato. La cifra principale della “Rivoluzione”, infatti, è l’oscillazione perenne tra il grottesco e l’inquietudine, e personalmente non so più se ridere o prendere sul serio quello che sta succedendo.

Da un lato, le proteste iniziate questo lunedì sono piene di momenti genuinamente comici. Ieri, ad esempio, un anziano comunista è andato al presidio di Teramo con tanto di bandiera di Rifondazione Comunista e cappello dell’Armata Rossa, creando tensioni e suscitando l’ira dei cinque manifestanti presenti sul luogo.


Sono un atleta!1

Sempre ieri, al presidio di Modena è spuntato il cantante Povia (Povia), che si è intrattenuto con i manifestanti e si è concesso “qualche foto persino in compagnia delle Forze dell’Ordine che da lunedì presidiano la situazione.”

Facebook, che è il vero motore comunicativo della protesta, continua a essere invaso da immagini in caps lock in cui la lingua italiana viene costantemente seviziata da quelli che si professano VERI ITALIANI.

 

La rivoluzione circoncisa. Questa immagine ha avuto più di 15mila condivisioni. Via.


Dall’altro lato ci sono stati scontri di piazza, blocchi indiscriminati alla circolazione, assalti alle sedi dei sindacati, minacce squadriste ai negozianti che non volevano abbassare le serrande, incursioni a librerie con tanto di esortazioni naziste (“Bruciate i libri”), e situazioni di puro delirio nelle province e nell’hinterland delle grandi città.

A Nichelino (provincia di Torino) i manifestanti hanno assediato il municipio per diversi giorni, costringendo il sindaco a barricarsi dentro. Una cosa analoga si è verificata a Pinerolo, città che è stata di fatto isolata con cinque blocchi agli ingressi del comune. Il primo cittadino Eugenio Buttiero aveva lanciato l’allarme su Repubblica: “Noi con le nostre forze non riusciamo, qui non possiamo mandare i vigili. C'è bisogno di un intervento risolutivo, ora chiamerò il questore per capire se c'è o meno l'intenzione di farlo. Anche perché non si riesce più a tenere le persone.”

 

Più di 10mila condivisioni. Via.


Per il resto, è ormai pacifico che la matrice originaria della protesta sia di destra, anche estrema. Le parole d’ordine, gli slogan, i riferimenti politici e il complottismo sfrenato sono difficilmente riconducibili ad aree diverse. In tal senso, le dichiarazioni dell’agricoltore Andrea Zunino (definito uno dei “portavoce” del “movimento”) sono piuttosto eloquenti: “Vogliamo le dimissioni del governo. Vogliamo la sovranità dell'Italia, oggi schiava dei banchieri, come i Rotschild: è curioso che 5 o 6 tra i più ricchi del mondo siano ebrei, ma è una cosa che devo approfondire. Con Grillo mi incontrerei, i 5 Stelle sono persone perbene. Con Berlusconi mai, anche se le porcate peggiori da noi le ha fatte la sinistra." Zunino si è anche lanciato in un elogio al premier ungherese Victor Orbàn—autoritario e nazionalista, se non apertamente fascista—rilanciando con forza una bufala clamorosa che gira da mesi sull’Internet: "Lui sì che sta liberando davvero il suo Paese."

Tuttavia, parlare di “infiltrazione” dell’estrema destra non è corretto. L’ha spiegato bene il segretario di Forza Nuova Roberto Fiore: “Abbiamo aderito formalmente alle iniziative da due settimane perché siamo a fianco dei Forconi e degli autotrasportatori da due anni, già la prima volta in Sicilia, e in Abruzzo, stavolta in tutte le regioni, là dove c’è stata la rivolta e dove c’è noi siamo presenti, e non come infiltrati ma come protagonisti.”

 

Via.


Inoltre, basta dare un’occhiata alle biografie degli organizzatori, oppure vedere quello che succede a Milano o Roma (dove, non a caso, i presidi si trovano a Piazzale Loreto e Piazzale dei Partigiani). In questo articolo si riporta la presenza di Roberto Jonghi Lavarini, esponente della Destra per Milano detto anche il “Barone Nero”, che ha parlato dei “forconi” in questi termini: “È il vero spirito del fascismo di San Sepolcro del 1919, trasversale, che univa la sinistra interventista, sindacalismo, ex combattenti e antiparlamentaristi. Ieri i militanti di Forza Nuova erano in piazza con i 'leonkavallini' in una manifestazione pacifica: una scena bellissima.”

A Roma, il presidio (non molto partecipato) davanti alla stazione Ostiense è chiaramente riconducibile a CasaPound, e l’assidua presenza del vicepresidente di CPI Simone Di Stefano non dovrebbe lasciar spazio a dubbi. L’altro giorno è arrivato in piazza anche Adriano Tilgher, neofascista duro e puro ed ex di Avanguardia Nazionale. “Finalmente in piazza vedo la gente, persone di destra e di sinistra,” ha dichiarato Tilgher. “Mi ricorda il 1968. A Valle Giulia c’eravamo noi, i neri, e c’erano i rossi. Tutti insieme contro il potere.” Su Repubblica, il giornalista Mauro Favale ha descritto una tipica serata di presidio, notando come in piazza ci fossero “medici in pensione, imprenditori vessati, architetti falliti, studentesse sedicenni,” e si parlasse di temi quali “il mistero delle scie chimiche, il fluoro nei dentifrici ‘che lo usavano i nazisti’, l’aumento del 350 per cento dei tumori nei testicoli” e altre cose di questo tenore.

Insomma, come ha scritto Diego Cajelli sul suo blog, “questa cosa è talmente sbagliata, talmente storta verso destra, populista e qualunquista che in Italia potrebbe funzionare.” Anche perché la composizione di una protesta—che appare schiacciata sul presente e con lo sguardo fermamente rivolto a un passato di benessere che non esiste più—è diventata sempre più eterogenea e difficile da ricondurre a una singola categoria politica o sociale, nonostante tutti (compresi alcuni sindacati di polizia) stiano cercando di cavalcare il momento.


Didascalia da Facebook: “Porto San Giorgio, i pompieri si uniscono ai manifestanti.” Via.

In molti hanno cercato di orientarsi nel caos e individuare le categorie coinvolte. Come evidenziato nel nostro post e da Roberto Ciccarelli, contrariamente a quanto si legge sulla stampa gli autotrasportatori non sono per nulla coinvolti in questa protesta. Anzi. Dieci associazioni dell'autotrasporto su undici, infatti, hanno negato la loro partecipazione. Un’associazione in particolare, la Tranfrigoroute Italia Assotir, ha anche scritto un’interessante descrizione della base sociale del #9dicembre: “[Sono] contadini orfani delle quote latte e pieni di rabbia contro la UE; imprenditori che non hanno saputo innovarsi e che figurano tra i nostalgici vedovi delle svalutazioni competitive e dell’inflazione a due cifre con cui l’Italia si arrangiava negli anni ’70; movimenti di destra estrema che si illudono di poter fare ‘in Italia come in Cile’. Questa è la brodaglia incommestibile che abbiamo visto all’opera nella giornata di oggi [9 dicembre] e che ha purtroppo già prodotto guasti notevolissimi.”

In un’intervista, il sociologo Aldo Bonomi ha detto che la protesta è partecipata principalmente da quelle persone che “patiscono la fine del postfordismo italico”: “I piccoli imprenditori di quello che ho ribattezzato ‘capitalismo molecolare’, il piccolo commercio diffuso, i commercianti, i bancarellari, gli ambulanti, la logistica minuta e cioè i padroncini, i camionisti. Una moltitudine rancorosa appartenente a un modello economico che sta sparendo.”

Il punto di osservazione migliore su questo “movimento” sorto il 9 dicembre è indubbiamente Torino, oggetto di un recente report di Servizio Pubblico che illustra l'atmosfera della città più impoverita del Nord—città in cui, scrive Marco Revelli, la “discon­ti­nuità pro­dotta dalla crisi è stata più vio­lenta.” 

Nel suo articolo, Revelli ha individuato una lunga serie di soggetti che appartengono alle “fasce marginali di ogni categoria produttiva, quelle ‘al limite’ o già cadute fuori, fino a un paio di anni fa ancora sottili, oggi in rapida, forse vertiginosa espansione”: “Gli inde­bi­tati, gli eso­dati, i fal­liti o sull’orlo del fal­li­mento, pic­coli com­mer­cianti stran­go­lati dalle ingiun­zioni a rien­trare dallo sco­perto, o già costretti alla chiu­sura, arti­giani con le car­telle di Equi­ta­lia e il fido tagliato, auto­tra­spor­ta­tori, ‘padron­cini’, con l’assicurazione in sca­denza e senza i soldi per pagarla, disoc­cu­pati di lungo o di breve corso, ex mura­tori, ex mano­vali, ex impie­gati, ex magaz­zi­nieri, ex tito­lari di par­tite iva dive­nute inso­ste­ni­bili, pre­cari non rin­no­vati per la riforma For­nero, lavo­ra­tori a ter­mine senza più ter­mini, espulsi dai can­tieri edili fermi, o dalle boîte chiuse.”

Anche l’identikit dei sei manifestanti arrestati dopo gli scontri del 9 dicembre fornisce un ottimo spaccato. Due arrestati sono gestori di bar (con precedenti) che lunedì avevano fatto irruzione dentro un negozio, obbligando i clienti a lasciare i sacchetti e urlando: “Chiudete! Chi cazzo ve l’ha detto di aprire? Volete che spacchiamo tutto? Se non vi muovete, finisce male.” Uno è una guardia giurata di 25 anni in cassintegrazione, senza precedenti penali o simpatie politiche di sorta, che il 9 dicembre è sceso in piazza per la prima volta in vita sua ed è finito a litigare con un tassista, “impedendogli di lavorare con la forza.”

Un altro è un uomo di 36 anni con un contratto a termine per spargere il sale sulle strade; il suo avvocato l’ha descritto così: “È una brava persona. Purtroppo un disperato, dal punto di vista economico. Ha letto sui blog della rivolta. Pensava di poter migliorare la sua situazione. È stato tirato dentro.” Infine, c’è un ragazzo di 19 anni, anche lui senza preferenze politiche, che ora è accusato di resistenza e danneggiamento. “Ero andato a vedere, volevo capire, ho preso le pietre quando sono partiti i lacrimogeni,” ha detto al pm Antonio Rinaudo. Il problema, spiega La Stampa, è che “il ragazzo non sembra sapere nulla dei reali motivi della protesta.”

Qui arriviamo al punto nevralgico: quanti e quali sono i “reali motivi della protesta”? A prima vista, l’unico collante sembra essere l’odio sconfinato per la Kasta, accompagnato dallo slogan grillino del “tutti a casa” (sì, grillini compresi). Poi c’è chi chiede l’uscita dall’euro, il taglio delle tasse, la distruzione di Equitalia, addirittura un regime guidato dalle forze dell’ordine. L’altro giorno, davanti a Montecitorio, ho sentito un ragazzo che ha gridato in successione “ma quand’è che risorge Pertini?” e “rivojo la lira!” Insomma, le rivendicazioni sono talmente tante, confuse e contraddittorie che è come se si fosse materializzata in piazza una di quelle assurde pagine Facebook—che naturalmente sono in prima linea nel raccontare la “Rivoluzione”—piene di bufale razziste, consigli per gli acquisti, esaltazione dei due marò, teorie del complotto e auguri di morte a politici e giornalisti.


Leo Lyon Zagami, presente in questi giorni al presidio di Roma Ostiense, parla di forconi, massoneria e dell’imminente colpo di Stato.

Quello che è chiaro, giunti ormai al quinto giorno di protesta, è che c’è stata una spaventosa ed inestricabile saldatura tra signoraggio, scie chimiche, freak di Internet, fascisti, gente comune, esclusi, precari, lavoratori autonomi vessati, piccoli imprenditori sull’orlo del fallimento, impiegati incazzati—e chi più ne ha, ne metta. La rabbia inespressa che covava sotto le ceneri dell’austerità ha finalmente trovato uno sbocco “politico”, si è trasformata in una mobilitazione in cui la paranoia, l’illogicità e l’esasperazione irrazionale sono, paradossalmente, gli unici linguaggi immediatamente accessibili alle persone che fermano le tangenziali e si preparano alla marcia su Roma.

 

Via.


L’8 dicembre siamo andati a dormire con Matteo  Renzi nuovo segretario del PD, convinti che i prossimi mesi saremmo tornati a parlare di un’inesistente “crescita”, di trame parlamentari, di riforme costituzionali e di modelli elettorali. Il giorno dopo, invece, ci siamo svegliati in una sgangherata ma inquietante Weimar in cui gli Illuminati e i fotomontaggi sgrammaticati si fondono alla perfezione con l’odio sfrenato verso i politici, il risentimento della popolazione e l’impoverimento generalizzato.

E se è complicato prevedere come andrà a finire, le uniche certezze sono che nessuna forza politica o sindacale sembra in grado di gestire questo tipo di protesta—proprio perché la mancanza di rappresentanza ne è una delle cause principali—e che difficilmente da questa situazione verrà fuori qualcosa di buono.


Segui Leonardo su Twitter: @captblicero

Nelle puntate precedenti:

Come prosegue la "rivoluzione"

La rivoluzione dei punti esclamativi

Altro da VICE
Vice Channels