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A9N4: Molti nemici

Quindi questa è la vittoria

Il mio diario dalla guerra in Afghanistan.
13.6.13

Il soldato americano Christopher Saenz scruta l’orizzonte durante un pattugliamento fuori dal villaggio di Musa Qala, nella provincia di Helmand. (AP Photo/ Rodrigo Abd)

Inizialmente, trascorrere sei anni della mia vita a documentare la guerra in Afghanistan non rientrava nei miei programmi. Nel 2007 ci sono andato per fare un film sui feroci scontri tra le forze inglesi a corto di uomini ed equipaggiamenti e i talebani in Helmand, la provincia più violenta dell’Afghanistan. Ma sono rimasto ossessionato da quello a cui ho assistito—dalla disparità tra la realtà dei fatti e il dipinto che ne danno i media e i comunicati ufficiali.

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Tutto quello che dovevo fare era avventurarmi alla volta di una delle numerose, isolate, piccole basi che punteggiavano l’orizzonte sterile e riarso e seguire le truppe di fanteria inglesi in pattugliamento per assistere coi miei occhi alla caotica realtà della guerra: scontri a fuoco lunghi giorni interi, attentatori suicidi che saltano su jeep non blindate sbucando da dietro le bancarelle del mercato, IED [

] nascosti ovunque, bombe che cadono sulle case afghane, e dentro, spesso, intere famiglie di civili innocenti. Nel 2006, quando le truppe inglesi sono state mandate nell’Helmand, i membri del commando non pensavano che avrebbero avuto molto da combattere. La missione era semplice: “Facilitare la ricostruzione e lo sviluppo.” Il Segretario alla Difesa inglese John Reid dichiarò addirittura che sperava che la missione potesse giungere a termine “senza che fosse sparato un singolo colpo.” Ma di anno in anno, feriti e morti sono cresciuti in una progressione naturale, come l’oppio nelle colture locali. Sono stati dislocati migliaia di soldati inglesi, poi decine di migliaia di americani, secondo le direttive del generale Stanley McChrystal, seguite a sei mesi di analisi della situazione bellica richieste all’insediamento del presidente Obama. Ancora, la confusione e i massacri continuavano, ininterrotti. Gli attentati suicidi sono aumentati di sette volte. Ad ogni passo potevi mettere il piede su una mina. Nel febbraio di quest’anno, l’ultimo giorno del suo mandato come capo delle forze NATO in Afghanistan, il generale John R. Allen ha descritto quella che, così se la immagina, sarà l’eredità della guerra: “Forze afghane che difendono il popolo afghano e permettono che il governo serva i cittadini. È questa la vittoria, è così che ce la immaginiamo, e non dobbiamo aver paura di usare queste parole.” Le forze angloamericane si stanno preparando a lasciare l’Afghanistan una volta per tutte (ufficialmente, alla fine del 2014) e durante i miei sei anni nel Paese mi sono convinto che la nostra eredità sarà l’esatto opposto di quello che pensa Allen—l’Afghanistan non diventerà un Paese stabile, ma uno ancora in lotta con se stesso. Ecco qualche istantanea di quello che ho visto e di quello che stiamo lasciando agli afghani. Novembre 2012 – “Chai Boys” Il sottotenente Will Felder, a sinistra, dopo aver parlato con un abitante di un villaggio nella Baghran Valley, provincia di Helmand. (AP Photo/ Rodrigo Abd) Per molti degli uomini dislocati a Sangin, 14.000 abitanti e centro della produzione d’oppio nel sud del Paese, la guerra è già finita con il 2012. I marine hanno abbandonato le basi che negli ultimi sei anni hanno costruito con grande fatica e si sono ritirati al sicuro dei loro quartieri generali poco a nord del centro città, da dove escono solo di rado. Sangin è saldamente nelle mani del governo afghano. Di tanto in tanto due pattuglie di 18 “consulenti” dell’esercito americano tornano alle basi, ora adibite all’uso di polizia ed esercito afghani, ma, da qualsiasi parte la si guardi, la situazione attuale non sembra un successo. Transizione è il quarto e ultimo stadio del piano antiguerriglia della NATO, ma il suo momento verrà solo quando i talebani saranno stati snidati, saranno state costruite infrastrutture valide e le forze dell’ordine afghane saranno così preparate da non aver bisogno di supporto esterno. Dopo cinque settimane a Sangin, mi è chiaro che le forze afghane non sono nemmeno lontanamente pronte. Ho visto poliziotti così fatti d’eroina da non riuscire a reggersi in piedi o a chiudere i sacchi di sabbia, e soldati scaricare razzi, proiettili e granate in direzione del più piccolo movimento sospetto nel deserto—”Fanculo, è pieno di talebani laggiù,” se ne esce uno quando gli dicono di smettere di sparare a un padre e suo figlio— e almeno in sei occasioni diverse, ho visto bambini soldato. I talebani, poi, sono comunque ancora attivi, e rapiscono i civili per chiedere un riscatto o per usarli negli scambi di prigionieri. Armi, munizioni ed equipaggiamenti che la NATO ha fornito all’Esercito Nazionale Afghano sono esposti in vendita al bazar locale, e “fantasmi”—militari che tecnicamente non esistono—riempiono i fogli paga della polizia. “Hai visto I Soprano?” mi chiede il maggiore Bill Steuber, comandante della squadra di sostegno alla polizia afghana, descrivendo la corruzione. “È senza limiti.” Ma quel che è peggio, gli alti gradi della polizia sono soliti sequestrare giovani e usarli come “Chai Boys”, servitori e schiavi sessuali. Tre di questi ragazzi, in circostanze diverse, sono stati uccisi mentre cercavano di fuggire. A uno hanno sparato in faccia e a uno hanno sparato in caserma. Quando anche un quarto ragazzo è finito ucciso, Steuber è andato dal capo della polizia pretendendo che si facesse qualcosa. Il capo della polizia ha risposto che sono stati i ragazzi a scegliere di vivere nelle basi militari: “A loro piace stare lì e dargli il culo, di notte.” Inoltre, secondo lui, gli abusi sessuali sono necessari. “Se i miei uomini non scopassero questi ragazzi, chi scoperebbero, le loro nonne?” Gennaio 2011 – “I talebani saranno qui mezz’ora dopo che ve ne sarete andati.” Un soldato dell’Esercito Nazionale Afghano si prepara a un’operazione nei territori controllati dai talebani. L’uomo che è uscito dalla moschea ha detto ai marine che pattugliano la strada che il giorno prima sua fi glia era stata colpita a una spalla da un proiettile vagante. La famiglia l’ha portata in ospedale senza che né i marine né l’esercito afghano alzassero un dito. Uno dei marine dà la colpa ai talebani, dice che usano i civili per farsi scudo. Aggiunge che è un buon segno, perché significa che i talebani stanno perdendo il controllo, le loro azioni sono disperate. Il mullah che ha accompagnato l’uomo fuori dalla moschea sorride come se avesse trovato conferma ai suoi sospetti, poi si rivolge direttamente al sergente dell’Esercito Nazionale Afghano lì a fianco. “Non c’è nessuna sicurezza oltre la strada,” dice. “Lo dicono solo per illudersi di fare qualcosa. Come facevano i russi. Se Dio vuole, avranno lo stesso destino dei russi.” “Certo, ci sono i talebani, ma chi sono i talebani? Sono afghani,” continua, gesticolando in direzione dei marine. “Loro chi sono? Noi due dobbiamo unirci! Perché i miei orfani saranno lasciati a te, e i tuoi a me. Loro,” indica di nuovo i marine, “se ne andranno. Dio li maledirà con problemi tali che si dimenticheranno anche di tutto questo.” Invece di tradurre le parole del mullah ai soldati, l’interprete glissa, dicendo, “Vivevamo nella Green Zone ma era pericoloso, ora viviamo qui e ce la passiamo bene. I bambini possono giocare.” “Bene,” fa il marine, ignaro di essere stato ingannato. “Stiamo cercando di migliorare le condizioni di sicurezza, e sono felice che vi sentiate più protetti.” L’interprete si rivolge direttamente al mullah. “Gli ho detto che tu hai detto che vi sentite al sicuro qui. Non gli ho detto quello che hai detto. Gli ho detto che vivere qui è sicuro.” Il mullah ripete che loro tre—il sergente afghano, l’interprete e lui—dovrebbero unirsi contro gli stranieri. “Ieri hanno ucciso sei persone in una casa,” dice. “Hanno risparmiato solo due bambini. È questa la democrazia? Noi questa democrazia non la vogliamo. Non vogliamo la legge degli infedeli. Vogliamo la legge dell’Islam.” Al marine viene tradotto il reclamo del mullah sulle sei persone uccise. “Be’, lanciamo molte bombe,” risponde, “ma quando lo facciamo, siamo sempre attenti a dove le sganciamo, e su chi.” “Se non vi arrabbiate vi dico una cosa,” riprende il mullah. “Qualunque cosa abbiate portato in Afghanistan, i vostri uomini sono qui per uccidere. I vostri carri armati, sono qui per uccidere. I vostri cannoni sono qui per uccidere. I vostri aerei anche. Non avete portato niente che ci piaccia. Avete portato solo strumenti di morte.” “Capisco che non ci amate perché attraiamo i proiettili e facciamo rumore e a volte a causa nostra le persone vengono ferite,” risponde il marine. “Ma sono cose che devono succedere per la pacificazione del vostro Paese, e se aiutate noi e L’Esercito Nazionale Afghano a vincere, ce ne andremo dalle vostre vite.” “I talebani saranno qui mezz’ora dopo che ve ne sarete andati,” dice il mullah, sorridendo. “Loro non ci uccidono. Con loro, non abbiamo paura di uscire. Non ci toccano. Noi non tocchiamo loro.” Difficile dire se il mullah sia sul punto di mettersi a ridere o prossimo a uno scoppio d’ira. “Migliaia di persone sono morte in quest’area. Come vedete, non c’è nessuno. Tutto quello che avete fatto è stato costruire un chilometro e mezzo di strada, ma di contro, più di 5.000 persone sono morte. Uomini, donne, bambini. Ora, comparate le cose. Qual è meglio, secondo voi?” A diverbio finito, il mullah si fa più cortese. Dice che c’è una piccola stanza per gli ospiti nella moschea e ci invita tutti a entrare per un tè. Il marine ha dato uno sguardo all’orologio e ha detto, “Mi piacerebbe molto bere un tè con voi, ma purtroppo sono in ritardo e devo continuare la ronda. Ma la prossima volta che veniamo, sarò più che felice di prendere un tè e di sederci a discutere.” Il sorriso del mullah torna un ringhio. Vede sfumare quello che aveva pensato di poter ottenere da quella discussione davanti al tè. Continua nella pagina successiva.
Gennaio 2010 – “Cristo di un Dio. Stava proprio qui.”

Il quartier generale della polizia afghana è pieno di jeep distrutte dagli IED o negli scontri a fuoco. I soldati angloamericani si spostano in corazzati a prova di bomba, che costano milioni di dollari, ma ai soldati afghani vengono forniti pickup non blindati. Fuori da una casa di Sangin, sette grandi massi giacciono in modo sospetto uno in fi la all’altro lungo un sentiero. Il soldato scelto Jeff Payne sta carponi e gratta il suolo con il coltello, cercando di sentire se ci sia del metallo. Il soldato scelto Blake Hancock arriva poco dopo, allungando la gamba e tastando il terreno con le dita del piede prima di ogni passo, come uno con indosso le scarpe della domenica che cerchi di evitare le pozzanghere. Hancock pensa che le rocce siano un segno-guida per chi sta dall’altra parte del fi lo, con il dito sul detonatore. “Vedono uno che ci cammina a fi anco e sanno che è il momento di premere il pulsante… Boom!” Apre le dita a ventaglio, come un’esplosione. “Vedi quel buco nel terreno coperto da una pietra?” dice Hancock. “Non mi avvicino. È come quella che ha preso McGuinness,” un compagno colpito da uno IED. Arriviamo dove il sentiero fa una curva a S in cui convergono quattro strade. “Ci devono essere degli IED in questo angolo,” fa Hancock. Allora nessuno lo sapeva, ma Hancock aveva ragione. Sepolti sotto i nostri piedi stavano sette ordigni collegati, una bomba fatta per uccidere o mutilare un plotone intero. Due fi li correvano per le stradine, e alla fi ne di una qualcuno guardava, aspettando il momento per far detonare il tutto. Quell’uomo teneva la batteria in una mano e il filo nell’altra. Non appena avesse connesso le due parti, la catena di ordigni sarebbe esplosa. Questo metodo non permette ai soldati di scovare l’ordigno, perché nel suolo non c’è metallo. Trattengo il fiato finché giriamo l’angolo. Compaiono quattro marine dietro di me, ognuno scruta una via dal mirino del fucile. Payne appoggia a un muro una scala a pioli, cercando di trovare un punto di fuga dal sentiero—“il fottuto sentiero”, ora lo chiamano tutti così. Appena arriva in cima alla scala, dietro di noi ruggisce un’esplosione terribile. Mi giro e vedo due sbuffi di polvere marrone che si impennano nell’aria. Sassi e rocce piovono su di noi. “CI SONO FERITI? CI SONO FERITI?” urlano i marine. Non vedo dietro l’angolo, ma sento dei gemiti tremendi. Torno indietro a vedere cosa è successo. Tutti sono immobilizzati sul posto. I gemiti si fanno orribili. Mentre il polverone si solleva, vedo un cratere in cui giacciono frammenti di un contenitore di plastica gialla. Il contenitore è grande abbastanza per quasi 20 chili di esplosivo, sufficienti per fare a pezzi molti uomini. “Cristo di un Dio. Stava proprio qui,” dice un soldato. Indica il cratere, a pochi metri. Un altro soldato sta in ginocchio, con la mano destra cerca di afferrare qualcosa. Ma non riesce a toccare il terreno con il palmo. Più lontano, un medico urla: riesce a sentire? Riesce a vedere? Riesce ad allontanarsi carponi dall’angolo? Almeno tre ordigni sono esplosi contemporaneamente, ma tutti sono sicuri che ce ne siano altri intorno a loro. Payne appare a fianco a me. Fissa l’angolo per un secondo, poi avanza tranquillamente. Si avvicina al primo cratere e si china per vedere chi è rimasto ferito. È il caporale Christian Thomas, chiamato Big T. I compagni lo prendono sempre in giro perché sobbalza ad ogni esplosione, anche la più piccola, la più controllata. “Riesci ad alzarti, riesci a vedere?” chiede Payne. “È cieco! Big T ha la priorità!” urla qualcuno in una radio. A mezzo metro dalla testa di Big T si è aperto un altro cratere, pieno di polvere scura sfrigolante, come una manciata di cerini accesi tutti insieme. Payne cerca di fare alzare Big T, ma questo batte il terreno col pugno e geme. “Riesci a vedere? Puoi alzarti?” “Eh?” “Ci vedi?” “Eh?” “Non ti sente,” urla il medico. Big T è cieco e sordo. Payne lo aiuta a mettersi in piedi, ma quello cade, con un lamento. “Arggggh, merda.” “Seguimi, afferra la mia spalla,” fa Payne. Mettendosi il braccio di Big T intorno al collo, barcolla di nuovo su per il sentiero. E all’improvviso sono solo, tra due crateri fumanti. “Stai dove sei, non muoverti,” mi grida un soldato. Big T viene disteso al suolo. Geme più forte mentre il braccio penzola senza vita dal corpo, come un fantoccio. La polvere nera nel cratere ora brucia con un crepitio sinistro. Big T si porta le mani alle orecchie. La bocca spalancata, gli occhiali coperti di spessa polvere, gli occhi nascosti. Urlo al soldato più vicino che la polvere sta bruciando. “Può esplodere?” “Non lo so, io lì non ci vengo,” mi risponde.

Per vero miracolo, nessuno dei marine era proprio sopra l’ordigno al momento dell’esplosione. Nessuno a parte Big T ha subito ferite gravi. Gli uomini in testa alla pattuglia— Payne, Hancock, altri quattro soldati, e io—sono rimasti per dieci minuti buoni sugli ordigni prima di voltare l’angolo. Payne torna a controllare il sentiero finché riusciamo a salire su un tetto. Un marine indica una via. Dice che è sicuro che l’uomo che ha premuto il pulsante si nasconda lì.
“Va tutto bene,” dice. “Presto sarà morto.” Agosto 2009 – “È come quella merda del Vietnam.”

Un poliziotto afghano così fatto d’eroina da non riuscire ad alzarsi o a chiudere i sacchi di sabbia. I marine dormono sul pavimento di cemento di un lungo, stretto edifi cio che è stato una scuola. Mi hanno detto di dormire con i medici, che hanno una stanza dove prestare soccorso ai feriti, una stanza per il dottore e un cortile fangoso che condivido con altre 15 persone. Il mio letto è una barella, quando i medici non ne hanno bisogno. “Hai visto cosa c’è qui di fianco?” mi dice un marine. “Una poltrona da ginecologo con un secchio in fondo. Molto adatto a questo Paese.” C’è un solo paziente al centro medico. È un ragazzo del posto, un paraplegico che, nonostante abbia “tra i 16 e i 30 anni,” non peserà più di 40 chili. L’hanno trovato in una casa nei paraggi, distrutta da un incendio dopo essere stata colpita da un missile Hellfire. La famiglia era fuggita insieme a tutti gli altri, quando i marine sono arrivati. Impossibilitato a muoversi e praticamente anche a parlare, il ragazzo quasi moriva di fame. Ha detto all’interprete di essere rimasto ferito in un incidente mentre portava le greggi al pascolo, cosa che nessuno dei soldati ha creduto. Danno per scontato che chiunque sia stato ferito nella zona sia coinvolto nei combattimenti o nella produzione di ordigni. I marine pattugliano la zona quotidianamente, ma i talebani sono invisibili. “È come quella merda del Vietnam,” mi dice uno. “Molte volte è come se fossero i cespugli a spararci.” Un soldato è disperato perché la sua prima telefonata a casa non è andata bene. Durante il discorso di motivazione prima dell’operazione, la Echo Company era stata messa in guardia—“il mondo vi sta guardando,”—ma ora i suoi amici a casa gli hanno detto che la maggior parte degli americani non sa nemmeno che ci sono stati scontri. Ha solo 21 anni, ha viaggiato per tutto l’Iraq, è stato in prigione per aggressione. “Le nostre famiglie sanno quello che sta succedendo,” ringhia, “Lo sanno quelli dell’esercito, ma non lo sa la gente. L’America non è in guerra. L’America è al supermercato,” ruggisce. “Non gliene fotte un cazzo a nessuno. L’unica cosa che importa alla gente è ‘Cosa sta facendo Paris Hilton? Britney Spears, cazzo…’ L’americano medio non sa nemmeno quando qui muore qualcuno, cazzo.” Un altro marine concorda. “Tutti i giorni ci sparano contro. Finalmente sono riuscito a fare una telefonata a casa oggi, e mi aspettavo che fosse, ‘Oh, mi manchi.’ No. È stata, ‘Va tutto bene. Vado alle feste, me la godo.’ Non mi hanno nemmeno chiesto cosa faccio io. Così ho capito che alla gente non frega un cazzo. Nessuno nemmeno parla più dell’11 settembre. Io è per quello che sono qui. È per quello che sono andato in Iraq, è per quello che sono entrato nei Marine. Ora siamo qui, e non so nemmeno perché.” Alcuni soldati avevano solo 11 o 12 anni il giorno dell’attacco alle Torri Gemelle. E più sono giovani, mi sembra, meno appaiono convinti che quella che stanno combattendo sia la guerra al terrorismo. Un soldato, che ha firmato esattamente un anno fa, cinque giorni dopo il suo diciottesimo compleanno, mi ha detto, “Non so. Dove vivevo, l’economia non andava bene, non si riusciva a trovare lavoro, il mio patrigno stava male, non riusciva a trovare un posto. Sapevo che l’esercito era una buona organizzazione, paga regolare, si prendono cura di te. Ora me ne sto qui, e aiuto un sacco i miei.” La sua paga è poco più di 20.000 dollari all’anno. Un compagno accarezza un cespuglio di rovi con la mano guantata. “ Guarda questa cazzo di cosa, non è altro che spine. È tutta rabbia. Non ha altra funzione che causare dolore. Tutto in questo Paese è così rabbioso.”
Giugno 2007 – “Loro sono i nostri re.” Il dito del capo della polizia del distretto di Gereshk trema mentre si alza nell’enfasi. È un piccolo uomo con una barba brizzolata e ben tenuta. “Le azioni dell’ISAF [International Security Assistance Force] sono inutili,” dice. “Loro se ne vanno, e i talebani tornano. Non fanno differenze. Non vedono differenze tra donne e bambini e i talebani.” Pensavo che stesse esagerando, che stesse cercando di convincere tutti che li capiva. Ma poi ho saputo che anche lui ha perso molti membri della sua famiglia in un raid aereo, cosa che non aveva sorpreso nessuno, tranne me. “Mi hanno colpito con una forza tale da lasciarmi paralizzato. Cosa posso fare? Ho perso quattro fratelli. Come farò a prendermi cura delle loro famiglie?” Quando finisce, i capifamiglia iniziano a discutere sui bombardamenti, dicono che spesso i talebani sono già lontani quando le bombe vengono sganciate, che la sicurezza sta peggiorando, e che molti civili si uniranno presto ai talebani, se la situazione non migliorerà. “La vita per me non ha più senso,” dice uno. “Ho perso 27 membri della mia famiglia. La mia casa è stata distrutta. Si sono portati via tutto quello che ho costruito in settant’anni.” Portano dentro contenitori di metallo, li mettono sui tavoli di fronte al gruppo, li aprono. Ai capifamiglia danno 500 afghani, per cui firmano lasciando l’impronta del pollice destro bagnato nell’inchiostro. Per ogni membro della famiglia che è stato ucciso ricevono un indennizzo pari a 2.000 dollari scarsi. “Io ho perso 20 persone, mi hanno dato due milioni di afghani [circa 36.000 dollari],” mi dice uno. “Era circa mezzanotte e mezza, quando le vostre forze armate sono arrivate nella nostra area. C’era uno scontro, ma i talebani si sono ritirati. Più tardi è arrivato un aereo che ha sganciato bombe sulla nostra casa. Hanno distrutto due stanze. In una c’erano i miei due nipoti e mio figlio. Mio figlio è sopravvissuto. L’ho tratto in salvo dalle macerie. Sei della famiglia di mio zio erano nell’altra stanza. Sono tutti diventati martiri. Sono stati sepolti lì. Ho portato via i bambini e sono tornato per tirare fuori quelli rimasti sotto le macerie. Mentre cercavamo di salvare gli altri, i bambini erano così spaventati che hanno iniziato a correre via. Dall’aereo li hanno mitragliati, uno per uno. “Vogliamo solo la sicurezza, che siate voi a portarla, o i talebani. Non siamo per la guerra. Siamo per la pace e la sicurezza. Se tu porti pace e sicurezza, sei il nostro re. Se loro portano sicurezza, loro sono i nostri re.” Per vedere il documentario di Ben tratto dalla sua esperienza in Afghanistan, cliccate qui.