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Noisey

Non è vero che nel 1980 gli italiani ascoltavano musica migliore di oggi

Da qualche giorno gira su Internet una confronto tra la classifica dei dischi più venduti nel 1980 e quella di oggi, ma il problema è un altro.

di Francesco Farabegoli
25 luglio 2016, 3:04pm

Talking Heads, via.

La musica italiana, si sa, è diventata un po’ una merda. Noisey ha analizzato più volte la situazione, traendone un quadro desolante e desolato in cui i talent hanno preso possesso del mainstream e l’indie non è riuscito a fornire un ricambio generazionale adeguato. Personalmente non sono mai stato molto d’accordo con questa interpretazione, ma ieri ho visto quest’immagine su Facebook e sono stato messo di fronte allo svilimento del panorama musicale italiano in modo ineluttabile.

È una cosa che lascia a bocca aperta. Ammetto di non essere stato presente all’epoca: nel luglio 1980 avevo due anni e mezzo, e quando ho iniziato ad ascoltare la radio era già successo qualcosa di terribile e ignoto che aveva trasformato la musica in un merdaio di singolini estivi realizzati con l’immarcescibile formula sintetizzatore+melodia da scuola elementare. Forse è stata la fine degli anni di piombo: d’un tratto la gente ha voluto rimuovere la propria coscienza sociale e sostituirla con le concezioni edonistiche tipiche dell’asse Thatcher/Reagan. E così, nel giro di tre anni scarsi, siamo passati da Train in Vain ai Righeira.

Ci sono alcune cose, comunque, che non quadrano al cento per cento:

1. La classifica non specifica di che paese stiamo parlando, ma nel 2016 è evidente che si tratta dell’Italia—è ragionevole pertanto supporre che anche la classifica del 1980 sia quella italiana. Non è stupefacente? Io pensavo sinceramente che dischi tipo Remain In Light all’epoca se li fossero cacati in diciassette stronzi e quaranta giornalisti musicali. Invece nel luglio dell’80 era terzo in classifica! Mica cazzi. Ok, devo ammettere che a me personalmente i Talking Heads non sono mai piaciuti, e quindi non posso esaltarmi troppo per il loro successo italiano. È abbastanza strano, tuttavia, che un impatto così allucinante non abbia poi prodotto uno stuolo d’imitatori italiani di David Byrne—il postpunk italiano negli anni Ottanta era drammaticamente in rotta, e stavano iniziando a subentrare le cose fatte coi sintetizzatori, giusto?

2. Nessuno dei cinque album più venduti nel luglio 1980 ha prodotto un singolo che sia arrivato tra i primi 100 della hit parade italiana di fine anno. Questa cosa è probabilmente giustificabile col fatto che l’estate in Italia è stata sempre un periodo socialmente schizofrenico, in cui la frenesia estiva delle feste in riviera romagnola si accostava ad un necessario contrappasso culturale, generando un nutritissimo pubblico (milioni di acquirenti!) che abbandonava scientemente il singolo radiofonico e abbracciava la filosofia dell’album doppio intriso di risentimento sociale anglosassone (The River e London Calling) o dell'opera-ponte di quel rock riccardone (Dire Straits) che anche negli anni successivi continuerà ad avere un notevole seguito nel nostro paese.

3. Quattro dei cinque album più venduti nel luglio 1980, nel luglio 1980 non erano usciti. Scary Monsters è uscito a settembre 1980; The River, Making Movies e Remain In Light sono usciti ad ottobre. London Calling, invece, era effettivamente già uscito, per la precisione nel dicembre del 1979. La sua presenza in hit parade a luglio in Italia è comprensibilissima: era un disco così epocale e così lodato dalla stampa di tutto il mondo che non stupisce sia rimasto nella top five nazionale per almeno 35 settimane, raggiungendo l’invidiabile ammontare complessivo di 50mila copie (fonte: Wikipedia inglese).

4. La classifica italiana del 2016, purtroppo, non è giusta. Guardando all’attuale classifica FIMI (16/21 luglio), solo uno dei dischi elencati è effettivamente presente nella top 5 degli album italiani (Alvaro Soler, meritatissimo primo posto). Alessandra Amoroso è sesta, quindi esclusa per poco; diciamo che c’è un eccesso di indulgenza. Però nelle prime cento posizioni non ho trovato La Rua, e per beccare Chiara Grispo tocca scendere fino alla posizione 41 (appena prima di Nevermind, e appena dopo un disco di Biagio Antonacci dell'anno scorso). J-Ax e Fedez sarebbero senz’altro ai primi posti, ma non si sono ancora presi il disturbo di fare un album assieme—non a caso la classifica di cui sopra non cita titoli. Assieme hanno fatto solo un paio di singoli, e anche se volessimo essere indulgenti e considerare J-Ax & Friends, una raccolta di Ax uscita qualche mese fa con dentro un duetto con Fedez, al momento il disco pascola intorno al trentesimo posto della classifica.

Ok, lo ammetto, sto solo prendendo un po’ per il culo. Si tratta di una bufala che è stata già ampiamente debunkata. E ok, fa strano parlare di “bufale” riferendosi a classifiche del rock invece che, non so, a qualcuno che ha sentito urlare Allah qualcosa prima di una strage. La questione è che questa bufala, che diventa palese se la si analizza per più di cinque secondi—o la si confronta con le classifiche di vendita ufficiali disponibili online—sta letteralmente spopolando sui social network, condivisa da migliaia di persone che sospirano “meditate, gente, meditate”. Anche amici miei.

Partiamo dall’inizio, con una tediosa cronistoria di due righe. Cercando su google viene fuori che le due classifiche sono state postate da un negozio di dischi, tale Mingus, il 16 luglio. Non fosse per il punto 3 potremmo pensare che si tratti di una classifica personale del negozio. Ma non conta molto: le due playlist vengono screenshottate (dio mi punirà per il modo in cui parlo) e postate da altri utenti. Tra i vari c’è Max Stefani, ex direttore/fondatore del Mucchio Selvaggio: un migliaio di like e duemila condivisioni, nel momento in cui scrivo questo paragrafo.

Una classifica-bufala come questa serve ovviamente a dimostrare una teoria, a cui molti aderiscono: trentasei anni fa le classifiche erano strapiene di ROCK, quello tutto maiuscolo e a volte con la U; poi qualcuno ha fatto un passo falso e nel giro di neanche mezzo secolo ci siamo ritrovati ad affidare i destini del mondo ad Alvaro Soler. Si tratta di un’interpretazione piuttosto comune, basata su un’idea stantia, secondo la quale la musica popolare ha avuto un’evoluzione a parabola per cui è migliorata finché non ha raggiunto il proprio apice e poi ha cominciato a decadere. È un’interpretazione della realtà tipicamente legata al rock, per via di una delle caratteristiche fondamentali del genere: il senso di appartenenza, e l’idea che venire a contatto con il rock cambierà la tua vita per sempre.

Sia chiaro, è verissimo. L’unica cosa è che nell’opuscolo non ti scrivono che te la cambia in peggio: da piccolo la maestra diceva che avrei cambiato il mondo, poi ho scoperto i Dead Kennedys e ora mi guardo concerti di stoner calligrafico il martedì sera insieme ad altri quindici scoppiati, pensando ancora che questa cosa mi definisca come individuo. Avete dubbi? Provo a toglierveli. Tra i dischi presenti nella classifica del 1980 il più venduto in Italia è di gran lunga Making Movies dei Dire Straits. Settecentomila copie solo in Italia. Solo io quando leggo quel nome sento dolori al petto? Nessuno di voi ha avuto un amico alle medie flippato con I DIRE che ha provato ad avventurarsi nello studio del fingerpicking, e cinque anni dopo ha reciso ogni contatto residuo col genere umano?

Se aderisci a questa filosofia, non hai bisogno di molte prove, anzi tanto vale affidare una discreta parte della tua esistenza agli assiomi: uscirà mai un altro Ace of Spades? Non credo. Mi sparo in testa? Non so. Tanto vale continuare ad ascoltare l’originale e passare la vita a lamentarsi. La tendenza, in questa corrente di pensiero, è di interpretare questi fatti come se si avesse assistito al farsi della Storia: ad esempio, io sono stato adolescente nei primi anni Novanta e sono sinceramente convinto che nessuno abbia mai fatto un disco più pesante, completo e vitale di Need To Control dei Brutal Truth, così come uno come Max Stefani è dell’età giusta per credere che IL ROCK non sia mai stato meglio di com’era ai tempi di The River. Brrr. Per il resto basta porsi a distanza e spingere sul paternalismo: ad esempio, se vi chiedo di nominarmi un disco che sia più schierato, più completo e più seminale nel far da ponte tra tradizione e futuro di London Calling, molti di voi non saprebbero cosa rispondere. Voglio dire, cosa gli dici a uno che ha il coraggio di sbatterti in faccia i Clash nel 2016? Lemonade? Brrr. Meglio non avventurarsi.

Non c’è niente di nuovo in questa mentalità, a parte l’incremento del fatturato legato alla nostralgia. Voglio dire, da ragazzo mi sono dovuto sorbire un paio di personaggi che schifavano i miei dischi dei Carcass e cercavano d’indottrinarmi su Led Zeppelin o Area (niente di male ma detesto entrambi). Il problema è che oggi i fan di Area e Led Zeppelin si sono uniti ai fan dei Carcass in un unico grande movimento passatista che, a differenza dei fan di Sfera Ebbasta, compra dischi. E comprando i dischi ha notevole voce in capitolo. È lo stesso motivo per cui in copertina alle riviste di settore ci sono ancora gruppi tipo Pixies o Afterhours o Hüsker Dü: ogni tanto trovi qualcuno che si lamenta, ma le riviste musicali italiane sono ancora riviste “rock”, e questi sono i nomi che si conoscono.

Il senso di appartenenza, nel momento in cui la nuvola mescola le carte in tavola e il supporto fisico non è più considerato fondamentale, è una cosa che il rock non si può più permettere: è per questo che sta sparendo dal paniere di ascolti delle ultime generazioni e rimane appannaggio di un nucleo di scoppiati che hanno riscoperto il vinile e si stanno spendendo un futuro comunque inesistente in ristampe a 180 grammi di roba (quasi sempre giustamente) sparita dai cataloghi una ventina d’anni fa. La fotografia di tutto questo disagio, triste a dirsi, sta in una bufala del cazzo come questa delle due classifiche: mi sembra che sia testimonianza tanto di questo hype revisionista quanto dell’idiozia di chi le riblogga dicendo “meditate, gente, meditate”. Meditare su cosa, poi? Almeno Alvaro Soler e il suo disco avranno la decenza di togliersi dal cazzo tra cinque o sei mesi, non ce li dovremo sciroppare in concerti di cinque ore dentro uno stadio performing un disco di rock cafone registrato 36 anni prima. Per questo, senz’altro, sono disposto a scambiarlo con Springsteen anche subito.

Francesco è su Twitter: @disappunto.

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