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Carboni isolazionista Pop

Il suo album 'Carovana' del 1998 dimostra come dall'isolamento (astratto e concreto) nascono i veri capolavori.

di Demented Burrocacao
28 agosto 2015, 12:04pm

"Ho sempre amato mischiare il pulito allo sporco, il freddo al caldo"
Luca Carboni a Marchette, 2007


"Certe volte la mia casa è il mare": parto subito citando un verso dall'album che stiamo per scansionare, opera di un personaggio che del mare ha spesso cantato le lodi—in questo periodo chi non lo farebbe. Costui è Luca Carboni, oramai entrato di diritto nella storia della musica italiana se non altro per i suoi primi due lavori, ...intanto Dustin Hoffmann non sbaglia un film e Forever, zeppi di inni generazionali e di problematiche drogastiche ("Fragole buone buone" in primis). Perché, a parte le storie tipo "Mare mare", il nostro ha cantato il disagio degli anni Ottanta-Novanta in un modo che neanche Vasco avrebbie potuto, nonostante spesso venissero paragonati per neanche troppo ovvie provenienze (entrambi Bologna-based). Carboni era timido, delicato, introverso, quindi molto più incline all'aggrovigliarsi alla materia in decomposizione del mondo. Dagli esordi con i Teobaldi Rock, scomposto e bizzarro gruppo wave deI primi Ottanta, ne ha fatta di strada. Il 21 agosto è uscito infatti il suo nuovo singolo, "Luca lo stesso", e il nuovo video proprio ieri: segno che non vuole mollare la presa neanche nel 2015.

Ma dire che il pezzo è brutto in culo è dire poco, non tanto per il testo ma per la musica: arrangiamenti pomposi, merda steroidale tipo Fedez, Fabri Fibra e ste minchiate qui con alla voce compressori anali che rovinano la caratteristica gamma stuporosa del nostro e il video è rubato a Robert Palmer, tanto per non farsi mancare nulla. E dire che, proprio per il suo stile "low profile" fu scoperto dagli Stadio per caso, dopo che lessero un suo testo lasciato sul muro dell' Osteria da Vito, luogo frequentato dagli artisti di Bologna (figurati se glielo portava a mano...). Il nostro collaborerà a molti loro dischi come autore, insieme a Dalla (che per l'occasione agisce col nick di Domenico Sputo), regalando loro quella perla che è "Canzoni alla radio", un pezzo la cui grandezza non è ancora sufficientemente compresa (arrivò ovviamente ultimo a Sanremo).

Una volta entrato nel gotta bolognese grazie proprio a Curreri degli Stadio—chi conosce Vasco sa—Carboni, dopo aver rotto il muro delle diffidenze mainstream con il singolo "Silvia lo sai" in cui compariva un "fantomatico "Luca si buca ancora" (la droga è un punto fisso delle tematiche del nostro), poi troverà il successo micidiale con Carboni del '92, in cui riesce a fondere il pop italiano con la nuova ondata inglese, Cure del periodo pure, le nuove tendenze elettroniche e via discorrendo. Idolo dei giovanissimi, soprattutto dopo l'esperimento di Diario Carboni che in qualche modo è epocale—non tanto per la presenza di Jovanotti e relativi cimeli del loro tour insieme o delle sue confessioni sul fatto che adori leccare le ascelle delle ragazze, ma più che altro per aver lanciato il talento caustico di Ugo Rapezzi, che gli regala "Spider" e che purtroppo non avrà successo a causa della sua eccessiva surrealtà (era una specie di Bonvi del cantautorato).

Forse anche per questo Luca decide di indurirsi. Quindi pubblica Mondo, un disco registrato in presa diretta forse seguendo la scia del morente grunge e del metodo Albini, cercando di essere piu rozzo possibile. Il disco però suscita molte perplessità perché a questa zozzaggine aka ricerca di veracità si associano suggestioni zoppicanti dell'era digitale tipo in "Virtuale", praticamente una canzone che parla di Facebook prima ancora che fosse in circolazione. A volte pretenzioso, il Carboni che cerca di descrivere una realtà lontana dalla sua poetica dei sentimenti (ci sono svarioni politici e catto-spiritualisti) appare come un pesce rosso che viene tirato via dall'Oceano Pacifico della modernità matrigna. Ecco perché subito dopo arriva la sberla riflessiva, ovvero Carovana. Uscito nel 1998, Carovana è forse il disco di Carboni piu odiato della storia: recensioni tutte impietose o quasi, gente scioccata, nasi che si torcono. Ciò che sconvolge i benpensanti della musica italiana è il modo in cui Luca si approccia alla materia sonora. Compone di base chiuso in casa, probabilmente con tastierine casio e Fruity Loops, come se fosse un Burzum in galera, con la differenza che Carboni è contentissimo di stare ai domiciliari.

Molti testi in questo sono espliciti, il missaggio è totalmente Lo-Fi, si usano senza problemi presets e l'impressione è che stia utilizzando tutti i possibili scarti del digitale per piegarlo ai voleri dell'autore che ha sempre spinto sul tasto dell'Umano troppo Umano. Sta lì chiuso in casa e scrive canzoni sulle prime cose che gli vengono in mente. La macedonia di frutta, le cravatte che non gli piacciono, e altre amenità volutamente infantili, come se volesse ribellarsi allo status di popstar e ritrovare una dimensione ultraleggera, handmade, domestica, finalmente lontana dal dover per forza fare un disco che spacca. Invece tié, chissenefrega, io vi faccio la merda.

Che poi merda in realtà proprio non è, a meno che non si vogliano condannare in toto gli esperimenti casaIinghi nella storia della musica. Nessuno si sognerebbe di dire che il primo di McCartney registrato in campagna, col culo, è una merda totale: così come il Bedroom Album di Jah Wobble, anche quello fatto in cameretta co 'na scarpa e 'na ciabatta. Ma a Carboni non gliela perdonano, forse perché è italiano e non fa manco roba alla Pumice.

Ma a livello Hi-Fi Luca aveva già dato: ad esempio i CCCP di Canzoni Preghiere e Danze... gli devono moltissimo, praticamente il disco è fatto dal suo entourage, drum machine e marche di chitarre annessi. E infatti in Carovana agli overdub di basso indovinate chi c'è? Ignazio Orlando proprio dei fu CCCP, fido collaboratore del periodo Novanta. Ad ogni modo le somiglianze con le circostanze che diedero il la al primo di Mc Cartney in effetti ci sono, gravidanza della compagna prima di tutto: come il disco di Paul vede una copertina opera di se medesimo, anche Luca Carboni si disegna col computer una scena di un uomo che abbraccia una donna incinta, ovviamente autobiografica a parte una colata di una specie di slime che forse è una stella cometa disintegrata dall'atmosfera: è art brut totale.

Il disco si apre proprio con "La Casa", il manifesto del progetto da cui citazione iniziale. Una cantilena simil afroasiatica da supermercato cinese, in cui Carboni sfoggia un autismo da competizione. Con la sua caratteristica voce al diazepam, induce un dialogo a circuito chiuso fra sé e sé del tipo "ero dentro una famiglia e una famiglia è dentro me". Il Carboni neo papà sta al terzo piano di un palazzo, barricato in casa in un'apparente spensieratezza che sa di allucinata ansia mortale. Casafamiglia più che famiglia tout-court, quella di Carboni è serena come i cori di plastica che accompagnano il brano, interessantissimi se paragonati a quelli che ci propinano certe intellighenzie accelerazioniste odierne.

Il secondo brano è il singolo "Le Ragazze" che molti di voi ricorderanno, forse l'unico ad avere un certo tiro e per questo anche quello di cui ci frega di meno, intento com'è a tranquillizzare i discografici rifugiandosi nei Roxette. Anche se è forse l'unico in cui Carboni guarda fuori di casa, perdipiù in un impeto extraconiugale.

"Colori" invece rappresenta un classico mancato, e per questo degno di interesse. Secondo singolo, ma primo in quanto a valore, si arrotola in se stesso come un millepiedi e si esprime con una specie di demenza senile Pascoliana, quella del Fanciullino. "Che bei colori" canta un Carboni in preda all'annebbiamento delle sue facoltà: il ritornello è improvviso, "Io vorrei sapere davvero tu cosa senti". Le zanzare e ancora una volta l' estate, Carboni la vive in una bolla di vetro anche se distratto da visioni, suoni, sapori ed esperienze tattili come dovesse reimparare com'è fatto il mondo, regredito a poppante. Anzi, Carboni è un alieno che prende dei campioni biologici dal Pianeta Terra col lamento finale di chi non riesce a liberarsi dal tarlo dei propri limiti mentali e fisici. la mente è infatti il suono sflangerato nel finale, in un ambiente asettico musicalmente slabbrato.

"Ferite" è un soft funk mantrico, come se Marvin Gaye incontrasse un Hare Krishna, con un ritornello apertissimo che potrebbe vincere a man bassa andandosene letteralmente per conto suo, lui che canta con la voce tremolante e pischicamente a pezzi di uno Skip Spence a Castrocaro. "Sentire un vuoto così", Carboni confessa la sua fragilità in una maniera compulsiva in apparenza buttata là, invece il pezzo è uno dei meglio riusciti per la sua stranezza.

L'atmosfera cambia con "Macedonia Polare": una fiera di suoni midi e chitarre acustiche con un testo che parla di lui intento a farsi una macedonia mentre fuori si crepa di freddo. Nel testo si nomina Anima Latina e probabilmente il sound simil-samba e il testo al limite del nonmenefotteuncazzo potrebbero derivare dal capolavoro di Battisti. Ricordate "Il salame"? Beh a livello di delirio domestico e doppi sensi Carboni supera Mogol a destra. "Bacio anche una PERA che somiglia a te...".

"Caldino" è l'emblema di questa semplicità casalinga. Una ballatona sintetica con tanto di drum machine old school e un immaginario fatto di stare al letto insieme alla tipa che ha i piedi freddi mentre fuori ancora una volta si gela. Questo fuori ostile si converte nel coraggio di narrare il quotidiano nelle sue parti più imbarazzanti ma per questo più vere ("il bacino che mi dai..."), non scevre da allusioni ("il tuo corpo che mi tiene dentro"). Il "miracolo dell'amore" infilato in un contesto ossessivo, tanto che sembra proprio il miracolo della madonna di Lourdes.

C'è spazio anche per l'invettiva di costume che a livello sonoro si traduce con effettazzi di flanger a pioggia e il pop sbilenco ai limiti di "come sarà sta banana" tratta dal film Venni Vidi e M'arrapaho. "La cravatta" è una traccia ironica quindi, ma con verità da non sottovalutare: "in questo mondo un po' artificiale è molto importante l'inutilità". La cravatta come simbolo di una classe politica, ma anche come punto di riferimento della realta' nel suo totale che Carboni ancora una volta nega: "nello Spazio la cravatta non sta giù".

Il "Cowboy" è una canzone che sembra scritta per divertire il futuro bebè, in stile western classica, con apparente testo buttato li della serie scrivo quello che mi pare e bona lì. Anche se poi si nota nella voce una nota schizofrenica, poiché il "cowboy dentro noi" non è altro che il Super-io, acerrimo nemico dell' Es e quindi di Carboni stesso chiuso nella sua paranoia. Tanto che alla fine raglia dentro un autotune completamente impazzito citando "You make me feel" di Sylvester, la massima icona in quanto a liberazione di sé.

Ma Luca si trova in un "Deserto": in effetti la canzone più psichedelica del lotto per intro e stortezza armonica, vede un Carboni in condizioni che manco il personaggio di Pink in The Wall. "Non chiamatemi non vengo / in viaggio anche se resto quaggiù nel deserto come Gesù'". Ci sono richiami anni Sessanta in questo allucinato viaggio, forse a collegarsi alle band inglesi del periodo, Ad un certo punto però parte un noise Fm con una serie di chitarre spappolate leggermente sui NiN, rumore che continua pure in coda come sentore di una condizione anormale.


L'ultimo pezzo è "Occidente e Oriente", una interessante commistione di hit orchestra e tastiere malate fuori dai canoni dell'armonia. Le percussioni sembrano campioni di dita a tamburellare una chitarra acustica, i suoni tipo Casio anni Duemila la fanno da padrone cosi come le riflessioni esistenziali sulla caducità della materia. "Le cose più belle non le ho comprate no / quelle le ho qui dentro di me". Una malattia iper modernista che si traduce in synth leggerissimi come se non facessero in tempo a crescere anagraficamente, un po' come l'autore in piena sindrome di Peter Pan. Luzzatto Fegiz descrisse all'epoca questo lavoro come una sorta di "spirito new age", non capendoci ovviamente nulla. Qui Carboni più che new age è no age, è nel suo vanishing point, negando salute mentale, necessità commerciali e pretese di pubblico e critica, finanche le sue. Un disco coraggioso nel cercare di lavorare sull'alta fedeltà umana traducendola in bassa fedeltà tecnologica senza per questo cadere nel Lo-Fi paludoso: anzi, usando a palla il digitale lo si annulla (che vi ricorda questo atteggiamento??). Ora che non ha più grande potere nel modo discografico, Luca si getta invece a peso morto e acritico nelle braccia di quella tecnologia che rende tutti "virtuali", come già amaramente prevedeva. Sarà anche lo stesso Luca, ma non è più quello di prima. A questo punto anche io "vorrei sapere / davvero cosa gli piace".

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