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Abbiamo chiesto a un esperto cosa succederebbe se l'Europa aprisse a chiunque le sue frontiere

Cosa accadrebbe se aprissimo le frontiere dell'UE e lasciassimo entrare chiunque vuole farlo? L'abbiamo chiesto all'economista Michael Clemens, che si occupa da anni di migrazioni ed è giunto ad alcune conclusioni inaspettate.

di Matern Boeselager
29 aprile 2015, 12:40pm

La scorsa domenica, 800 tra uomini, donne e bambini sono annegati nel Mediterraneo dopo che la loro imbarcazione è naufragata al largo della costa libica. La domenica precedente, il 12 aprile, avevano perso la vita altre 400 persone in circostanze simili. L'UNHCR stima che, dall'inizio di quest'anno, 1700 persone siano morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e raggiungere l'Europa.

Qualche giorno dopo l'ultima strage, i leader dell'Unione Europea si sono riuniti in un Consiglio straordinario su richiesta dell'Italia. Tra le proposte emerse dal summit, quelle principali sono il rafforzamento della missione di pattugliamento Triton, campi di raccolta nei paesi africani di transito e l'apertura a interventi militari mirati contro i trafficanti.

Il problema di tutte queste idee è evidente. Il massimo che possono fare è minimizzare gli effetti visibili di una questione fondamentale: ci sono molte, moltissime persone che vogliono migrare verso l'Europa e che l'UE non vuole lasciare entrare. Lasciano il paese di origine per vari motivi—alcuni fuggono da guerre e persecuzioni, altri da povertà e la mancanza di prospettive—ma la risposte dell'UE rimane invariata: senza un visto, nessuno può entrare legalmente.

Eppure raramente ci si chiede perché le cose stanno effettivamente così. Nessuno penserebbe mai di impedire a un diciannovenne di Atene dal tentare la fortuna a Stoccarda. Questo non succede, per esempio, con un eritreo che senza visto decide di migrare in Italia. Cosa accadrebbe se aprissimo le frontiere dell'UE e lasciassimo entrare chiunque vuole farlo?

Di questi tempi un'idea del genere può sembrare a dir poco assurda. Ci hanno abituati all'idea che i paesi economicamente più sviluppati devono difendere con ogni mezzo i propri confini per scongiurare flussi di immigrazione incontrollabile provenienti dai paesi più poveri. Così, anche se la tesi etica alla base dell'apertura delle frontiere sembra accettata da molti, la maggioranza sembra convinta che non si tratti un'opzione realistica.

Ma pochi sanno che alcuni accademici, principalmente economisti, hanno effettivamente valutato questa possibilità. Michael Clemens è uno di loro. Come membro del Center for Global Development si occupa da anni di migrazioni ed è giunto ad alcune conclusioni inaspettate. Tra cui il fatto che le restrizioni in materia di immigrazione "pongono uno dei principali limiti tra l'attuale benessere dell'umanità e il suo benessere potenziale." I suoi calcoli indicano che la libertà di muoversi attraverso i confini internazionali potrebbe raddoppiare il PIL mondiale.

Abbiamo chiesto a Michael Clemens di pensare a cosa succederebbe se l'UE decidesse improvvisamente di aprire le frontiere alla migrazione internazionale. Quello che ci ha detto è stato molto interessante.

Michael Clemens.

VICE: Professor Clemens, a prescindere da motivazioni politiche, e in termini generici, perché le persone cercano di migrare verso paesi più ricchi?
Michael Clemens: Le persone provenienti da paesi più poveri migrano soprattutto per ottenere sicurezza per sé e per le proprie famiglie. Sicurezza e opportunità dipendono principalmente dal paese di provenienza, e il 97 percento della popolazione mondiale vive nel paese in cui è nata. Per quelli nati in paesi ricchi e sicuri, questa specie di lotteria ti mette in una condizione abbastanza soddisfacente. La maggior parte dei migranti sono persone che hanno deciso che non lasceranno che siano questi esiti della lotteria a determinare il corso delle loro vite.

Quando si tratta del nostro paese, sappiamo perché uno lascia quartieri che sono pericolosi, poveri, o entrambe le cose. Sono le stesse ragioni per cui altri lasciano paesi che sono pericolosi, poveri o entrambe le cose. Ma ci sono due differenze. Nei paesi poveri e pericolosi ci sono persone che vivono a livelli di rischio e miseria che neanche le persone più povere dei paesi ricchi affronterebbero o sarebbero in grado di immaginare. E, naturalmente, nessuno pattuglia le vie di accesso ai quartieri poveri con un'arma in mano, costringendo la gente a rimanere dentro.

Quindi cosa accadrebbe se l'UE aprisse completamente le sue frontiere? Verrebbe inondata da migranti provenienti da paesi più poveri?
I flussi migratori sono molto difficili da prevedere. Posso fare l'esempio di due occasioni in cui il Regno Unito ha revocato le restrizioni in materia di immigrazione. Nel 2004 lo ha fatto per la Polonia; l'immigrazione è stata molto più abbondante del previsto. Nel 2014 è successo per la Romania: i flussi sono stati molto più esigui del previsto.

Ciò di cui possiamo essere certi è che molte persone fanno previsioni apocalittiche. Quando la Germania ha revocato le restrizioni sull'immigrazione polacca nel 2012, i sindacati tedeschi avevano previsto un milione di ingressi nel corso dell'anno successivo. L'effettiva immigrazione polacca quell'anno è stata del 10% di quella previsione; l'altro 90% era pura immaginazione. Quando gli Stati Uniti hanno aperto le frontiere alla Micronesia, uno stato insulare povero, nel 1986, molti avevano previsto che i micronesiani avrebbero inondato le Hawaii e la California. 14 anni più tardi, meno del 6 percento della popolazione della Micronesia si era trasferita negli Stati Uniti.

Quindi, cosa accadrebbe a livello mondiale? Abbiamo alcuni dati dal Gallup World Poll che possono essere essere considerati soltanto a livello suggestivo. Ogni anno i sondaggisti Gallup vanno nella maggior parte dei paesi della terra, e in ogni paese, pongono a circa 1000 adulti la stessa serie di domande. Una delle domande riguarda la loro intenzione a emigrare o meno, e se sì, dove.


Foto di Marco Valli.

Questa è la miglior prova diretta a nostra disposizione. Ma ritengo sia solo suggestiva, perché non sappiamo in che misura i desideri dichiarati riflettano un comportamento reale. Molti di coloro che rispondono "sì" potrebbero aver espresso un semplice desiderio, senza avere piani in quel senso - allo stesso modo in cui potresti rispondere di "si" a un sondaggio in cui ti chiedono se ti piacerebbe un giorno avere una tua attività. E molti di quelli che dicono "no" potrebbero riconsiderare la propria decisione, se avessero modo di migrare senza pagare dei trafficanti e rischiando la vita. Quindi la vera risposta è che le scienze sociali non rilevano certezze, ma rilevano una tendenza sistematica dei gruppi di interesse a fare previsioni eccessive in materia di flussi.

Che impatto avrebbe l'afflusso di immigrati sull'economia europea?
I dati a nostra disposizione mostrano che in termini generali l'immigrazione ha avuto un impatto positivo sulla crescita economica in Europa. Ciò è vero anche per quel che riguarda le previsioni più sofisticate degli economisti sul futuro. Christian Lutz e Ingo Wolter per esempio prevedono un effetto positivo sulla crescita economica tedesca. E così Katerina Lisenkova e Miguel Sanchez per il Regno Unito. E così via.

Potremmo dire che si tratta di un parere condiviso tra gli economisti. Il che la dice lunga, perché gli economisti sono noti per porre obiezioni su tutto. Ma tutte le prove in nostro possesso evidenziano grandi guadagni dell'attività economica complessiva a fronte della riduzione di ostacoli alla circolazione dei lavoratori. Il 96 percento degli economisti del lavoro americani concorda sul fatto che negli Stati Uniti i benefici economici provenienti dall'immigrazione superano le perdite.

Siamo di fronte a un parere unanime. Ma c'è comunque un gruppetto di economisti che fa vaghe affermazioni sul danno economico proveniente dall'immigrazione. Solitamente non hanno ricerche peer reviewed a sostegno di tale affermazione, e il loro parere dovrebbe essere considerato un'opinione politica piuttosto che il riflesso di una competenza in ambito economico.

Certamente la velocità ha la sua importanza. Esistono molteplici ragioni per aspettarsi che l'impatto di un milione di immigrati vari a seconda che arrivino nell'arco di tre anni o nell'arco di venti. Ma questo aspetto è in gran parte assente dal dibattito pubblico, che tende invece a concentrarsi su affermazioni alla "fermiamoli tutti" o "accogliamoli tutti e subito".

Un dibattito che possa ritenersi tale dovrebbe cominciare dal riconoscere l'esistenza di ricerche che dicono che ci sono grandi vantaggi economici complessivi, e discuterebbe di come poter trarre questi benefici. Lo sviluppo economico nei paesi poveri è associato a una maggiore emigrazione, non minore, per le stesse ragioni per cui è più probabile che una persona di un quartiere periferico vada a vivere e lavorare in una zona di lusso del centro quando quel quartiere periferico si arricchisce. Una delle grandi sfide politiche del ventunesimo secolo riguarda la creazione politiche che traducano la mobilità in beneficio economico, piuttosto che la costruzione blocchi navali e centri di detenzione di massa.

I lavoratori europei andrebbero incontro a una diminuzione dei salari? Per un mercato è possibile integrare, diciamo, milioni di nuovi lavoratori, alcuni dei quali non qualificati?
I flussi migratori del futuro potrebbero far aumentare i salari e l'occupazione del lavoratore europeo standard.

Le conferme arrivano dagli economisti Mette Foged e Giovanni Peri. Hanno studiato i salari e l'occupazione di ogni singolo lavoratore della Danimarca dal 1991 al 2008 (si, ognuno) e controllano come hanno risposto al forte afflusso di rifugiati provenienti da luoghi come la Somalia e l'Afghanistan. Questo flusso ha portato all'aumento dei salari e dell'occupazione degli autoctoni non qualificati.

Per capire il perché, bisogna fare un passo indietro. Quando c'è un unico posto di lavoro nell'ambito delle costruzioni o dell'assistenza all'infanzia, occupando quel posto un migrante lo leva a un autoctono. Ma questo è solo l'inizio del funzionamento del mercato del lavoro. Quando c'è immigrazione, i lavoratori autoctoni fanno scelte diverse. Fogge e Peri mostrano come i lavoratori danesi non altamente qualificati hanno risposto agli afflussi di migranti specializzandosi in occupazioni che richiedono mansioni più complesse e meno lavoro manuale.

E in presenza di migranti le imprese rivendono i loro investimenti, passando da tecnologie che eliminano posti di lavoro poco qualificati a metodi a favore di immigrati e nativi non altamente qualificati. Molto semplicemente, i lavoratori stranieri non sono semplici lavoratori, ma sono anche consumatori. I migranti con salari bassi tendono a consumare in posti come fast food e grandi magazzini, i cui prodotti sono fatti e venduti da altri lavoratori con salari bassi.

Tutte queste cose implicano che i migranti scarsamente qualificati finiscono sia col togliere che col creare posti di lavoro. Il dato è positivo anche in luoghi in cui i politici dichiaravano che fosse negativo. Far passare un messaggio del genere sarà complicato, perché i modi in cui i migranti riempiono i posti di lavoro sono diretti e visibili; mentre i modi in cui creano posti di lavoro sono indiretti e invisibili.


Foto di Marco Valli.

Il sistema di welfare potrebbe crollare, dovendo prevedere a troppe persone? Ci sono modi per attenuare questo fenomeno?
Le discussioni ragionevoli sull'immigrazione e sul benessere devono partire dai fatti. Attualmente, lo stato sociale in Europa dipende complessivamente dai migranti, e non il contrario.

Un rapporto dell'OCSE del 2013 ha rilevato che una famiglia media di migranti contribuiva in media con più di 3000 euro di tasse, più di quanto non avesse ricevuto in benefici. Ciò significa che il lavoro complessivo dei migranti sta sovvenzionando gli stati europei, aiutando gli europei a provvedere alle spese per l'istruzione dei loro figli, e la cura dei loro nonni. La questione è: senza migranti, i sistemi di welfare europei crollerebbero?

È improbabile che le cose cambino sotto la pressione di maggiori flussi migratori. Questo perché, come emerge dal rapporto OCSE, i nuovi migranti sono solitamente persone giovani e sane, il tipo di persona che contribuisce direttamente alle casse dello stato.

Inoltre, il welfare può regolare i flussi migratori. Lo studio dell'OCSE rileva grandi differenze tra i vari paesi: le conseguenze positive a livello fiscale degli immigrati in Norvegia sono due volte più grandi di quelle in Danimarca. L'impatto fiscale degli immigrati è una decisione che viene presa dai vari paesi. Nel Regno Unito, i richiedenti asilo ricevono benefici perché viene proibito loro di lavorare. In pratica, gli elettori sostengono un sistema che mette in atto un meccanismo del genere, e poi alcuni di quegli stessi elettori si lamentano dei richiedenti asilo perché non generano entrate fiscali.

Il cospicuo numero di persone provenienti da paesi meno sviluppati potrebbe avere problemi a livello culturale o sociale?
I nostri preconcetti sull'immigrazione vanno così in profondità da insinuarsi nell'uso che facciamo della lingua. Si sente spesso dire che i problemi sociali "nascono" dall'immigrazione. Pensate per un attimo alle ipotesi che ci sono necessarie per formulare questa affermazione.

Supponiamo che una donna venga attaccata da un uomo in strada, mentre cammina per andare a lavoro. Che cosa ha causato l'attacco? Dipende dalle vostre ipotesi. Nel mondo ci sono persone non credono che le donne dovrebbero avere il pieno diritto di lavorare o di camminare per strada. Queste persone direbbero che la causa dell'attacco è la famiglia della donna, che le ha permesso di avere un lavoro e di andare in giro senza essere sorvegliata. Se invece ritieni che una donna abbia il diritto inalienabile di lavorare e andare in giro, parleresti sicuramente di cause diverse: la causa dell'attacco è stata la decisione di chi l'ha effettivamente attaccata.

Allo stesso modo, quando si organizzano proteste contro i migranti, talvolta sotto la minaccia della violenza, molti potrebbero descriverlo come un conflitto sociale "causato" dall'immigrazione. Questo punto di vista presuppone che tu abbia già deciso che i migranti non hanno il diritto di trovarsi lì, per la stessa ragione per cui dire che gli attacchi contro le donne derivano dalla loro presenza sul marciapiede presuppone che tu abbia già deciso che le donne non hanno il diritto a camminare sul marciapiede.

È qui che il ragionamento si autogiustifica. I conflitti sociali "derivanti" dall'immigrazione vengono usati per giustificare il fatto che i migranti non dovrebbero avere il diritto di trovarsi in un paese. Ma il conflitto "deriva" dall'immigrazione solo se cominciamo a credere che i migranti non hanno il diritto di trovarsi in quel paese. Si basa tutto sui preconcetti.

Bene. Ma la maggiore facilità nell'emigrazione non danneggerebbe lo sviluppo dei paesi più poveri da cui provengono queste persone?
Stiamo parlano di politiche di immigrazione. Non è questione di capire se le persone dovrebbero o meno rimanere nei paesi poveri. Stiamo parlando della misura in cui i paesi ricchi dovrebbero o meno ostacolare con forza la migrazione. Questo è ciò che fa la "politica migratoria". Un visto non obbliga una persona a muoversi; un visto è la decisione di non fermare in maniera attiva quella persona impedendole di muoversi.