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Meglio un criminale in libertà che un rapper in prigione

Intervista all'avvocato penalista milanese che difende i rapper e la criminalità organizzata.
11.6.13

Questa intervista ha origini piuttosto spontanee, per non dire casuali. Nasce da una normalissima e oziosissima conversazione con un amico, avvenuta nel corso di una noiosa serata in un club durante la quale, a una certa, lui mi racconta tutto tranquillo di essere stato fermato la settimana prima dalla polizia con addosso mezzo etto di erba, beccandosi pure una notte in guardiola. Quando, piuttosto perplesso, gli chiedo se la cosa non avrà di quelle conseguenze che normalmente gli avrebbero come minimo guastato l'umore, mi svela di avere "un avvocato con le contropalle" che è riuscito a far passare una quantità del genere come uso personale. "Dovresti incontrarlo," mi fa, "lo conosco dal liceo ed è un personaggio unico, abituato a difendere criminali di tutti i tipi, anche roba grossa, lo hai visto sicuramente nel reality dei Club Dogo." Non lo avevo visto, ma sono ovviamente subito andato a cercarmi la scena di Club Privé in cui appare a consigliare Emi Lo Zio.

Ammetto che sulle prime trovavo semplicemente molto divertente che la scena hip-hop e il crimine organizzato usassero gli stessi avvocati, ma non ci è voluto molto perché iniziassi invece a vedere il giovane penalista Niccolò Vecchioni come una possibile fonte di spunti interessanti. Non tanto, ovviamente, per farmi raccontare "casi assurdi" e cazzi dei suoi clienti, su cui la deontologia professionale gli impone il massimo riserbo, quanto per avere finalmente a disposizone il punto di vista tangibile di qualcuno che tutti i giorni ha a che fare con mondi e ambienti che hanno un loro peso sulla realtà urbana milanese. Insomma, sapere cosa pensa, come lavora, e quale può essere la storia di qualcuno che lavora coi casi di "nera", professione sulla quale conserviamo spesso decine di pregiudizi, fondati e infondati.

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Ne è risultata una conversazione per certi versi illuminante, per le posizioni assolutamente "laterali" che Niccolò ha sulla lotta alle mafie e sui perché di una certa inefficacia del sistema giudizario italiano proprio in merito a quest'ultima, ma anche perché ne sono emerse memorie di una certa Milano di strada che è decisamente scomparsa. Le sue sono idee sicuramente garantiste ma, che le condividiamo o meno, appartengono a qualcuno che ha una seria coscienza del suo ruolo sociale.

VICE: Mi sei stato raccontato come avvocato che ha lavorato molto col mondo del crimine organizzato e con la scena hip-hop. Fermo restando che non possiamo scendere nei dettagli, ovviamente voglio sapere come sei arrivato a diventarlo.

Niccolò Vecchioni: Diamo un po’ un ordine cronologico alla cosa: questo lavoro è quello che ho sempre voluto fare, fin dalle superiori. Ho sempre avuto un’inclinazione a difendere le ragioni degli altri. Quindi ho fatto il mio percorso di studi piuttosto regolare, studiato giurisprudenza e tutto. Volevo fare proprio l’avvocato penalista, fare in qualche modo da contrappeso allo Stato che ti accusa di qualcosa.

Era una questione solo di indole tua personale o c’entrava in qualche modo la fascinazione per un certo tipo di immaginario?

La fascinazione c’era sicuramente, i vari riferimenti che uno prende dalla musica, dal cinema—ascolto un sacco di rap. Questo si va a combinare con una volontà di contrapporsi comunque alle ingiustizie dello Stato e della polizia, volontà che avevo fin da ragazzino e che mi ha portato a frequentare certi ambienti e certe persone, in una Milano che oggi nemmeno esiste più. Per certi versi oggi Milano è peggio, però io sono cresciuto nella Milano degli anni Novanta, in cui si stava molto di più per strada. Sai, le solite banalità per cui coi computer si è perso un po’ il contatto: stando per strada giocoforza entri nel giro di dinamiche che magari prendono connotati che la gente definirebbe… be’, criminali.

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Anche ambienti più politicizzati?

Guarda, ci sono molti avvocati sulla piazza di Milano che sull'appartenenza politica hanno costruito tutta la loro carriera e il loro core business, siano essi ascrivibili alla sinistra antagonista o alla destra. Io non ho mai inteso dare un colore politico al mio lavoro. Ho le mie idee, ma non interferiscono né con quello né con le mie frequentazioni personali. Non ho mai avuto processi per manifestazioni o simili, più che altro magari per questioni da stadio. C’è stato tutto un periodo della mia vita in cui ho frequentato la curva del Milan, e da lì mi sono rimasti un sacco di contatti che poi hanno avuto uno sbocco lavorativo.

Andiamo con ordine, però: frequentavi molto la strada, e chi ci hai incontrato?

Anzitutto, ancora prima di arrivare al liceo e conoscere i miei amici dell’adolescenza, sono nato e vissuto in un quartiere di periferia, Segrate. Già da subito avevo anche a scuola un bell’entourage: c’erano i figli dei giostrai del Luna Park, gente un po’ disadattata o che comunque veniva da una condizione difficile. Alcuni di questi ancora li sento, se mai loro o qualcuno che loro conoscono ha bisogno di un avvocato mi fanno chiamare. Diciamo così per edulcorare la cosa [ride]. Comunque: mi trasferisco a Milano nel ‘94-’95, periodo in cui c’è l’esplosione delle “piazze”, si stava in piazza Vetra tutto il pomeriggio, lo spaccio di strada era una questione enorme, nota a tutti e mai più vista uguale. Parco Sempione era un po’ il centro di Milano, ci gravitavano intorno ragazzi da tutte le parti della città, era un bel crocevia. Magari non si diventava tutti amici, ma incontro ancora oggi gente che mi conosce da quei giri lì, e sa che faccio l’avvocato. Gente di tutti i tipi—il problema dei processi penali è che magari c’è gente che ne affronta decine all’anno, e altra che fa una vita regolare e ci si ritrova per sfiga, per caso.

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Ok, e quando sei “salito di grado” a livello di conoscenze e contatti?

Fatta l’università ho cominciato, come tutti, a lavorare come praticante. Cioè a inizare la pratica forense nello studio di un avvocato molto noto nell’ambiente del penale cosiddetto “nero”. Devi sapere che ci sono due tipi di penale, soprattutto sulla piazza di Milano: quello dei colletti bianchi, un mercato che qui è piuttosto remunerativo e sarebbe quello dei reati di finanza, dei manager, di pubblica amministrazione, mentre gli avvocati più tradizionalisti si occupano del penale “nero” o criminale. Io vengo da uno studio storicamente legato a quest'ultimo ambiente, il capo del mio capo negli anni Settanta ha difeso nomi importantissimi della criminalità storica milanese.

Al livello della Banda Vallanzasca, per dirne uno?

Esatto, personaggi di quello spessore. È una tradizione che è stata tramandata di generazione in generazione. Il fondatore dello studio con cui collaboro ha partecipato ai primi maxi-processi di criminalità organizzata che si sono svolti al Nord Italia negli anni Ottanta-Novanta. Lavorando con lui sono entrato in contatto con realtà di criminalità che vengono definite “organizzate”, ma anche lì bisognerebbe specificare. Quando si sente solo la campana dell’accusa ci si immagina una militarizzazione del territorio, una realtà molto strutturata con famiglie che tirano le fila, mentre spesso sono più enfatizzazioni che vengono dai media, perché i giornalisti si appiattiscono sulla teoria dell’accusa. Io ho visto ragazzi di 21 anni condannati a pene severissime per attività di spaccio che non presentavano assolutamente i connotati di pericolosità che anche il legislatore ha voluto dare al reato di associazione mafiosa, che sono stati seppelliti in galera. Questo perché è passata la teoria che fossero soldati di organizzazioni criminali, ma sono solo illazioni. A Milano fanno questi maxi-processi in cui grazie alle intercettazioni—magari tu hai sentito solo una persona, forse anche per motivazioni non effettivamente lecite—ti trovi a processo con 50, 60 persone che non hai mai visto e per il PM formate un’associazione a delinquere. E le pene per i reati associativi sono enormi.

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Ma pensi che sia più colpa dei PM che semplificano troppo, o dell’effettiva ramificazione delle organizzazioni, per cui si possono combattere solo così?

Da parte di alcuni PM c’è una visione della realtà criminale poco concreta, frutto più che altro di un’attività puramente teorica di studio, che portata nella pratica ha risultati aberranti. Pensa alla droga: la filiera, a cominciare da chi la importa—lasciando stare i produttori—a chi la consuma, è lunghissima. Magari il consumatore abituale chiama lo spacciatore quattro, cinque volte a settimana con conversazioni criptiche, e io spesso ho dovuto difendere gente portata a processo per telefonate di dieci secondi in cui diceva, “sto arrivando, ci vediamo al bar,”  solo perché erano in orario notturno, per cui per forza—secondo il PM-—dovevano celare una compravendita di natura illecita. Quindi spesso anche il consumatore viene tirato dentro, perchè tanto poi si fa un processo e durante quello si accertano le responsabilità, senza considerare che molte volte il semplice fatto di avere un processo a carico causa molta sofferenza, costa un botto di soldi e, soprattutto per droga, la gente viene spessissimo messa in custodia cautelare prima del processo. Magari poi sono riuscito a farli assolvere, ma intanto erano rimasti mesi in galera. In quei casi sono riuscito a vincere anche le istanze di riparazione per ingiusta detenzione, che però finiscono con somme di risarcimento ridicole.

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Certo, in Italia c’è il problema delle mafie, ma porta a reazioni sproporzionate.

Quindi, il vertice è talmente inattaccabile che ci rimettono solo gli ultimi gradini?

Certo. L’utilizzo di politiche repressive, siano finalizzate a debellare il fenomeno della droga come quello della mafia, rischia di degenerare solo in violazioni dei diritti dei cittadini.

Il lavoro della polizia è di aiuto nel restituire la realtà delle cose? Hanno il polso effettivo della strada?

Non molto, spesso le indagini non vengono svolte in modo obiettivo. Il Pubblico Ministero dovrebbe elaborare una certa critica rispetto alle teorie elaborate dalla polizia, mentre c’è una tendenza ad appiattirsi su quello che loro gli dicono, senza magari rendersi conto del fatto che quando ci si trova davanti ai fatti, le teorie si rivelano in alcuni casi campate per aria.

Senza generalizzare, però… vai a fidarti dei poliziotti, ho assistito molte volte agli espedienti che usano per creare una sorta di legame con i fermati, sai “dai che non è niente, tra pochissimo vai a casa.” C’è magari la figura del poliziotto illuminato che vive nel ghetto, conosce le situazioni e le persone, sa distinguere la manovalanza criminale dai piani alti, ma è abbastanza infrequente. Quelli che a Milano vengono portati a processo al piano terra del Palazzo Di Giustizia, dove si trattano i reati di strada, ne escono quasi sempre con le ossa rotte, mentre per quelli del settimo piano, gli imputati eccellenti, di solito si riserva un trattamento più rispettoso e garantista. Ci sono disgraziati che vengono triturati dalla macchina della giustizia. Molte volte invece i grossi narcotrafficanti hanno difese eccellenti per cui magari i processi saltano per vizi di forma, intercettazioni non valide perché illegittime. Ci sono nostri clienti che se tu leggevi i contenuti delle telefonate erano palesi, però in quanto acquisite in maniera illegittima, non erano utilizzabili come prove.

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Ma il penale nero e quello dei colletti bianchi sono davvero così separati?

No, il discrimine è sempre più sottile. La droga ha alterato la fisionomia del crimine tradizionale, garantisce grossi guadagni che possono essere reinvestiti in vari modi.

E la corruzione a Milano quanto è diffusa?

A livello giudiziario non è sicuramente una delle criticità che vedo. Nelle forze dell’ordine neanche, ti mentirei se ti dicessi che ho delle esperienze dirette.

Pensi che il nostro ordinamento giudiziario faciliti le disparità?

A livello teorico è tutto sommato garantista. Il legislatore ha inteso dare un’impalcatura per cui viene riconosciuta una dignità al ruolo del difensore. I vizi che io rilevo, in realtà, sono due: la non-separazione delle carriere, te lo direbbe qualsiasi avvocato, cazzo, è un vizio forte che c’è in Italia. Poi la prescrizione: in molti casi è vista favorevolmente dagli imputati, ma è una scelta di politica criminale insensata quella di prevedere tempi più ristretti per la prescrizione per i reati dei colletti bianchi che per i crimini di strada. Abbiamo esempi ben noti a tutti di questo sistema.

Tornando alle tue esperienze, la realtà criminale milanese per come l’hai vissuta tu com’è cambiata?

Be', come ti dicevo prima, la droga ha cambiato molto la realtà del crimine di strada. Tutti possono essere spacciatori. Per rapinare o fare sequestri di persona ci vuole sangue freddo, devi avere una bella attitudine, mentre spacciare lo può fare dal figlio di papà al tossico che ha bisogno di soldi, ai pensionati, addirittura. Una volta ho difeso un ultrasettantenne, soprannominato “nonno pusher”, con tanto di articolo di giornale. Si era prestato a fare da custode di quantitativi massicci, in un caseggiato popolare, per conto di altre persone. Una storia figlia anche di questi tempi di crisi.

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Ma negli anni Novanta la droga sembrava più diffusa di oggi. Forse lo era semplicemente in maniera differente.

Era qualcosa con cui avevi a che fare quotidianamente, anche frequentando il “miglior” liceo classico di Milano, quello a cui sono andato io, che doveva in teoria formare la classe dirigente e da cui sono usciti nomi importanti della politica e dell’industria. Un contesto non di disagio, e la droga era diffusa capillarmente. Magari era droga meno dannosa di quella che gira oggi; oggi non difendo molti minorenni, ma quelli che io assisto sono sicuramente già molto esperti. Rimango sempre molto colpito: manca lo smercio all’aria aperta, ma questo non comporta una diffusione minore, anzi ci sono molti più consumatori tra i quindici-sedicenni di adesso.

E con la scena rap come sei entrato in contatto?

Molto banale: sempre per questioni scolastiche e di frequentazioni che risalgono ai miei 14, 15 anni. Da quel grosso calderone che ti dicevo prima c’è chi è diventato imprenditore, chi avvocato, chi fa il musicista… Alcuni sono diventati dei rapper, ecco, nel reality dei Club Dogo la mia presenza si giustifica così, e difendo qualche artista di quel mondo.

C’è la leggenda e c’è la realtà, ma quanto sono distanti, considerato che loro invece hanno tutto l’interesse a rimanere vaghi?

Fermo restando che questo forse dovresti chiederlo a loro, comunque io sono la prova provata che quello di cui parlano quando parlano di reati è vero. I processi ci sono. Ti posso dire questo, ognuno può trarne le conclusioni che vuole ma i processi ci sono. Loro raccontano, o raccontavano, una situazione con cui sicuramente hanno avuto a che fare pur venendo dal centro, a conferma di quanto fosse trasversale una certa realtà.

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Senti mai qualche forma di rimorso o di remora morale per aver difeso qualcuno colpevole di reati gravi, o anche non colpevole ma legato a mondi criminali?

No. Non ho mai avuto problemi di questo tipo, un po’ perché il mio lavoro è anche semplice. Io devo sostanzialmente minimizzare il danno che ti puoi subire per essere stato coinvolto in un processo, la vera responsabilità grava su chi deve giudicare. Quindi il mio compito è questo, non avverto il peso di grosse implicazioni di tipo morale. Poi io penso che è sempre meglio un colpevole in libertà che un innocente galera, ma non solo per me, per tutti. Mi spiego: se io riesco a farti assolvere, significa che effettivamente l’accusa così com’era costruita non sta in piedi, vuoi per motivi sostanziali, vuoi per motivi formali. Il processo è un meccanismo che deve portare all’attestamento di verità, se violi o forzi il meccanismo la verità non ha più il senso assoluto che dovrebbe avere. L’avvocato per me è a tutela dei diritti civili, quando sei da solo contro lo Stato e il suo apparato non solo investigativo ma anche coercitivo, quando sei da solo sbattuto in una gabbia è un avvocato quello di cui hai bisogno. Molte volte, peraltro, ci si dimentica che, se si arriva a emettere sentenze, è anche perché ci sono gli avvocati. L’esempio storico è quello dei brigatisti, che rifiutavano di nominare degli avvocati e minacciarono gli avvocati d'ufficio che gli erano stati affidati, per mettere in discussione in questo modo l’intero sistema. C’è gente che ci è morta—il presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino fu assassinato per questo.

Però anche il crimine organizzato è un apparato coercitivo, per questo penso che qualcuno potrebbe anche non voler avere a che fare con quel mondo. La tua conoscenza non va mai oltre quello che viene provato?

Questo dipende dal cliente, c’è chi preferisce rimanere abbottonato, chi invece dice tutto… Diciamo che più cose so, meglio riesco a fare il mio lavoro. Mentire all’avvocato non è mai una scelta saggia perché mi crea dei problemi, magari sono cose che sono già entrate nel bagaglio conoscitivo dell’accusa e che, “scoperte” da me per la prima volta nel corso del processo, possono far sorgere difficoltà.

Come ti senti, cosa pensi nel caso di una colpevolezza che non può essere dimostrata, ma riguardo alla quale tu sei venuto a conoscenza di fatti gravi, e magari hai anche portato a casa una vittoria?

Che ho fatto un ottimo lavoro. Anzi, sono le soddisfazioni più grandi. A livello personale non è affatto un problema. La figura dell’avvocato è sul crinale fra il bene e il male, se la vediamo in senso moralistico. Il problema è che coi giudizi morali io mi ci pulisco il culo. È come il medico che non guarda in faccia a nessuno e deve solo salvare il paziente, allo stesso modo io devo solo fare l’interesse del mio assistito. Anzi, i processi più difficili sono quelli in cui sei sicuro dell’innocenza del cliente, in quel caso avverti maggiormente il peso e la responsabilità, è un’esperienza totalizzante e te la porti a casa.

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