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Un giro nel quartiere con Lotic

A Lotic la club culture di oggi sta stretta. Abbiamo fatto una passeggiata mentale con lui dalle periferie di Austin ai quartieri di Berlino, per capire cosa vuole cambiare.
16.7.15

J'Kerian Morgan, meglio conosciuto come Lotic, è uno che lotta. Sa chi sono i suoi nemici, sa quali sono i suoi obiettivi e in che modo usare le "imperfezioni" del suo linguaggio ibrido e strano, così come quelle del suo corpo da outsider. Nero, queer, e consapevole di come queste sue identità minoritarie si possano usare per mettere in discussione gli identitarismi e l'etero-normatività che hanno oramai invaso la club culture di tutto il mondo. Quella parte della sfera musicale un tempo abitata da chi era emarginato per questioni razziali, sessuali, sociali o politiche, è ora diventata un luogo di consumo e controllo bianco-etero-borghese. A lui questo non va giù, e sis sente tutto nella sua musica, un tarlo che divora dall'interno le convenzioni techno della città in cui vive (Berlino), facendo spazio elementi hip-hop e footwork ma anche noise, industriali e sperimentali, ricoperti di una dura e spaesante patina digitale. Una confusione anti-genere prodotta con quell'urgenza che dovrebbe animare tutte le forme più vere di musica dance e che oramai si può trovare solo in un pugno di feste in giro per il mondo, una delle quali è Janus, che organizza lui proprio a Berlino e che ha visto passare molti suoi amici dalla mentalità simile.

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Il suo EP più riuscito Heterocetera, è uscito pochi mesi fa su Tri Angle, mentre il suo prossimo live in terra Italiana sarà a novembre durante Club To Club. Nel frattempo J'Kerian ha fatto anche parte del gruppo di artisti chiamati a remxare l'ultimo disco di Björk. Abbiamo voluto parlare con lui di tutto quanto gli sta a cuore, di come rivoluzionare la club culture e della differenza tra il clubbing nei quartieri Berlino e in quelli del Texas in cui è nato.

Continua Sotto.

C’è una innegabile componente pop nel tuo lavoro, come i frammenti di R&B che fanno capolino tra i tuoi DJ set. Uno dei tuoi mix che ha girato di più, Damsel In Distress, contiene pezzi di Rihanna e Missy Elliot. Vorrei sapere quali sono le qualità di questo tipo di musica che ti attraggono e ti interessa riutilizzare.
Sono americano e mi capita di ascoltare certe cose in continuazione, ora che sono cresciuto mi interessa soprattutto il potere della musica pop, il fatto che oggi siamo tutti d’accordo sul fatto che la musica pop sia spazzatura, ma comunque la gente continua a spenderci soldi. Mi affascina questo, il modo in cui si riesce a convincere la gente a comprare delle cose semplicemente impacchettandole a dovere. Mi ci è voluto parecchio per capire come rendere il mio lavoro accessibile in maniera simile. In realtà, di fatto, amo la musica pop, e mi interessa toccare anche quel mondo.

Quindi non è una critica a quel mondo?
Direi di no, non voglio criticare la musica pop, direi che ne capisco e accetto la “funzione”. Mi interessa semmai criticare la club culture: quel mixtape in particolare era un set fatto per essere suonato in un club, o meglio, erano tracce che suono nei club, così come sono: chiassose ed eccessive. Il motivo è che… be’… ce ne sono diversi: anzitutto non credo esista ancora una vera e propria club culture. Uscire in una qualsiasi grande città è quasi sempre costosissimo e ti ritrovi in mezzo solo a gente bianca ed etero. Non è una cultura, è un mercato, e quello che cerco di fare è di rivendicare quegli spazi, anche se non credo sarà possibile, dire “Hei, ridateceli, servono più a noi di quanto a voi serva di farvi la villa in campagna”.

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Chi è compreso nel “noi”?
I freak, tendenzialmente.

Quali sono le caratteristiche che vorresti recuperare delle origini di quella cultura?
Un tempo i club erano zone franche per le persone queer, luoghi liberi i cui poter scoprire suoni nuovi e fantastici, sperimentare droghe, sesso… Oggi nulla di tutto questo è più possibile, invece se sei un minimo in drag non ti fanno nemmeno entrare.

Non pensi sia perché questo modo di fare abbia mostrato, alla fine, dei limiti? Voglio dire: creare uno spazio libero può essere inizialmente fantastico, ma poi rischia di diventare un luogo in cui un certo tipo di persone e abitudini vengono emarginate per evitare che abbiano un vero influsso sulla società, almeno finché non si troverà il modo di sfruttarle commercialmente.
Sì, in un certo senso sì, però effettivamente quando stai già al margine non hai comunque nessuna possibilità di allontanartene. Sono luoghi che abbiamo creato, nessuno ci ha davvero piazzati lì dentro, ma comunque, be’… Hai ragione, succede anche nella moda: lo stile della gente più stramba che frequenta i club viene spesso ripreso dalla moda, quindi viene sfruttato ma è anche un modo in cui filtra nel mainstream, in un modo strano e pazzo. Tipo, non mi sarei mai aspettato una roba come la EDM potesse prendere piede. Comunque non l’avevo mai vista così, è interessante.

La tua musica, dicevamo, sembra frutto di una strana combinazione: il groove è sempre piuttosto sexy, ma contiene anche parecchia aggressività, suoni molto duri e strutture irregolari. Allo stesso modo, quando suoni hai un approccio molto fisico, appunto, sexy e aggressivo allo stesso tempo. Tu personalmente genere di emozioni e pensieri ci metti dentro?
Il mio processo creativo è molto emotivo… ci penso davvero poco. Certo, penso a come far suonare bene le tracce nei club, mi interessa più pensare all’effetto che avrà piuttosto che se farà ballare la gente. Per me il punto è raccontare le mie emozioni in una maniera che abbia senso anche per gli altri, non necessariamente accessibile ma comprensibile: nel senso che se voglio essere aggressivo devo suonare aggressivo, ma per lo più mi vengono così. Non sono un beatmaker, non riesco a mettere su una traccia o un beat come se niente fosse. Stessa cosa per quando suono live: mi faccio trasportare talmente tanto che dopo avere finito devo starmene seduto per trenta minuti filati, perché mi risucchia del tutto.

Ma questo approccio è semplicemente un tuo normale comportamento?
Sono io che sono così! La gente mi chiede sempre: “ma cosa vuoi ottenere?”, non so, è così che faccio le cose. Ero stanco di lamentarmi sempre di quello che trovo nei club, per cui piuttosto che tenere per me quelle opinioni, preferisco farle esplodere in questo modo, in una stanza con cinquecento persone.

Quindi è una specie di protesta spontanea, disorganizzata…
Sì, come dicevo prima, voglio riappropriarmi dello spazio del club, ma non c’è un progetto razionale. Semplicemente: so come funzionano i club e so come usarne certe caratteristiche “contro” la gente, hehehe.

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Ma quindi com’è che hai deciso di vivere a Berlino? Lì è innegabile che la club culture si sia trasformata in un’industria.
Be’, proprio per quello! È molto istituzionalizzata ma la musica è ancora al primo osto, anche se è musica davvero pallosa. Ci sono ancora molte possibilità di suonare in buoni club pieni di gente che vuole ascoltarti, con un buon impianto etc, fare dei DJ set qui ha ancora un senso, direi, e si sente ancora la possibilità di fare davvero la differenza. Credo che io e i miei amici stiamo iniziando a fare qualcosa del genere.

Con Janus.
Sì, e tutti gli altri fenomeni che ci girano attorno. Si sta generando un dibattito sul fatto che non esiste solo la techno…. Grazie a dio! È ancora un po’ frustrante, perché è proprio la techno che tiene in vita molti di quei club.

Come pensi che stia reagendo la gente? State radunando una comunità di persone che possono partecipare a questo dibattito?
Sì, abbastanza lentamente ma credo stia montando una consapevolezza. Anche individualmente: gente come Total Freedom sta ottenendo dei buoni riscontri, la gente si sta lentamente accorgendo che c’è un network musicale diffuso a livello globale che si occupa di questi suoni. Credo che, in generale, Berlino si stia lentamente accorgendo che il resto del mondo esiste: qui è ancora tutto molto lento, tutto “su carta” e analogico.

Qual è la differenza che hai sentito col fare il DJ negli Stati Uniti?
La differenza è che qui c’è una sola forma di club culture, mentre in America proprio non c’è! La gente non ha nemmeno idea di come ascoltare certa musica, aspettano che arrivi la voce o il ritornello. Non avevo mai davvero fatto il DJ finché non mi sono trasferito in Europa.

Al momento in che zona di Berlino vivi?
Nel Mitte. È un quartiere un po’ strano. Sto vicino a Rosentaler Platz, che è pieno di Hotel e, sinceramente, non molto altro. Il che però è figo perché praticamente nessuna delle persone che incontri qui ci vive davvero e di sicuro non mi è mai capitato di suonare qui in zona, hehehehe, è come se fosse sconnessa dalla città. Amo Berlino e mi sento berlinese, ma ci sono molte abitudini della città con cui non riesco proprio a entrare in contatto. Ad esempio, capita che le feste e i club più piccoli non siano quelli in cui finisci ad ascoltare la musica più coraggiosa, mentre questo magari succede nei club più grandi. È assurdo.

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Magari è una domanda un po’ troppo generica, ma la gay community di Berlino come ti sembra, sempre in relazione alla città e alla musica?
La amo e la odio. È piuttosto aperta, vale tutto, però anche un po’ noioisa, succedono sempre le stesse cose e si ascolta sempre la stessa musica. Tendenzialmente si va in certi club molto più per beccarsi o scopare e meno per ballare, mentre io di solito voglio solo ballare. Poi la gente si somiglia tutta…

Ma beccarsi, scopare e ballare dovrebbero essere un tutt’uno, no? Nel senso, l’idea sarebbe quella di godersela sentendosi comunque uniti da qualcosa di più profondo.
Dovrebbe essere quello lo spirito, no? Ecco, appunto, il club dovrebbe essere il luogo in cui fai tutte quelle cose insieme. Un vero centro culturale. Le nostre vite, altrimenti, sono tropo frammentate, metti una parte di te in un luogo e un altro pezzo in un altro. I clubber medi, in generale, hanno poco interesse nei confronti di musica fatta da artisti queer, donne, neri…

Ma quanto pensi che un ascoltatore debba essere consapevole di questi argomenti quando ascolta la tua musica, c’è un modo di rendere evidente cosa ti sta a cuore senza finire a spiattellare un messaggio?
Io cerco solo di mettere me stesso dentro la mia musica, il più che posso. Voglio apparire il più chiaramente possibile come un frocio incazzato o un nero incazzato senza comunque alienare l’ascoltatore. Voglio che chi sente le mie tracce capisca subito che ho qualcos’altro da dire, qualcosa di molto diverso da un tizio etero e bianco che fa un pezzo R&B. Ho letto in giro un po’ di commenti al mio lavoro in cui si cercava di mettere da parte la questione sulla mia identità, perché immagino per molta gente sia pesante confrontarvisi, ed è proprio quello il punto. Ma in generale mi sembra che tutti capiscano che nasce dal punto di vista di un outsider.

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E ti sentivi un outsider in USA? I luoghi in cui hai vissuto lì come ti hanno influenzato?
Sono nato a Houston e ho studiato ad Austin. Entrambe le città sono molto isolate, molto diverse dalle città Europee, sei isolato a meno di stare spendendo dei soldi da qualche parte. Comunque direi che Austin è la città in cui ho imparato chi sono, sia come artista che come persona, è lì che ho imparato a fare musica elettronica, a fare il DJ, è lì che ho avuto le mie prime esperienze sessuali etc.

Che musica ascoltavi da ragazzino?
Molto R&B, molto Hip-Hop, ma all’università ho studiato composizione elettroacustica, per cui ascoltavo anche Parmegiani e roba simile: stavo esattamente nel mezzo tra una forma estremamente pulita e massificata di musica e una roba fatta di onde sinusoidali o pennarelli che stridono su una lavagna per quaranta minuti. Credo di avere poi trovato, con molta fatica, un modo di mettere insieme queste influenze che avesse un minimo di senso.

Non è così infrequente di questi tempi, no? Mi pare sia un’attitudine che tu e i tuoi amici, come tutta la cricca Night Slugs / Fade To Mind, M.E.S.H., Rabit o Arca avete in comune, no? Da dove credi che venga?
Non lo so, sai… Tanto quanto non mi aspettavo che la EDM prendesse piede, non mi sarei mai aspettato di prendere piede io, o qualcuno degli altri ragazzi. Anzi, magari è stata proprio la EDM a scuotere la gente. Per me è semplicemente che non trovavo molto a cui valesse la pena dedicare attenzione, la musica elettronica faceva abbastanza cacare quando ho cominciato. Ci ho pensato molto, non credo sia un fenomeno casuale ma ancora non sono sicuro di averlo capito… Per ora me la godo, comunque.

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Un altro aspetto sonoro che avete in comune è il fatto di usare suoni digitali molto “grossi”, suoni che creano una certa atmosfera avveniristica, ma anche piuttosto spiazzante. È anche questo parte del tuo discorso critico?
As-so-lu-ta-men-te! Guarda, in realtà mi piace che i suoni siano chiari e digitali ma voglio anche che sia percepibile una certa dimensione umana dentro le tracce: non un “calore” analogico, ma qualcosa che ti ricordi che è stata creata da un essere umano. Comunque sì, specialmente qui a Berlino, circondato da vinile, synth analogici e giradischi, trovo importante distanziarmi da quel tipo di cultura, perché è diventata molto etero, bianca, maschilista e costosa, il che non la rende né inclusiva né interessante. Suonare vinile è noioisissimo, e la roba migliore non esce su vinile perché tanto non la comprerebbe nessuno e sarebbe troppo costoso.

In effetti tu quando suoni fai tutto tranne che mettere i dischi in maniera convenzionale. Mi pare che sfrutti anche tutte le possibilità della consolle e dei CDj: repitch, effetti…
Sì, mischiare due tracce e basta è noioso. Preferisco premere più pulsanti possibile e girare più manopole possibile: i CDJ hanno un sacco di funzioni, è uno spreco non usarle. In realtà è così che funziona il mio cervello. Non riesco a stare fermo per più di due minuti e se lascio andare la traccia così com’è, mi annoio, quindi finisce che si annoia pure il pubblico. Negli ultimi anni ho imparato a “suonare” i CDJ, ora ne uso tre e sto pensando di aggiungere un quarto, via via sto anche aggiungendo molti elementi live, è già una specie di ibrido. Ci sto lavorando molto, ma non voglio affrettarmi, comunque è già più simile a un live set che a un DJ set. Probabilmente aggiungerò anche delle parti di voce, ma lo vedrò meglio nei prossimi mesi.

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