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Musica

Cloud Nothings: sempre più forte!

La band ci parla del nuovo album "Here And Nowhere Else" e ci racconta com'è fare musica con uno strumento che non sia il tuo MacBook.

Credit: Pooneh Ghana

La traccia di apertura del nuovo disco dei Cloud Nothings si ch iama “Now Here In,” e la prima volta che l’ho sentita, mi è subito venuto spontaneo lanciarmi contro una parete di mattoni.

Tale sentimento continua per tutto il nuovo LP della band Here and Nowhere Else. Le graffianti otto tracce si muovono rapidamente da una bomba all’altra, con picchi come “Quieter Today,” “Just See Fear,” e “I'm Not Part Of Me.” L’album, come tutto lo splendido guitar rock dei giorni nostri, sembra sposare la causa della celebrazione—anche quando le canzoni parlano dell’essere incazzati con il proprio passato. Se vai per i 25 come me, ascoltare Here and Nowhere Else ricorda un po’ i Taking Back Sunday ai tempi di Louder Now, ovvero all’epoca dei periodi più merdosi della vostra vita di adolescenti (forse avevano a che fare con il vostro povero cuoricino), tipo quando avevate appena preso la patente e non chiedevate di meglio che sfrecciare in autostrada ascoltando “MakeDamnSure” (con il volume alzato al massimo, gridando ogni dannatissimo verso così forte che la tua stupida ex e la sua stupida faccia potevano andarsene a fare in culo).

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Ma al di là della nostalgia per una band che probabilmente farà raccapricciare parte dei nostri lettori e dei nostri editori, Here And Nowhere Else è un exploit del rock dei giorni nostri. In un epoca in cui non ne abbiamo mai abbastanza della dubstep di Skrillex perché troppo fatti di ecstasy, è rinfrescante sentire una band incanalare un po’ di grunge anni Novanta e suonare fottutissimamente bene e fottutissimamente forte. Per questo disco, il trio di Cleveland ha fatto una telefonata al produttore John Congleton (The Walkmen, Modest Mouse) e ha fatto tesoro di quanto appreso da Steve Albini (che aveva prodotto il loro disco precedente, Attack On Memory) in un sound legato a un ambito che in qualche modo sembra essere ugualmente grande, ma più forte, più abile, e più maturo.

Qualche settimana fa, mentre erano a New York per suonare il nuovo album al nuovo negozio di dischi della Rough Trade a Williamsburg, i membri del gruppo Dylan Baldi (voce) e Jayson Gerycz (batteria) hanno fatto un salto in redazione e hanno chiacchierato con me del loro nuovo disco, di chitarre e di DIY.

(Nota a latere: Dylan e io abbiamo lo stesso orologio, e siamo snervati ticchettio ci tiene svegli la notte.)

Che pensate del vostro nuovo disco?

Jayson Gerycz: Mi piace.

Dylan Baldi: È fico.

L’album precedente è stato accolto molto positivamente. Com’è stato iniziare un nuovo disco con l’eredità del primo sulle spalle?

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Dylan: Non penso che abbia cambiato molto le cose, alla fine si tratta di fare musica. Abbiamo fatto delle canzoni, tutto qui. Abbiamo cercato di non stare a sentire ciò che dicevano tutti e di mantenere questo approccio.

Jayson: Avevamo uno studio diverso e lavoravamo con un’altra persona, ma è sembrato tutto uguale. Abbiamo scritto noi le canzoni dopo tutto.

In che modo avete messo in pratica quanto appreso da Steve Albin in occasione della produzione di Attack on Memory?

Dylan: Voglio dire, non ha cambiato le nostre vite in maniera sostanziale. Ma registrando questo disco è stata la prima volta che ci siamo trovati in un vero e proprio studio. Ci siamo resi conto di cosa volesse dire, perché è un’esperienza piuttosto differente.

Che effetto ha avuto sulla musica tutto ciò?

Dylan: Ci è solo sembrato più professionale [Ride.]

Jayson: Se non siamo in studio, siamo noi che piazziamo il microfono davanti a varie cose. È molto diverso. Siamo noi che gestiamo il tutto vs gente che sa cosa sta facendo. È molto più semplice per noi, perché non abbiamo davvero idea di che stiamo facendo. [Ride.]

Con Here and Nowhere Now, di cosa siete più orgogliosi?

Dylan: Credo che i pezzi siano migliori. Interessante è una parola stupida, ma sono più interessanti. Ci sono più cose dietro di quanto potresti notare al primo ascolto. È un disco che prende poco alla volta, qualcosa che ho sempre voluto fare.

Cosa fa sì che un disco prenda poco alla volta?

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Dylan: Semplicemente se non è immediato, se non sono canzoni pop che vanno dritte al bersaglio, se è strutturato su più livelli. Lo rende più bello da ascoltare. Come se fosse un rampicante insidioso, una cosa del genere.

Lo scarto tonale con Attack on Memory è palese—la traccia di apertura è ben diversa dai lavori che avevate fatto finora. Questo disco non cambia così drasticamente.

Dylan: Diventa sempre più semplice suonare insieme, davvero. Più suoniamo insieme, più dischi pubblichiamo, più sembra tutto naturale.

Voi ragazzi siete ancora piuttosto giovani, ma avete iniziato con i Cloud Nothings, avevate più o meno 18 anni. Come vi accostate alla musica adesso, rispetto a quando avete iniziato?

Dylan: l’ho sempre vista come un divertimento, finché non si tratta di passare ai fatti. [Ride] Ciò non è cambiato. Se cambi il modo in cui fai musica, diventa strano. Tutto si snatura quando perde di autenticità. Se arrivi a un punto morto e non funziona più, semplicemente fa' qualcosa di diverso.

Che vuoi dire con “fai qualcosa di diverso”?

Dylan: Se non piaci alla gente e nessuno viene ai tuoi live, forse dovresti farti venire in mente qualcos’altro. [Ride.]

Avete sentito pressioni varie mentre registravate il disco?

Jayson: Un po’. Le canzoni sono un po’ più difficili, e quello ci ha messo un po’ sotto pressione.

Dylan: Senti anche la pressione di esibirti meglio. Ma non so. È difficile pensare a cose simili, perché non ci sembrano cose di cui dovremmo preoccuparci, in realtà. Stiamo solo cercando di fare un buon disco, che ci piaccia, e in un processo simile non dovremmo piegarci alle pressioni esterne. Almeno ci si deve provare, sai?

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Forse è il modo migliore di gestirla. Non pensarci e basta.

Dylan: Giusto, esattamente. È molto meglio. Se ci pensi, ci pensi, e pensi solo a quello, e finisci per impazzire.

A livello di testi, come è cresciuto questo disco?

Dylan: Be’, introduco la risposta dicendo che non mi importa molto dei testi, nella maggior parte dei casi, perlomeno nel contesto della nostra musica. Ma questo disco credo che tratti gli stessi temi, immagino. Tutte le canzoni parlano del passato e di incazzature varie.

Fa ridere, perché sembri così gentile.

Dylan: Oh, sono una testa di cazzo. [Ride.] Ma vi dirò che le canzoni passate tendevano ad avere un’ottica negativa, mentre quelle più recenti sono quasi ottimiste, seppur all’interno della stessa mentalità negativa. Si sta solo cercando di guardare alle cose in maniera diversa, sai?

Perché i testi non sono importanti?

Dylan: Per te sono importanti?

Sì.

Dylan: Ecco, perché?

Voglio dire, sostanzialmente i testi sono uno strumento in più per esprimere qualcosa attraverso la musica o l’arte.

Dylan: Credo che, nel mio caso, sto cercando di creare un tema generale con la musica, ma penso che le parole vere e proprie non siano così importanti, basta che esprimano qualcosa all’interno di quell’idea, vagamente. Scriviamo la musica e poi scriviamo i testi il giorno prima di registrare i pezzi. [Ride.] Funziona così di solito. Generalmente facciamo musica all’ultimo minuto. E siccome ci riduciamo all’ultimo, ha un sound emozionante. Mi piace la musica di gente che si sta ancora chiarendo le idee mentre fa il disco, capisci? Piuttosto che qualcosa di veramente riuscito e perfetto.

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Da quando 285 Kent ha chiuso a Brooklyn, ci sono state tantissime discussioni su cosa sia davvero la cultura DIY e che significato abbia nel clima culturale attuale.

Dylan: Be’, tutta Cleveland è DIY. Per cui, se dovessi parlare con dei promoter di concerti della cultura DIY di Cleveland, non saprebbero cosa dirti—be’, non è una cosa di cui si parla, ecco.

Jayson: Se vuoi fare un live, te lo prepari tu, tutto qua.

Dylan: Quindi siccome siamo cresciuti lì e veniamo da lì, preoccuparsi di cose come marketing e promozione può essere un po’ imbarazzante.

In che senso?

Dylan: Be’, è imbarazzante venire associati a certe cose, ma a volte ti tocca. E a volte ti danno dei soldi, e tutto ciò che devi fare è mettere il marchio Converse su un oggetto, non è un grosso problema. Non ho forti opinioni in un senso o nell’altro.

L’indie rock ha fatto un salto negli ultimi cinque anni, e non c’è molta guitar music interessante in giro.

Dylan: Vero. Non ci sono molte guitar band buone al momento. Questa è un’affermazione vera. [Ride.]

Quindi cosa significa per voi fare musica di quel genere?

Dylan: Eh, la maggior parte della roba più popolare non dà molto spazio alle chitarre, quindi immagino che i tempi siano così. È il futuro. Ma non so.

Jayson: Boh, io adoro l’hip-hop e la musica elettronica. Non mi crea grandi problemi la situazione.

Perché credi che stia succedendo tutto questo?

Dylan: Non so. È un po’ un momento di ristagno, ma forse è perché è più semplice fare musica sul tuo MacBook?

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Jayson: Inoltre la gente non fa questo genere di musica da molto, quindi non la senti ovunque.

Dylan: Mi sa che la maggior parte delle cose che si sentono al di fuori dell’indie rock sono genuinamente più emozionanti. E non so perché, davvero. È così che va al momento, tutto qui. Sono sicuro che tra poco si sentirà un qualche gruppo punk infoiato o qualche bomba di guitar music che ci salverà, sai? [Ride.] Ma ora come ora, la gran parte di quello che senti è noioso.

La vostra musica però non è noiosa.

Dylan: Cerco solo di fare canzoni che mi piacciono. Se sono noiose, peccato. Se la gente pensa che siano noiose, allora immagino che sarò triste.

Quanto è importante per voi la risposta dei fan?

Dylan: È fantastico che la gente ci apprezzi, deve essere importante. Ma penso che generalmente cerchiamo solo di fare musica che ci piace. Se non ci emoziona, non è più bello né divertente. Ma se possiamo fare qualcosa che ci emoziona molto e che la gente poi guarda caso apprezza, quella è la situazione ideale.

Jayson: Il punto ottimale.

Il disco contiene otto pezzi.

Dylan: Otto è un bel numero a cui limitarsi. Una volta che hai otto canzoni nello stesso stile, la nona canzone non sembra altro che una ripetizione. Devi fermarti a otto. O perlomeno, io faccio così.