Siamo stati al corteo No TAV di Roma

Dopo la manifestazione in Val di Susa, il movimento No Tav si è dato appuntamento a Roma in occasione del vertice tra il premier Letta e François Hollande. E mentre la stampa si concentrava sugli scontri, nessuno è andato a vedere cosa si siano detti i...

|
21 novembre 2013, 2:10pm

Foto e video di Niccolò Berretta.

Dopo la manifestazione in Val di Susa di sabato 16 novembre, il movimento No Tav si era dato appuntamento a Roma il 20 novembre, data del vertice tra il premier Letta e François Hollande, il Presidente francese più impopolare degli ultimi decenni. Per scongiurare “l’incubo No-Tav”, come l’ha definito qualche quotidiano alla ricerca di click facili, le forze dell’ordine hanno militarizzato il centro storico della Capitale con un massiccio dispositivo di sicurezza: strade sbarrate da blindati e camionette, posti di blocco all’ingresso della città e più di 2.000 agenti in assetto antisommossa.

Il sit-in in un Campo de’ Fiori deserto (bar e negozi hanno ricevuto un perentorio invito ad abbassare le serrande) inizia a popolarsi verso le quattro di pomeriggio, mentre i due leader sono asserragliati a Villa Madama. Oltre alla delegazione No Tav partita dalla Valle, ci sono molte componenti del movimento sceso in piazza lo scorso 19 ottobre: le varie anime del corteo chiedono che i miliardi di euro destinati alla realizzazione del Tav vengano impiegati nelle politiche sociali e nella messa in sicurezza del territorio. Diversi cartelli e striscioni, infatti, recitano: “1 km di Tav / 1000 case popolari.”

Poco prima delle quattro qualche centinaio di manifestanti prova a occupare la sede romana del Partito Democratico. Uno schieramento di carabinieri impedisce l’azione, e a quel punto vola qualche petardo. Un manifestante copre con lo spray una targa su cui sono scritte le iniziali del partito. Momenti di tensione si verificano anche in via della Mercede, davanti alla sede del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), dove vengono montate alcune tende. A quel punto il “corteo selvaggio” si muove velocemente nei dintorni del Parlamento e converge verso Campo de’ Fiori.

Il corteo prova a ripartire, ma la polizia chiude tutte le vie e lo confina in piazza. Un primo fronteggiamento avviene all’imbocco di via dei Baullari: i manifestanti chiedono di proseguire e accusano i funzionari della Digos di “cercare lo scontro” e innalzare inutilmente la tensione; gli agenti però non fanno una piega e chiudono definitivamente la via.

Il corteo si sposta dunque in via dei Giubbonari, una strada molto stretta in cui si trova un circolo storico del Partito Democratico.

Qui l’atmosfera si fa incandescente. I manifestanti accalcati cercano ripetutamente di sfondare il cordone di polizia. Volano fumogeni, qualche bottiglia e dei sanpietrini. Nessuna delle due parti intende cedere di un centimetro. Partono le cariche, e qualche metro più indietro i militanti del PD escono dalla sede per proteggere i simboli, beccandosi qualche schiaffone e un pugno. I militanti ritornano dentro la sede su indicazione della polizia. Alcuni manifestanti lasciano delle scritte sul portone e coprono la targhetta del Pci.

L’“assedio” e le mazzate vanno avanti per una mezz’ora buona, fino a quando il corteo non ritorna in Campo de’ Fiori per decidere come proseguire la manifestazione. Nel frattempo arrivano le prime notizie di agenti feriti (sei secondo la questura) e manifestanti contusi. Diversi esponenti politici del Pd (e non solo) rilasciano dichiarazioni sdegnate sull’incidente al circolo del PD. Il candidato alla segreteria Gianni Cuperlo parla di un gesto che “evoca un’epoca buia della nostra storia” e dice che “quello che è avvenuto […] non è una cosa buona per la democrazia italiana.” La deputata Alessandra Moretti twitta: “100 incappucciati assaltano circolo PD dove si fa democrazia! Questi non sono #notav sono solo dei vigliacchi fascisti!” Il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi afferma che “chi assalta sedi dei partiti odia la democrazia e vuole il caos nel Paese. Non cederemo ai violenti.”

Il corteo, formato da qualche migliaio di persone, riprende a marciare verso le sei e mezza, ripassando proprio per la stessa via dei Giubbonari, e arriva lentamente a Piazza Venezia scandendo cori e sventolando bandiere No Tav. Usciti dal perimetro blindato di Campo de’ Fiori ci si accorge subito che la presenza della polizia è veramente massiccia.

La manifestazione finisce verso le otto di sera in mezzo al traffico impazzito nei dintorni del Circo Massimo, senza più registrare un singolo momento di tensione.

Come ormai di consuetudine quando ci sono di mezzo No Tav e antagonisti, la stampa italiana ha titolato—a senso unico e senza troppi mezzi termini—che ieri a Roma è andata in scena una vera e propria “guerriglia urbana”, che la città è stata devastata e che il delirio “no global” è andato avanti “per ore”.


I titoli di Repubblica e Il Giornale.

A parte la conclamata incapacità di dare un giusto peso alle parole che si usano (“guerriglia” descrive scenari ben più pesanti di una carica in una via nel centro della città), la notizia più interessante della giornata di ieri non sono gli scontri, ma l’accordo stretto a Villa Madama tra Letta e Hollande. Il problema è che nessuno è andato a vedere cosa si siano detti i due—anche perché ormai è davvero difficile capire in che cosa consista realmente il progetto della Torino-Lione.

I due leader hanno dichiarato in tutte le salse che l’opera è assolutamente prioritaria e va fatta ad ogni costo. Ma proprio ieri, mentre si ribadiva in pompa magna il concetto di “priorità”, il governo Letta ha dirottato 100 milioni di euro dalle risorse stanziate per il Tav a favore dell’Anas e dei suoi interventi urgenti. La decisione ha provocato l’ira dell’ultras Sìtav del PD Stefano Esposito, che si è lamentato a mezzo stampa: “Non è possibile che ogni volta che servono soldi per le ferrovie o per le strade venga saccheggiato il fondo per la Tav; così perdiamo ogni credibilità.”

Hollande, inoltre, ha detto che “vediamo la fine del tunnel anche se dal punto di vista procedurale siano all’inizio del tunnel” e garantito che “i lavori potrebbero iniziare alla fine del 2014 o all’inizio del 2015.” Ecco: uno dei punti chiavi del trattato tra Francia e Italia del gennaio 2012 (quello per il “progetto low cost” di Tav) era proprio l’inizio dei lavori per il gennaio 2013. Ieri quell’inizio è stato allegramente spostato al 2014-2015.

Sempre a proposito di avanzamento dei lavori, Letta e Hollande hanno voluto rimarcare “l’importanza degli obiettivi raggiunti” finora (quali?), nonché “l’avvio degli scavi della galleria geognostica di Chiomonte.” Il riferimento è alla famosa “talpa”, la fresa che dovrebbe scavare la galleria esplorativa, ampiamente ripresa e fotografata lo scorso 13 novembre. E proprio in occasione della presentazione del macchinario ai media, i No Tav avevano esplicitamente parlato di “operazione di propaganda”: “La talpa non si è mai mossa e ci risulta che non ci sia alimentazione elettrica sufficiente per farla muovere. Forse inizierà tra qualche mese.”

Ma Enrico Letta ha mostrato di non avere il minimo dubbio: “L’opera va avanti con la tempistica indicata perché è un asse strategico europeo ed è fondamentale che il nostro Paese sia dentro questi assi strategici europei.” La domanda è: in quale “asse strategico europeo” dovrebbe rientrare l’Italia? Perché se Letta si riferisce al Corridoio 5 Lisbona-Kiev dovrebbe sapere che quel progetto è praticamente naufragato già da tempo.

Recentemente è uscito Binario Morto di Luca Rastello e Andre De Benedetti, un libro che ripercorre la storia del Corridoio 5 e racconta a che punto sia la sua realizzazione. Ebbene, fondamentalmente si tratta di un “corridoio deserto” con lunghissimi tratti in cui “non c’è nemmeno uno scheletro o un ectoplasma di rotaia.” Il Portogallo, ad esempio, ha rinunciato in toto a costruire la sua parte perché non ha i fondi. Nel 2012 la Spagna ha stanziato la bellezza di 500mila euro per il tratto iniziale Algeciras-Bobadillas, “pari allo 0,02 percento circa del costo totale previsto dell’opera (un miliardo e mezzo)”; a questo ritmo, scrivono gli autori, “il primo treno per Kiev dovrà aspettare ancora qualche secolo prima di cominciare a sferragliare, inflazione permettendo.” La Slovenia non è pervenuta (e attualmente ci sono a malapena i treni normali che la collegano all’Italia), e l’Ungheria ha già fatto sapere di voler investire i fondi europei nelle autostrade, e non nell’alta velocità.

Nonostante le altisonanti rassicurazioni di Hollande, la Francia ha più volte espresso fortissimi dubbi sulla realizzazione dell’opera. Il 5 novembre 2012 la Corte dei Conti francese ha rilevato come i costi siano lievitati enormemente rispetto al progetto iniziale, e la scorsa estate una commissione parlamentare voluta dal ministro dei trasporti Frédéric Cuvillier ha presentato un rapporto in cui si mette nero su bianco che la priorità deve essere data "ai nodi e alle infrastrutture per il trasporto dei pendolari nelle grandi aree urbane" e all’"ammodernamento e manutenzione straordinaria" delle linee già esistenti.

Per le linee ad alta velocità, compresa la Torino-Lione, se ne riparla dunque tra il 2030-2040. Le uniche misure intraprese dal governo francese sono state quelle che assicurano “la continuità giuridica del progetto.” Da anni insomma, come ha scritto la rivista specializzata Ville, Rail et Transports "si fa quello che bisogna fare per fare in modo che il progetto non muoia, e niente perché viva."

Il che, a ben pensarci, è anche una perfetta descrizione del vertice a Villa Madama del 20 novembre e, più in generale, del Governo Letta. 


Segui Leonardo su Twitter: @captblicero

Altro sul tema:

Baci e saluti dalla Val di Susa

Siamo stati alla manifestazione per la casa del 31 ottobre a Roma