Come Di Maio è diventato il volto istituzionale del MoVimento 5 Stelle

Tra tour istituzionali, sondaggi che ne confermano la popolarità e endorsment da dentro e fuori dal partito, è sempre più chiaro che Di Maio si avvia a essere il candidato premier dei 5 Stelle. Ecco com'è avvenuta la sua ascesa e cosa rappresenta.
22.7.16

Nell'eccitante eventualità di poter tornare a votare—cosa che dovrebbe accadere nel 2018 secondo Renzi, e nel 2017 secondo il M5S—Luigi Di Maio potrebbe diventare il prossimo presidente del consiglio, almeno stando agli ultimi sondaggi. Il MoVimento 5 Stelle, infatti, risulta staccare nettamente il PD in un eventuale ballottaggio; mentre all'inizio di questo mese Di Maio si posizionava al primo posto a livello di popolarità, sopra al premier Matteo Renzi.

Come ha ribadito lo stesso deputato nel commentare il risultato, i sondaggi lasciano il tempo che trovano, l'umore degli elettori è volatile, e la data delle elezioni ancora sconosciuta. Tuttavia, il dato che fuoriesce è l'ennesima conferma di ciò che è ormai da tempo palese, e a cui sembra mancare solo l'ufficialità: Luigi Di Maio è sempre di più il volto istituzionale del MoVimento 5 Stelle, nonché la figura che dall'esterno è percepita come l'unico possibile candidato premier del MoVimento.

A ribadirlo c'è la circostanza—ampiamente raccontata dai giornali in merito alla sua tappa israeliana e al mancato accesso a Gaza—che da mesi vede Di Maio impegnato in un lungo tour istituzionale. Il deputato, infatti, sta incontrando leader politici e figure di spicco a livello internazionale ed europeo, e negli ultimi giorni ha parlato anche con dei lobbisti, raccontandone poi gli esiti su Facebook con uno status che ha sollevato polemiche a causa del riferimento alla "lobby dei malati di cancro."

Insomma, è evidente a tutti che Di Maio si sta muovendo nell'ottica di una futura candidatura. E visto che appare inevitabile, a questo punto è interessante ricostruire la sua ascesa e capire cosa può rappresentare per il MoVimento.

Ho incontrato J.V. Placé Sottosegretario di Stato francese, ho espresso il nostro cordoglio per la strage di — Luigi Di Maio (@luigidimaio)15 luglio 2016

Di Maio, classe 1986, è nel MoVimento 5 Stelle dal 2007. Ex studente fuori corso di giurisprudenza e autoproclamato webmaster, nel 2010 si candida come consigliere comunale di Pomigliano d'Arco (paese dal quale proviene), ma non viene eletto. Nel 2013 partecipa alle parlamentarie: si trattava della prima partecipazione del M5S alle elezioni generali, e Di Maio entra in Parlamento con 189 preferenze. Nel marzo dello stesso anno è nominato vicepresidente della Camera, diventando così—a soli 26 anni—la persona più giovane di sempre a ricoprire quella carica.

Fin da subito, Di Maio riesce a far parlare di sé per le proposte politiche e per essere tra i protagonisti delle proteste che segnano l'esordio in parlamento del MoVimento 5 Stelle. Diventa così una personalità di spicco, nettamente più in vista dei grillini complottisti e di quelli improponibili della prima tornata.

Oltre a essere uno dei volti televisivi del MoVimento—persino quando ancora i talk show erano cosa proibita per i pentastellati—Di Maio si contraddistingue anche per un atteggiamento verso i giornalisti più aperto rispetto ai colleghi, i toni "moderati" e persino l'abbigliamento.

Del resto, il primo a non nasconderne la stima è proprio Beppe Grillo in persona. Da tempo ne tesse pubblicamente le lodi, dichiarando per esempio nel 2013 di imparare "sempre da Di Maio, anche quando sta zitto." L'anno successivo, lo vuole al suo fianco durante l'imbarazzante incontro in streaming con Renzi. Nonostante alcune voci parlino di un Grillo esasperato da Di Maio, l'ex comico non ne ha mai negato il potenziale ruolo né il valore politico, confermato d'altronde con la sua inclusione nel Direttorio—il collegio di garanti sorto nel 2014, quando Grillo si è detto "stanchino" e ha annunciato di voler rivestire un ruolo politico più defilato.

L'appoggio a Luigi Di Maio, tuttavia, non si limita al leader del MoVimento. Alessandro Di Battista, altra figura di spicco del MoVimento seppur diametralmente opposto a Di Maio, ha dichiarato che sarebbe "il primo sponsor di Di Maio premier"; la senatrice Paola Taverna lo "adora"; e Virginia Raggi, durante le ultime elezioni romane, nei periodi di tensione lo avrebbe scelto come suo unico interlocutore.

Ma ancora più importante rispetto ai riconoscimenti interni è la reputazione di mediatore che gli è stata assegnata da figure esterne al MoVimento. Fin dagli albori del suo impegno istituzionale i giornali lo hanno da un lato descritto come un vicepresidente della Camera intransigente e rispettoso delle regole, e dall'altro come "l'uomo del dialogo."

Significativo, in tal senso, è il rapporto che ha provato a instaurare con lui Matteo Renzi. In occasione di un voto di fiducia alla Camera, quest'ultimo aveva tentato un approccio con il M5S inviando a Di Maio dei biglietti scritti a mano. Il tentativo confidenziale di Renzi—che sceglieva di iniziare con la frase: "Scusa l'ingenuità, caro Luigi, ma voi fate sempre così?"—era stato pubblicati da Di Maio sulla propria pagina Facebook, in ossequio alla "trasparenza."

Con il MoVimento 5 Stelle in Italia abbiamo catalizzato la voglia di cambiamento dei cittadini evitando gli estremismi. — Luigi Di Maio (@luigidimaio)24 aprile 2016

Detto ciò, le ragioni dell'ascesa di Di Maio non possono che essere parallele all'evoluzione del MoVimento e al ruolo che si propone di ricoprire.

Come è già stato evidenziato su VICE, è innegabile che l'iniziale spinta antisistemica del MoVimento 5 Stelle abbia per forza di cose ceduto il passo ad una strutturazione simile a quella di un partito vero e proprio. La cosa è parecchio evidente se si guarda all'evoluzione della sua "classe dirigente," di cui Di Maio fa parte, che assomiglia sempre di più a un gruppo di politici di professione.

Le recenti vittorie di Chiara Appendino a Torino e di Virginia Raggi a Roma, inoltre, rendono palese il fatto che il MoVimento vince quando si affida a persone quanto più tranquillizzanti possibile, capaci di attrarre i voti in modo trasversale. Di questa prerogativa, Di Maio rappresenta l'emblema.

La prima cosa che lo dimostra è il suo posizionamento ideologico. Figlio di un attivista di Alleanza Nazionale che ha sempre detto "di stare con la vera destra," Di Maio incarna perfettamente l'idea grillina del superamento della destra e della sinistra: la sua appartenza al MoVimento lo fa apparire come politicamente immacolato, e questa caratteristica è sfruttata per strizzare l'occhio sia agli elettori di centrosinistra che a quelli di centrodestra con cui, come ha dichiarato recentemente, "ci sono molte affinità."

In un partito che su temi quali immigrazione, Unione Europea, diritti civili e politica estera non ha una linea che vada al di là dell'accaparrarsi voti—come è stato fin troppo lampante durante la discussione del ddl Cirinnà—Di Maio è sempre riuscito a mettere delle toppe, evitando così di spaventare quella fetta di elettori che avrebbero potuto pensarla diversamente.

Fa lo stesso a livello d'immagine, immedesimandosi nel cittadino medio che si fa riprendere su un treno regionale per poi ritrovarsi perfettamente a suo agio nelle logiche parlamentari o nel "Palazzo." Ma soprattutto, ci riesce a livello di contenuti.

A Di Battista che aveva individuato nei terroristi dell'ISIS dei "potenziali interlocutori," Di Maio ha risposto incontrando gli ambasciatori dei Paesi dell'UE e dichiarando, qualche giorno fa, la necessità di "una seria riflessione su sicurezza e terrorismo." Emblematica poi è la posizione di Di Maio su Brexit ed Europa, che ha oscillato indifferentemente tra l'euroscetticismo di fondo (dopotutto, il M5S siede a fianco di Nigel Farage all'Europarlamento), l'auspicio che il Regno Unito votasse per il Remain, e la proposta di fare un referendum per uscire dall'euro.

Questa apparente incoerenza è in realtà un punto di forza nell'universo dei Cinque Stelle, perché permette di sintetizzare visioni altrimenti inconciliabili. In un video risalente 2011 Filippo Pittarello—all'epoca uno stretto collaboratore dei due co-fondatori del M5S—spiegava che l'eletto grillino deve avere "una faccia pulita e attitudini, più che competenze," deve "muoversi con destrezza sulla rete," e deve avere "la capacità di parlare in pubblico."

In questo senso, grazie anche ad una certa abilità retorica, il candidato ideale dell'attuale MoVimento 5 Stelle non può che essere Di Maio: il politico pentastellato che riesce tranquillamente a barcamenarsi tra populismo e razionalità—il tutto senza dare risposte chiare o aver particolari competenze, ma rimanendo sempre a metà tra posizioni difficilmente accettabili dalla base del MoVimento 5 Stelle e l'assoluta fedeltà alla linea "ufficiale" del blog.

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