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In The Panchine far away from problemi

La storia di In The Panchine, l'assurdo e splendido progetto parallelo al primo TruceKlan che a Roma è leggenda.
08 ottobre 2014, 11:09am
in the panchine
Le fotografie compaiono per gentile concessione degli artisti ritratti.

Ho cominciato ad ascoltare rap molto tardi, ma almeno posso dire di aver cominciato col TruceKlan. Prima di affrontare i singoli membri del collettivo mi sono però imbattuta in In The Panchine, lo storico side project in italo-inglese dello stesso Klan. Non credo di essere la sola ad esserci rimasta sotto con i vari “I do the mafia, te scucio la kefia”, anzi. Un paio di anni fa sono persino riuscita a trovarmi il tipo a suon di citazioni ITP, nonostante fosse dal 2010 che non si aveva praticamente più traccia di nessuno di loro.

La voglia di indagare sul passato di un progetto rap come quello di In The Panchine mi è arrivata quando ad aprile scorso ho parlato tre orette con Andrea Ambrogio, ovvero Gemello, che per me altri non era che il “Gemellooo” di ITP1, naturalmente. Gli aneddoti su quel suo passato cazzaro e spensierato assieme a Cole, Benassa e Chicoria, sono il punto di partenza di questa retrospettiva, che per l’appunto coinvolge proprio queste tre persone.

ITP1 - "In The Panchine è rap e col rap ti martello"

In The Panchine è un progetto romano nato ufficialmente nel 2004 e costituito da quattro figure fondanti, tre delle quali avevano avuto legami di amicizia ben antecedenti all’uscita del primo disco, In The Panchine 1, risalente al 2005. “In The Panchine è venuto fuori dopo che con i Truceboys avevamo già fatto due dischetti, Truceboys EP e Sangue", spiega Cole. "Non dico che fossimo conosciuti, ma magari nell’ambiente di Roma avevamo funzionato. Per quanto mi riguarda era un po’ un rilassamento, un superamento del rigore fedele alla linea di Sangue. La volontà era quella di fare una cosa completamente cazzona, senza senso, ma che un’importanza di fondo ce l’avesse.”

Roma, in quegli anni, non era certo a secco di scene rap dissacranti, i cui paladini erano, appunto, i Truceboys, aka Cole + Gel + Metal Carter [+ Noyz], che già dal 2000 amavano bruciare i nostri templi. “Quei giorni mi ricordo erano bellissimi,” continua Cole, “mi infilavo sempre in macchine che andavano al mare, zona Circeo. È stato così che ho conosciuto Benassa. Gemello era suo amico già da prima, e insieme abbiamo passato un’estate nella stessa casa al mare.”

"La volontà era quella di fare una cosa completamente cazzona, senza senso, ma che un’importanza di fondo ce l’avesse" - Cole

Inizialmente era solo una spropositata passione per il rap statunitense a unirli, ma neanche tanto, dato che Gemello aveva un’impronta più “rock." Benassa ricorda: “Io e Gemello siamo amici da quando eravamo piccoli, avremo avuto tredici anni. Tramite amicizie del mare ho conosciuto il fratello di Cole, Loris. Manuel e gli altri avevano appena fatto il primo EP dei Truceboys, Gemello era uno che all’epoca suonava, dipingeva, aveva sempre un sacco di attività. Io ero proprio piccolo, avevo la fissa per il Wu-Tang, per la scena rap di New York più che per quella di Los Angeles… più B.I.G che 2pac. Lui mi faceva sentire le cose sue, magari roba post-rock, mentre io gli passavo il rap.”

Gemello e Benassa erano più pischelli di Cole, che oltre al rap, si dedicava ai graffiti, ai quali oltretutto deve il suo stesso nome-tag—“Prima mi taggavo 'Blues'. Avevo un amico che invece che Manuel mi chiamava Colemanuel e quindi Coleman, boh, magari l’aveva letto su un qualche sito di film. Un giorno mentre parlava mi sono messo a scarabocchiare la scritta 'Cole'. Mi è subito piaciuta. La gente si è affezionata a quel nome e al momento di fare rap l’ho tenuto.”

Quest’ultimo non ha tardato ad affezionarsi ai due compagni di vacanze, che, una volta tornati a Roma, ha continuato a beccare in giro. “Quando siamo tornati a Roma,” mi spiega, “abbiamo continuato a vederci, dato che avevamo diversi interessi in comune. Ci piaceva fumare determinate cose e stupidaggini del genere. In particolare legai con Andrea Ambrogio, Gemello. Appena avevo tempo libero andavo da lui. All’epoca già lavoravo, appena staccavo dal lavoro così com’ero, senza passare da casa, prendevo la citatissima tangenziale e facevo a gara con altri nostri amici a chi arrivava prima.”

La comitiva in realtà era allargata, e, tra i vari nomi che affiorano, se ne riconoscono alcuni ipercitati nei futuri pezzi del primo album. Ad esempio Tarango, come mi spiega Benassa: “Nella comitiva mia del mare, in cui ho poi ho conosciuto bene Loris e gli altri, l’unico amico mio era Tarango, quello che poi appare in tutte le salse nel primo disco. Era un amico nostro, sempre di Roma, dell’Alberone, che beccavo sempre quando ero al mare giù al Circeo. Il miglior amico di Tarango era Loris, fratello di Cole, un’estate è andato ospite a casa sua, e così è diventato pure amico mio e di Gemello.”

I legami, insomma, in quelle estati del 2003-2004, si stavano saldando sempre più, nonostante l’appartenenza a quartieri—e quindi mondi—differenti, che in città come Roma, erano e sono estremamente vincolanti. Un esempio ben chiaro è la contrapposizione territoriale tra Cole e Gemello.

“A quell’età vedi Roma come fossero tante città,” mi racconta Cole, “stai quasi sempre nel tuo quartiere. Noi eravamo un po’ trasversali invece, perché lui abitava in una zona con cui non avevo niente a che fare, c’ero stato giusto due volte prima di allora. Anzi, eravamo proprio due anime contrapposte storiche: Parioli e Tuscolano. Negli anni Settanta sarebbe stata la upper class e la classe operaia. Ora non è più così, ma è comunque divertente. C’erano dei film stupidissimi che ricalcavano tutto questo, tipo ‘I ragazzi della Roma violenta’… noi ci ridevamo un sacco.”

L'arrivo di Chicoria

L’arrivo di Chicoria è stato determinante per la formazione di un vero e proprio “gruppo”, e Cole si rivolge a lui come “l’elemento più puro che ci possa essere." Il Chico racconta: “Ho cominciato perché sono stato invogliato dal Noyz Narcos e dal Cole, che hanno letto e apprezzato le prime robe che scrivevo. Ho continuato a scrivere, e il Cole mi ha parlato del progetto In The Panchine. Poi ho conosciuto Gemello e Benassa al Foro Italico, quando andavo con lo skate, però io lì ero già grande e Manuel lo conoscevo da dodici anni”. In effetti, Cole e Chico coltivavano un’amicizia già dai tempi dei graffiti, l’uno nel crew SIP, l’altro negli ZTK, a cui appartiene tutt'ora.

“Armando scriveva chilometri, quaderni interi di roba, ma non ingranava. È stato Gemello a dargli la spinta, secondo me. A un certo punto ha cominciato a frequentare più casa In The Panchine, che quella Truceboys. Anche perché l’altro gruppo era più strutturato e c’erano troppe differenze tra le cose che scriveva Armando e quelle che voleva scrivere Carter… insomma si è trovato meglio con noi.”

Pittura vs. Graffiti

“Gemello dipingeva, io no, facevo graffiti", racconta Cole. "Abbiamo cominciato a mettere i nostri lavori insieme, e abbiamo formato un gruppetto, i 'The Ambrogios'. Poi sarebbero arrivate anche le mostre, ma all’inizio era solo un vedersi a casa, e di conseguenza scambiarsi musica. Lui sapeva suonare la chitarra, sapeva andare a tempo, aveva una bella voce… Tutte cose che io ho sempre invidiato perché tutt’ora non ho nessuna di queste tre qualità. Non sono mai stato un musicista, non c’ho orecchio. Ero nei Truceboys perché mi piaceva scrivere. Andrea era dotato invece, e me ne sono accorto subito. Ci scambiavamo dischi: li ascoltavamo e li canticchiavamo mentre lavoravamo a questi quadri, era una situazione bellissima, non so come spiegarti."

Sull’indubbia poliedricità di Gemello hanno concordato tutti, sebbene lui sostenga di “essere la classica persona che è brava a fare quasi tutto, senza eccellere in niente”. Pur non essendo stato fino ad allora granché attaccato alla cultura rap, ha appreso in fretta tutti i trucchi. “Con lui è stato come in quella scena di Non ci resta che piangere in cui Troisi e Benigni che incontrano Leonardo Da Vinci e gli spiegano com’è fatto un treno,” racconta Cole, “gli ho detto ‘Guarda, prendi un foglio, scrivi in quartine,’ e il giorno dopo era il migliore di tutti.”

"Try to copy my mezzo inglese, that’s the schema"

"La prima che abbiamo fatto è stata 'Loosin Pazienza'", spiega Benassa, "che è l’ultima del CD ed era senza Armando, il Chicoria. Non c’era semplicemente perché ancora non gli avevamo chiesto di far parte del gruppo. È stata l’unica dell’album che ci ha registrato il terzo ragazzo dello studio di cui ti parlavo prima, il Menga, un grande genio musicale. Ci ha messo un mese per fare quella canzone, battuta per battuta, pure le virgole ci ha aggiustato."

L’utilizzo dell’italo-inglese ha trasformato ogni singolo pezzo di ITP1 in un culto, senza troppi giri di parole, sia a Roma che nel resto d'Italia. Per risalire alle vere origini dello slang bisogna però tornare agli incontri in casa In The Panchine, alle cui sessioni di pittura altamente fricchettona, se ne alternavano altre di sacrosanto fumo.

La copertina di In The Panchine, cliccaci sopra per ascoltarlo su YouTube

“Gli incontri che facevamo erano ufficiali, e in tutti arrivava il momento in cui si doveva fumare,” spiega Cole, “c’era questo personaggio all’epoca con il quale ci vedevamo per rifornirci. Non era italiano, era ceco. Non parlava neanche italiano, si era inventato questa specie di inglese con parole romanesche dentro, e noi ci ammazzavamo così tanto dalle risate che abbiamo cominciato a parlare come lui. La gente ci prendeva per scemi. La musica è venuta dopo, ascoltando dischi in quelle situazioni in cui passavamo dieci-dodici ore in terra a dipingere. Io lo incitavo un sacco a scrivere due rime con sotto basi a caso, che alla fine sono proprio quelle che trovi nel disco.”

Cole continua: "Una l’ho voluta io. Quella che potrebbe essere sintetizzata in 'Me contro Andrea Gemello.' 'Parioli vs. Caffarella', e cioè 'I Push My Rap'. Ricalcava 'Different Worlds' di Alchemist e Twin Gambino, in cui uno dice di aver avuto un’educazione degna e di tutto quello di cui aveva bisogno, mentre l’altro gli risponde di provenire da Queensbridge e non aver mai avuto un cazzo. Era divertente, abbiamo preso quella base e ci abbiamo messo su una contrapposizione simile. Parla uno, poi parla l’altro…"

"C’era questo personaggio ceco all’epoca che vedevamo per rifornirci. Si era inventato questa specie di inglese con parole romanesche dentro, e noi ci ammazzavamo così tanto dalle risate che abbiamo cominciato a parlare come lui" - Cole

Se al trio Cole-Benassa-Gemello veniva sempre più spontaneo to say stronzate like a palate, Chico aveva altre ambizioni. “Lui già aveva necessità di fare rap,” continua Cole, “avrebbe voluto farlo già ai tempi di Sangue dei Truceboys. Non capiva bene il miscuglio di rap e italiano, ma il suo modo di esprimersi funzionava benissimo nelle canzoni.” E senza Armando che parla della sua turbolenta vita di quegli anni, In The Panchine 1 non sarebbe stato lo stesso. “La prima strofa che ho registrato è stata quella di “Gemellooo”. ‘Mai più ore in un vicolo’ quella là," dice il Chico.

Chico non era solo il più puro tra tutti, ma anche il più attivo e determinato. Anche se fino ad allora avevano raccolto solo registrazioni amatoriali su Tascam e cassetta, Armando decide di prendere in mano la situazione. “Armando è sempre stato quello che ci credeva di più,” specifica Benassa, “aveva più attitudine rap di tutti noi messi insieme. È stato quello che ci ha messo più pepe al culo, 'Andiamo, famo, piglio la sala, sento questo, faccio quello…' È sempre stato molto organizzato, mentre io, Gemello e Cole solo grandi sognatori. Sai, ci sono quelli più e meno pratici, quelli che per fare una cosa ci mettono un giorno e quelli che ci mettono un mese. Armando è quello che ci mette un giorno, quando decide di fare una cosa la porta avanti.”

I temi

"Forse l’unica canzone con un tema è '13 PM'," spiega Benassa, "che è nata perché uno di noi ha cominciato a scrivere un testo tipo 'in the panchine è come mi sento, in the panchine sono i miei amici.” E alla fine abbiamo tutti deciso di fare il pezzo introspettivo, in cui definivamo per tutti noi cosa era In The Panchine... tutto abbastanza semplice. Ci sentivamo tanto liberi, non ce ne fregava un cazzo, non aspiravamo a nulla. E quindi facevamo le canzoni come sentivamo che dovevano essere."

Non esistono tematiche vere e proprie all’interno dei testi di In The Panchine, se non una reinterpretazione teatrale di episodi e circostanze di vita romana, come spiega Cole: “Alla fine abbiamo fatto quello che hanno fatto tutti gli altri autori che hanno scritto libri, poesie o canzoni su Roma. Basta solo che interpreti e racconti i personaggi."

"Ci sentivamo tanto liberi, non ce ne fregava un cazzo, non aspiravamo a nulla. E quindi facevamo le canzoni come sentivamo che dovevano essere" - Benassa

E ancora: "Non mi va di fare paragoni azzardati, ma quando ti guardi le commedie di una volta di Verdone, ti accorgi che dava vita a personaggi e li reinterpratava a modo suo, per inventarci su storielle. Tutti hanno fatto così, anche in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana ad esempio c’è lo stesso principio, o in Pasolini. Le analogie emergono da sole, le devi saper vedere. Non per togliere niente al paesino del mio bisnonno, però se fossi nato lì non avrei avuto a disposizione gli strumenti per raggiungere quell’obiettivo. Non è che siamo dei grandi artisti o chissà cosa, abbiamo solo spirito di osservazione e la possibilità di stare in un contesto che, seppure provinciale, è tutto sommato il più 'americano' che puoi trovare in Italia."

Al Brancaleone, all’Hombre Lobo in saletta

“Tutti e due i nostri album sono stati registrati all’Hombre Lobo al Brancaleone, con Reeks", spiega Benassa. "Loro suonavano negli Inferno, facevano grind, stavano proprio in un altro mondo. È stato grazie a loro due che abbiamo ottenuto quei risultati. Non sono soggetti a regola d’arte, a loro del rap non gliene frega niente, le uniche cose rap che hanno mai sentito in vita loro probabilmente sono le nostre… e si sente. I nostri dischi non hanno quella sonorità classica del rap, che dovrebbero avere. Forse è un altro dei segreti e dei punti di forza dei nostri lavori”.

Dopo la registrazione del disco al Brancaleone, con featuring di quasi tutti i membri del giovanissimo Truceklan—"Noi siamo cresciuti col mito del Wu-Tang, e al momento di fare un disco manco lo devo chiedere a chi è del mio clan di partecipare… è naturale," dice Benassa—In The Panchine era finalmente riuscito ad ottenere un proprio pubblico. A sorpresa di tutti, tra l'altro, diventava sempre più grande e infottato.

“In The Panchine ha avuto quel successo perché i tempi erano più maturi per qualcosa che si scindesse dai soliti canoni dell’hip-hop italiano,” spiega Chicoria, “c’è sempre stato un bel feeling tra le persone, e dal quel CD si capisce molto quanto ci divertivamo.” Tuttavia il motivo dell’enorme successo che brani come “Deadly Combination” stavano cominciando a riscuotere, in assenza di YouTube, nessuno è riuscito a spiegarselo.

"Sì, ma non è neanche che li abbiamo fatti noi. C’era talmente tanto hype attorno alla cosa che veniva la gente con le telecamere a riprenderci", spiega Cole, "'Deadly Combination' ce l’ha fatto un’amica nostra storica che noi chiamiamo La Roscia, e nella vita fa l’operatrice. Noi non abbiamo davvero fatto niente. Gli altri video invece sono stati curati dal gemello di Andrea, che adesso lavora come montatore. Sono tutti rimasti legati all’audiovisivo… pure io lavoro nel cinema."

“Abbiamo fatto questa cosa con la consapevolezza del fatto che sarebbero stati soddisfatti i veri appassionati,” puntualizza Benassa, "era il 2004, YouTube non c’era manco, o era appena nato. Sapevamo che qualcuno se lo sarebbe voluto comprare, ma immaginavamo sarebbe stata gente come noi, dei nerd. Adesso il rap se lo ascoltano tutti, ma all’epoca eri paragonabile ai metallari negli anni Ottanta. Pensavamo a un centinaio di ascoltatori, massimo. Avevamo fatto cinquecento copie dicendo ‘Sì dai le venderemo tutte, ma finirà là.’ Invece no, col cazzo.”

"Avevamo fatto cinquecento copie dicendo ‘Sì dai le venderemo tutte, ma finirà là.’ Invece no, col cazzo" - Benassa

La sua conclusione infatti conferma la teoria di Chico: "È probabile che siamo stati l’ondata punk del rap, siamo usciti un po’ fuori dagli schemi. Prima di tutto perché non avevamo paura di farlo, non ce ne fregava se poi la gente ci avrebbe riso dietro. Adesso parliamo tutti strabene di ITP, perché sappiamo com’è andata, ma ai tempi abbiamo rischiato davvero la derisione pubblica.”

Poi però nei cinque anni dall'uscita di quel primo album YouTube è arrivato, e insieme a lui le visualizzazioni fuori controllo. Brani come “Deadly Combination” sono diventati letteralmente fenomeni nazionali, ed è probabile che pure il vostro vicino di casa ciellino sappia il testo a memoria, esattamente come voi. Quei cinque anni sono serviti a incastonare ufficialmente ITP nella storia del rap romano.

"Ma sì, erano altre epoche. Noi abbiamo suonato un sacco in giro, penso almeno tre volte a Firenze… a Firenze andava fortissimo la cosa", dice Cole. "Poi pure a Roma a queste jam locali, non ci siamo mai proposti con uno show dal vivo se non dopo il secondo album, in cui abbiamo fatto cinque date: Roma, Latina, stupidaggini del genere. Non so come spiegarti, ma era una cosa che capivi solo se la vivevi sul serio… poi dopo è sfuggita di mano. Tipo 'Deadly Combination' è sfuggita di mano."

ITP2 - Back in biz, perché qui è un mortorio

“Il 2010-2011 non sono stati anni del tutto bui per me e mi sono ritrovato con del tempo libero", continua Cole. "I_TP2_ l’abbiamo fatto quasi in contemporanea a Società Segreta con Metal Carter, più tutti i vari featuring in altri progetti. Poi ho avuto un po’ meno tempo per occuparmi di musica, ma in quel periodo le cose andavano bene. Gli altri non facevano un cazzo dai tempi di In The Panchine 1, e ho proposto di riprendere in mano tutto. Andrea era in un periodo di presa bene e mi è venuto dietro, anch’io ero molto contento. Volevamo infilarci qualche testo più maturo, anche se sempre alla solita maniera. È un disco che è venuto benino, diciamo. Giusto in due o tre pezzi l’ho buttata un po’ là come ITP1, quasi un freestyle registrato, almeno per me...”

Nel 2010 è finalmente uscito l’atteso seguito, ITP2, in cui però apparivano solo tre dei quattro componenti originari: Cole, Gemello e Benassa. “A me piace tantissimo In The Panchine 2” prosegue Benassa, “perché trovo tutti noi più maturi sotto molti punti di vista: metrico, musicale, lirico. Magari non ha avuto troppo successo perché ha perso la spensieratezza del primo, e sicuramente anche per la mancanza di Armando. Dal mio punto di vista, era un punto di forza per tutti noi.”

"Le nostre robe magari non hanno avuto successo subito, ma alle lunghe si sono radicate." - Cole

Dalle undici tracce vengono estratti due singoli, "Riunire la banda" e “Non siamo niente”, i cui video sono le ultime testimonianze che ad oggi abbiamo di questi tre bravi guaglioni, tutti insieme come ai vecchi tempi. "Io sono sempre stato in fissa coi numeri," rivela Cole, "il primo l’abbiamo registrato nel 2004 ed è uscito nel 2005, il secondo nel 2010… magari nel 2015 sarebbe stato carino far uscire qualcosa. Non si può escludere mai niente, ma un disco non si può fare tanto per fare. Le nostre robe magari non hanno avuto successo subito, ma alle lunghe si sono radicate. Questo perché probabilmente le abbiamo fatte nel momento in cui andavano fatte, senza forzature, almeno per me. Se non mi capisci oggi, magari capisci domani."

Conclude Cole, "quella lì è l’epoca d’oro, quella bellissima in cui eravamo uniti, anche perché crescendo ognuno oltre ai cazzi propri ha anche i problemi da risolvere. Due sono pure finiti in galera, lo sai no? Questo ha una cosa, quello un’altra, quell’altro deve mandare avanti la famiglia… ci sono un sacco di situazioni che ti portano o a farti i cazzi tuoi. Invece all’epoca era proprio bello e basta. Tu uscivi e non sapevi quando tornavi. Erano vent’anni fa, semplicemente. Ora andiamo tutti verso i quaranta! Ma ai tempi avevamo vent’anni, alcuni anche quindici. Era diverso."

"Il video di “Non Siamo Niente” si chiude con questo quadro in cui ci sono lavori di Gemello, Cole, Noyz, Chico… non era semplice autopromozione, ma un lavoro vero", chiude Benassa.

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