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música

Un paio di cose su Lou Reed di cui non eravate a conoscenza

Non importa quante volte ricontrollerete, Lou Reed è morto. Ma noi siamo ancora vivi. Ed è con questo spirito che abbiamo pensato di riportare qualche aneddoto in suo ricordo.

di Gavin Haynes
28 ottobre 2013, 2:29pm


Illustrazione di Victoria Sin

Non importa quante volte ricontrollerete, Lou Reed non c'è più. Ma noi siamo ancora vivi. E questa è una cosa buona. Una su due non è poi tanto male.

Idealmente, Lou avrebbe voluto che prendessimo un sacco della spazzatura, gettassimo i suoi resti sul marciapiede e aspettassimo che un camion dell'immondizia arrivasse per prelevarlo e compattarlo senza pensarci due volte. Ma Lou Reed avrebbe voluto anche che le persone nutrissero un sano disprezzo per le ultime volontà di un dio morto del rock. È quindi con questo spirito che abbiamo pensato di riportare qualche aneddoto a testimonianza del fatto che era molto più interessante di quanto si tenda a immaginare—sperando che almeno alcuni di questi siano una novità per voi. 

UNA DELLE SUE INFLUENZE PRINCIPALI FU UN PROFESSORE DEL COLLEGE

A 21 anni, un sabato, Delmore Schwartz sedette alla scrivania e scrisse un racconto: In Dreams Begin Responsibilities. Il lunedì successivo, un amico che lo aveva incontrato ricorda uno Schwartz raggiante, convinto di aver scritto un classico della letteratura. Ed era esattamente così: successivamente Nabokov lo incluse nei suoi sei racconti americani preferiti di tutti i tempi. Il resto della sua carriera, però, si rivelò molto più una promessa che non una realtà, e nel 1966 Schwartz morì all'età di 52 anni, ubriaco, dimenticato, drogato e odiato, ma allo stesso tempo inneggiato per il suo genio da artisti del calibro di Saul Bellow, che scrisse Il dono di Humboldt pensando a lui. Nel frattempo, Schwartz insegnò inglese alla Syracuse University, dove si legò in maniera particolare a uno dei suoi allievi—il giovane Reed, finito dritto sotto il suo incantesimo. I versi grezzi, semplici in cui lo zio Lou si è specializzato sono figli di Burroughs, ma anche di Schwartz, a cui Reed dedicò "European Son" e che fu di ispirazione per "My House", il  brano di apertura di The Blue Mask.

PRIMA DELLA FAMA AVEVA MILITATO IN DIVERSE BAND DI BASSO LIVELLO

Da adolescente Reed aveva suonato la chitarra in vari gruppi del college, tutti destinati a formarsi e sfasciarsi nel giro di pochi mesi. "Eravamo così scarsi che dovevamo cambiare nome ogni poche settimane. Nessuno sarebbe tornato consapevolmente a vederci dal vivo," diceva. Nel 1958 iniziò la sua carriera discografica cantando in "Leave Her For Me" dei Jades. Non era terribile, ma non era neanche "Street Hassle".

CONDUCEVA UN PROGRAMMA JAZZ NELLA RADIO DEL COLLEGE
 

Fino a quando non fu buttato fuori per aver ruttato durante un messaggio della campagna di sensibilizzazione sulla distrofia muscolare.
 

DENTRO DI SÉ, LOU ERA UN UOMO DELLA TIN PAN ALLEY


La storia di come Reed sia finito fra le braccia di John Cale è piuttosto strana. I due si incontrarono quando il gallese fu incaricato di guidare una band per una delle canzoni scritte da Reed. La Pickwick Records aveva ottenuto un certo successo copiando le canzoni di moda del momento per rivenderle in versione economica. Qui, il nostro mise in pratica i classici trucchi della Tin Pan Alley per la costruzione dei suoi testi. Come iniziare con un'immagine. Come mantenere le cose semplici e ancorate al piano visivo. Inizialmente usò questi trucchi per pagarsi l'affitto, sfornando canzoni sul surf e gli hot rod. Col tempo questo influsso è rimasto, anche se le canzoni parlavano di tutt'altro.


AL CULMINE DEL SUCCESSO HA VISSUTO CON I GENITORI


Molti grandi uomini della storia hanno vissuto con i genitori. È un bel risparmio, del resto. Napoleone ha vissuto con i suoi genitori durante la maggior parte della guerra d'indipendenza spagnola. Ma deve essere stato umiliante quando i Velvet Underground chiusero i battenti, nel 1970, e Reed dovette tornare a vivere con i genitori. Andarono a prenderlo alla stazione di Freeport e lo portarono nella sua casa d'infanzia, dove tirò avanti facendo lavoretti a 40 dollari la settimana per il padre, un commercialista, mentre preparava la mossa successiva. Per oltre un anno. Stranamente, non ha mai scritto una canzone sul ventre oscuro della contabilità fiscale in periferia.

BERLIN È ISPIRATA ALLA VITA REALE PIÙ DI QUANTO SI IMMAGINI
 

Bettye Kronstadt era la cameriera che divenne la prima signora Lou Reed. Nel 1972 Bettye venne a sapere che la madre, a lei estranea ormai da anni, era morta. Madre single diciottenne, aveva lasciato il marito soldato, e non sapendo prendersi cura della figlia l'aveva affidata ai servizi sociali. Coincidenza o no, questo scenario divenne la trama centrale del capolavoro di Reed, "Berlin". Coincidenza ancora peggiore vuole che si trattasse del periodo peggiore di Reed nel suo rapporto con l'alcol. "La seconda volta che mi ha colpito mi ha fatto un occhio nero," ricordò in seguito la Kronstradt. "Poi gli feci un occhio nero anche io, e questo lo indusse a smettere di alzare le mani. Tutti sapevano che esagerava—nel bere, nelle droghe, nelle emozioni—ai tempi in cui stava con me. Era anche molto auto-distruttivo." La coppia divorziò poco dopo un anno di matrimonio e numerosi litigi.


LA SUA AMANTE TRANS VENNE STRONCATA DA LESTER BANGS


Mentre le tendenze bisessuali di Bowie venivano considerate al pari di prese di posizione artistiche, la vita privata di Lou Reed è stata molto più, be'... gay. Nel 1980 era un habitué del Ninth Circle, un locale gay di New York. A metà degli anni Settanta si mise con un travestito/transessuale (nessuno sembra esserne sicuro) chiamata Rachel/Tommy. Rimasero insieme per quattro anni, pur avendo veramente poco in comune. "Rachel era truccata e vestita in modo sorprendente, e ovviamente era in un mondo totalmente diverso da chiunque altro la circondasse," ricordava Reed parlando del loro primo incontro. "Alla fine le parlai, e lei venne a casa mia. Parlai per ore, mentre Rachel stava lì seduta a guardarmi senza dire niente. A quel tempo abitavo con una ragazza, una bionda completamente pazza, e mi sarebbe piaciuto vivere insieme a entrambe, ma per qualche ragione la cosa non le stava bene. Così Rachel rimase, e l'altra ragazza se ne andò."


Una seduttrice metà messicana e metà indiana, Rachel non aveva idea della reputazione di Lou, e non aveva alcun interesse per le sue canzoni. Era una specie di sorridente contrappeso a tutto quello che stava succedendo nella carriera di Lou. Si pensa che Rachel sia morta nei primi anni Novanta, ma anche ora, nonostante tutti i retroscena svelati, tutti i libri di Hunter Davies su Lou Reed e i Velvet Underground, e il fatto che sia stata fotografata da Mick Rock, non si sa praticamente niente di lei. Un Lester Bangs profondamente rammaricato l'avrebbe poi ricordata così: "lunghi capelli scuri, barba, tette, grottesca... come qualcosa che è entrato dalla porta mentre Lou la apriva per prendere il latte o il giornale del mattino."


MA LA SUA RELAZIONE CON BANGS FU PROBABILMENTE MENO PERSONALE E PIÙ PROFESSIONALE DI QUANTO ABBIA MAI DATO A INTENDERE

Il chitarrista Bob Quine ricorda di essere andato a  casa di Lou per comunicargli la notizia della morte di Bangs. "Quando glielo dissi non mi credette. Questo ha segnato la fine della mia amicizia con Lou, perché rispose 'È un peccato per il tuo amico.' Ma poi si lanciò in 45 minuti di improperi verso Lester. È un egomaniaco, ecco quello che è, e questo è il motivo per il quale non ha amici. Se non sei uno zerbino, non sei un suo amico. Rispettava il fatto che io non fossi uno zerbino, ma alla fine me ne sono dovuto andare. Ha anche accennato all'articolo di Creem dove Lester descrive Rachel. 'Hai capito, Quine? Era una persona a cui ero vicino. E lui l'aveva descritta in quei termini'."

VOLEVA ESSERE NERO

SE CI SONO MOLTE INCONGRUENZE NELLA STORIA DI LOU REED, È PERCHÉ CE LE HA PIAZZATE LUI

Reed ha passato la maggior parte degli anni Sessanta e Settanta a raccontare bugie su se stesso. Non amava le interviste perché le riteneva troppo personali. Temeva che ogni idiota con una penna e con una copia di Freud in mano volesse rivendicare un'oncia del suo dolore personale. Che la gente si aspettasse di strappargli confessioni personali solo perché era così che faceva nei dischi. Dal suo punto di vista, il fatto di averlo fatto nei dischi lo assolveva dal doverlo fare con la stampa. Quindi, invece di lamentarsi, iniziò semplicemente a inventarsi le cose. "Una volta uno scrittore mi stava chiedendo qualcosa," ricorda," e Andy [Warhol] mi disse "te lo stai inventando, vero? Sai di non dover dire la verità? Puoi dire quello che vuoi, è quello che ho fatto per anni. Sfortunatamente, sono ancora perseguitato da quelle bugie. La gente continua a chiedermi, 'Hai davvero puntato un fucile alla testa di un ragazzo?' e "Hai davvero preso una laurea in musica ad Harvard?'"

UNA VOLTA FECE A BOTTE CON DAVID BOWIE

È raro che David Bowie venga colpito colpito in faccia, probabilmente perché il suo volto è molto bello, ma nel 1987, a Hammersmith, lui e Reed erano ad una cena dopo un'esibizione all'Hammersmith Odeon. Ad un certo punto Reed chiese a Bowie di produrre il suo nuovo album. Bowie accettò gentilmente, ma altrettanto gentilmente aggiunse che la sua unica condizione era che Reed fosse sobrio. Invece di discutere la cosa ad un livello puramente semantico, Lou lo colpì. Poi fu portato via dai suoi assistenti. "Il diverbio continuò in hotel," ricorda uno dei testimoni, Chuck Hammer. "Con Bowie nel corridoio che chiedeva a Reed di uscire e battersi da vero uomo." Alla fine tutto si calmò, visto che Reed non riapparve per continuare la lotta, dato che molto probabilmente stava già dormendo."

LA CURA CONTRO L'OMOSESSUALITÀ A CUI FU SOTTOPOSTO NON LO LASCIÒ INDIFFERENTE

Alla fine Lou Reed optò per le donne. La sua prima moglie fu Bettye Kronstadt, la seconda Sylvia Morales, la terza Laurie Anderson. Ma da giovane Lou era stato vittima di un fallito tentativo di de-omosessualizzazione, condotto da un gruppo di ciarlatani a cui i genitori lo avevano affidato dopo aver scoperto le sue tendenze. All'epoca la terapia più immediata sembrava l'elettroshock. "Perdi la memoria e diventi un vegetale. Non puoi leggere, perché arrivato a pagina 17 devi tornare di nuovo alla prima." Non li perdonò mai, e quell'episodio potrebbe da solo assicurarsi tutto il risentimento che ha dato luogo a parte dei suoi lavori. Grazie, signori Reed!

IL TAI CHI NON ERA MAI ABBASTANZA

Se ci si affida ai report che provengono dall'ospedale, un'ora prima di morire Lou Reed stava praticando Tai Chi. Le dinamiche che avrebbero portato un uomo con alle spalle un trapianto di fegato a praticare arti marziali cinesi rimangono tuttora poco chiare, ma è indubbio che Lou avesse dedicato a questa attività parte dei suoi ultimi 25 anni. In tour portava con sé il suo istruttore, e nel 2003 accanto a lui sul palco si era anche esibito un professionista. "La gente pensa che faccia sollevamento pesi," aveva detto di recente. "Ma è tutto merito del Tai Chi in stile Chen con Ren Guang Yi. Lo pratico per due ore al giorno, ogni giorno." 

QUANDO QUELLO CHE SEMBRAVA DIRE ERA TAKE A SCOOT ON THE WILD SIDE

SEMBRA CHE TUTTI VOGLIANO PARLARE DI LULU, MA CI SONO UN BEL PO' DI STRANEZZE NEL SUO CATALOGO

Warhol diceva che Lou era pigro, ma nel corso di una lunga ed eclettica carriera è giunto a quota 22 album, e buona parte di questa carriera è stata dedicata a mettere in discussione il medium con cui lavorava—con risultati di ogni tipo. C'è stato The Raven—un disco doppio sui racconti di Edgar Allan Poe. La soundtrack tai chi di Hudson River Wind Meditations. Time Rocker—adattamento teatrale d'avanguardia de La macchina del tempo di HG Wells, in collaborazione con il regista teatrale Robert Wilson. 

NONOSTANTE LA REPUTAZIONE DA DURO, HA FATTO SPESSO IL SENTIMENTALONE

Molti scrivono un buon album per un amico morto. Reed ne ha scritti due. Songs For Drella, la reunion tra lui e Cale, un tributo di 54 minuti ad Andy Warhol dopo la morte del re della pop art. E poi c'è stato Magic And Loss, in cui Reed scriveva con lucido e adulto candore del suo amico Doc Pomus, morto per un tumore. In precedenza aveva affrontato temi comuni tra i giovani con parole nuove. Invecchiando, non ha avuto paura ad adattare lo stesso vocabolario ai problemi di un uomo più maturo. Problemi come il lutto. La morte che non arriva come uno shock, ma una nebbia strisciante di inevitabilità intubata. Conosceva Pomus solo da qualche anno, ma la vicenda è un esempio tipico del fuoco mutevole e capriccioso della sua devozione. Al di là dei colpi di testa, Reed è stato devoto agli amici in un modo che va al di là delle capacità di persone con temperamenti più equilibrati. In effetti, molte delle discussioni che ha avuto con critici o giornalisti sono legate a questioni che lui giudicava troppo personali. Per quanto perversa potesse sembrare, mostrava una fiera tenerezza nei confronti dei suoi amici.

SAPETE COSA PENSAVA DI YEEZUS?


Mentre in generale i Velvet Underground hanno deciso di tenere per sé i propri pensieri su Yeezus, una delle ultime uscite pubbliche di Reed è stata una intricata recensione dell'ultimo disco di Kanye su The Talkhouse. "Continua a farti perdere l'equilibrio," notava. "Accumula suoni su suoni e poi all'improvviso li fa sparire, fino al silenzio totale, e poi c'è un grido o una melodia bellissima, e ti arriva dritto in faccia. È questo che io chiamo un pugno nello stomaco." Parliamone.


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