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Tutto fa techno per Morphosis

L'importante è disimparare a fare il DJ. Abbiamo parlato col maestro libanese di dancefloor e improvvisazione e vi offiramo anche il suo live a Venezia in diretta streaming.
25.8.14

Era da un bel po’ di tempo che volevo intervistare Rabih "Morphosis" Beaini, sulla base di quanto mi sono piaciute le sue ultime produzioni (da What Have We Learned a Music For Vampyr, difficile trovare un suo disco uscito negli ultimi due anni che non paia caduto dal cielo), un po’ per una stima che gli porto in termini concettuali e di attitudine. Si tratta di un riguardo che, detto fra noi, gli sarebbe dovuto a prescindere dagli interessi strettamente musicali di ognuno, semplicemente come risposta all’intelligenza e alla coerenza con cui nutre il suo lavoro di artista. Al cuore di tutto sta una ricerca sulle possibilità di sviluppo creativo date dall’improvvisazione, sia che le sfrutti in un territorio—elettronico o organico—completamente free form, sia che le butti sul dancefloor. In quel contesto riesce a far rimbalzare il suono e le sensazioni tra chi balla e chi lo sta facendo ballare secondo un processo assolutamente non-lineare, canalizzando il caos di fonti musicali provenienti dalle epoche e dalle culture più disparate dentro lo spazio fisico un beat. In questo modo, o spirito rivoluzionario della techno si ripropone come energia affermativa radicale.

Abbiamo chiacchierato quasi alla vigilia di una sua ennesima performance a Venezia (città in cui ha vissuto per quindici anni e da cui non si è mai davvero staccato), condivisa con i suoi compari di improvvisazione free-jazz Upperground Orchestra e col maestro Charles Cohen, la cui musica Rabih ha contribuito a riportare a galla, arrivando a rimaneggiarla alla sua personale maniera. Si svolgerà martedì 26 agosto al teatrino di Palazzo Grassi, ospitato da APART festival. Andateci, oppure guardatevi LO STREAMING IN DIRETTA CHE OSPITIAMO IN FONDO AL POST, ma prima leggetevi questa intervista.

Noisey: Iniziamo dal live di martedì a Venezia con Charles Cohen. Come è strutturato?

Rabih Beaini: Io e Charles proveniamo da zone diverse e generazioni diverse, ma diciamo che siamo cresciuti in un ambiente simile, quello dell’imporvvisazione sul palco, per cui diventa un po’ una disciplina e quando ce l’hai ce l’hai, non vai incontro a nessuna difficoltà tecnica. Ovviamente tutto sta nell’approccio musicale creativo alla cosa, per cui è la particolarità del musicista stesso l’unica cosa a diventare il punto di riferimento. Difficilmente, comunque facciamo tutto il live insieme, io faccio il mio set, lui fa il suo e poi eventualmente una jam insieme. In questo caso però c’è anche la Upperground Orchestra, per cui ci sono anche altri musicisti e la jam è condivisa. Suonerà la Upperground Orchestra per un po’ di tempo, poi Charles ci raggiunge e finiamo il concerto assieme.

In generale, mi pare che con tutte le contaminazioni attraverso le quali stai ampliando il tuo sound, tu cerchi di far rimanere evidente il retroterra techno da cui provieni. Quanto è difficile mantenerlo lavorando con musicisti di estrazioni differenti?

Prendere la cosa dal punto di vista concettuale originario, ritorniamo sempre al punto di partenza, semplificando moltissimo le cose: il mio approccio nella Upperground Orchestra, fin dal primo concerto che abbiamo fatto è sempre stato quello della composizione dal vivo, fare musica improvvisandola. Ovviamente l’inizio del dialogo con i musicisti è stato difficile perché è un dialogo personale, cioè potevano essere anche non essere musicisti jazz, con altre provenienze musicali, non era tanto quello il discorso: era più importante la comunicazione personale. Le jam session esistono da sempre ed esisteranno sempre, uno può improvvisare insieme ad altri musicisti sul palco, ogni sera diversi, ma questa è una disciplina a sé, quando invece diventa un progetto… È un progetto. Anche se sempre basato sull’improvvisazione, c’è una specie di dialogo che deve continuare ed essere presente al cento percento.

Per te, comunque, l’improvvisazione rimane un processo fondamentale anche nel suonare da solo.

Assolutamente. A partire dalla scelta artistica di suonare improvvisando, senza un playback o re-play delle parti musicali elettroniche, proprio perché utilizzo sintetizzatori analogici e sarebbe impossibile riottenere esattamente gli stessi suoni e le stesse partiture, per cui le ricreo. Questo ricreare diventa il metodo stesso, e il mio approccio a questo metodo è proprio quello di una band che improvvisa. Cerco sempre di mantenerlo, chiaramente a qualcuno piace e a qualcuno no, ma in questa maniera diventa un genere musicale a sé, si esce dal discorso performativo elettronico e diventa una scelta organica, più legata alla matrice avanguardistica dell’elettronica.

Quindi qual è il ruolo della techno in questo tuo approccio? Intento proprio in termini di struttura ritmica.

Be’, il termine è molto generico, se invece, appunto, ti riferisci alla struttura ritmica della techno, o anche alla scena techno e come è intesa nel mondo del clubbing, se vogliamo andare a fondo nel genere specifico, ne sono molto lontano. Non nasco a Berlino né a Detroit, per cui non vedo nessun legame personale che mi leghi a questo genere.

Non lo senti nemmeno con la scena italiana?

Ecco, appunto, arrivo alla techno da vie traverse e da un periodo in cui la techno era ancora un po’ acid, un po’ house, un po’ breakbeat, un po’ p-funk, e si suonavano un po’ tutte queste cose insieme. Solo negli ultimi anni si è iniziato a suonare la techno-techno, anche perché negli anni Novanta se suonavi Jeff Mills o Underground Resistence, erano più batterie elettroniche quasi funk che una cassa in 4/4 dritta, a volte c’era dentro un groove jungle. Per me il concetto di techno era una filosofia che racchiudeva tutti i generi musicali che non volevano rimanere chiusi in una specifica commerciale, incluso il jazz e inclusa l’avanguardia. Già originariamente il mio approccio era quello e cerco di mantenerlo, ovviamente si mette sempre il pezzo techno… I gran pezzi belli della techno stanno sempre bene insieme al free jazz o al funk, all’avanguardia o, non so, alla musica africana. Certo, dipende dal mood, ed il set è sempre ovviamente improvvisato mischiando tutti questi generi qua.

Senza voler essere troppo ruffiano, tra i tuoi set che ho sentito live, ricordo quello a Terraforma come un’esperienza davvero unica. Una delle cose che mi ha colpito di più, appunto, era come l’ingresso di tutte questi elementi sonori differenti fosse giocato intorno alle possibilità ritmiche della techno o, visto anche quello che hai appena detto, più in generale della musica dance contemporanea.

Ti ringrazio. Nel DJ set ultimamente ho cercato di ricreare coi dischi quello che faccio coi sintetizzatori, usare dischi e passaggi che contengono magari solo drums o solo altri elementi sparsi e mischiare due, tre o quattro canali per creare un pezzo così. Ovviamente, però, provengo dalla cultura del DJing, per cui non posso prescindere dal fatto di trovarmi di fronte a un pubblico che, nonostante tutto, vuole ballare. Posso portarli per cinque o dieci minuti in un’atmosfera completamente cosmica o avanguardistica che crei un distacco nell’ascoltatore o nel frequentatore del club, ma devo poi comunque riportarlo dove lui vuole andare. Non posso negarglielo, anche perché fa parte della mia cultura musicale e della mia passione.

Quindi non senti il rapporto col pubblico come un limite. Immagino possa invece essere una forma in più di comunicazione.

Assolutamente, è una forma completa di comunicazione, prendere questi dischi un po’ particolari, queste cose tipicamente non suonabili nel club e racchiuderle in un groove. Il termine è proprio “to lock”: incatenarle dentro a un groove, un ritmo ripetitivo che tecnicamente riporta il tutto a una cosa disciplinata. È una forma di riscrittura del groove, la scultura di un suono.

Quindi è proprio la necessità di avere un beat a fornirti le basi su cui sviluppare questa disciplina?

Assolutamente, è quello che riconduce il DJ set a una logica, nel caos totale provo sempre a portare dentro e fuori questo elemento più ordinario e riportare tutto sul dancefloor.

Il che, in un certo qual modo, ti riporta anche a ricostruire a ritroso tutto quanto sta all’origine del suono techno.

A livello sonoro sì, ma anche concettualmente. Non tutti lo sanno, ma la techno nasce da un programma radio dove si suonava dal free jazz a tutta la musica di combattimento sociale, come l’afro-jazz e tutta la cultura afrofuturista, e che ha influenzato Detroit come campo in cui è cresciuto il genre. Non è proprio il mio intento, ma credo che il mio modus operandi mi faccia finire sempre su queste vie, ad esempio suonando pezzi di Art Ensemble Of Chicago o Sun Ra, in cui i testi e i vocals inneggiano alla libertà d’espressione, riportandole però al giorno d’oggi se non in una struttura completamente futuristica, nel mio modo di essere, per cercare la mia fonte di ispirazione ed espressione in tutto questo.

Mi viene in mente una cose che ha detto Jeff Mills una volta sulla techno: “it wasn’t designed as dance music but as a futurist statement”. Non credi comunque che ricombinare cose così diverse tra loro sia sempre un atto radicale? Intendo sia un senso che in un altro: può essere qualcosa di affermativo come un modo di snaturarne il potenziale.

Credo di essere proprio io il filtro in questo. Scelgo i pezzi da suonare proprio come pezzi, non solo come elementi da mettere insieme, ma io inconsciamente sento sempre che qualcosa che leg le cose assieme. Sento un pezzo turco degli anni trenta e ci trovo lo stesso messaggio e la stessa energia di un pezzo di Terence Dixon, sento che l’espressione musicale di qualcuno ne rispecchia la sofferenza, la lotta, ma senza necessariamente dovere andare in questa direzione a livello di statement. Non voglio avere uno statement, mi interessa rimescolare l’espressione musicale di altra gente per farne una mia personale, o almeno ci provo. Con l’improvvisazione a volte funziona a volte no, ma credo con gli anni di avere imparato una tecnica che mi permette di ottenere quello che voglio e di rimanere valida sul dancefloor. Io suono per la gente, non sto a casa mia ad ascoltare i dischi.

Tornando al discorso culturale: io non credo rischi di essere una violazione. Considerato da dove vengo io, non sono “white hands in black pockets” ma “white & black hands together”. Sostengo delle cause, alcune delle quali le ho vissute in prima persona, durante la mia infanzia. Ovviamente quando uso un pezzo di Sun Ra o dell’Art Ensemble è un po’ una bandiera. Per dire: qualcuno che vuole attirare l’attenzione può citare uno scrittore russo dell’ottocento, se poi questo scrittore ha influenzato il comunismo è un altro discorso, non vuol dire necessariamente che il mio richiamo è per il comunismo. Non so se ho reso l’idea.

Certo. È l’esatto opposto di una violazione, anzi, la relazione finisce per costruire un significato nuovo.

Sì, o almeno è questo che provo a fare io. Il mio lavoro, oltre alla ricerca, alla tecnica musicale—o alla mancanza di tecnica, perché poi è questo che serve—è la costruzione di una certa energia, e se manca l’energia ovviamente la gente non capta il messaggio, non capta il modo in cui si suona e sembra tutto un caos. È molto difficile creare la propria energia, per cui la mia concentrazione maggiore cade proprio su quello.

Cosa intendi con mancanza di tecnica?

Distaccarsi dalla tecnica del DJing, dal beatmatching, dal missagio tra i canali, la messa a tempo dei dischi e la creazione dell’equalizzazione giusta. Mi tocca proprio liberarmi da queste cose qua per fare quello che voglio. Poi ci sono dischi che sono completamente fuori dal beatmatching e c’è gente che dice che tecnicamente non funzionano… quelli sono assolutamente da suonare così.

È qualcosa che hai dovuto (dis)imparare a fare, immagino.

Certo, ho dovuto crearlo di volta in volta, non ho riferimenti in questo. il mio lavoro è quello di creare il focus, spostarlo da un groove all’altro, è lì la mia tecnica, non nel beatmatching. C’è voluto tanto tempo per impararlo e tanto coraggio, cosa che parazialmente mi mancava anni fa. Non avevo affinato un modo di andare contro le tecniche che mi permettesse di creare una cosa tutta mia.

Credo sia molto bello che questo modo di fare stia ricevendo una risposta positiva anche rimanendo dentro al territorio del clubbing.

Sì, mi fa molto piacere e mi da molto coraggio. Lo ottengo tutto suonando dal vivo e non facendo le prove a casa, anzi non faccio mai le prove a casa per non influenzarmi, diciamo così. Faccio tutto davanti al pubblico ed è il pubblico che determina se va bene o no, per fortuna hanno sempre reagito benissimo anche in contesti in cui storicamente queste cose non si fanno, in cui si balla e si ascolta la techno standard europea. Ho avuto la fortuna e il piacere di ottenere una buona risposta anche davanti a un pubblico più numeroso.

Qual è un’esperienza che ricordi con piacere in questo senso?

Uhm.. be’ una in particolare è stata quella del Link di Bologna, dove mi era stato chiesto se potessi andare a riclibrarlo basando il tutto sulla scena clubbing italiana e accontentare così il pubblico del Link. Io ovviamente ho detto di no, e questa cosa mi ha dato addirittura una spinta ad andare oltre. Ricordo bene che in quella sera là i punti più belli del set sono stati quelli più strani, senza beat e senza groove, in cui però il pubblico era estasiato.

Io ero estasiato quando hai suonato a Boiler Room di pomeriggio e hai messo “Aria” di Alan Sorrenti, che è uno dei miei pezzi preferiti. Senti, invece l’album Albidaya l’unico firmato col tuo vero nome, come è nato? Immagino che firmarlo così e farlo uscire su una label libanese servissero proprio a rimarcare una differenza.

È un progetto più personale, più introspettivo, non doveva essere una roba da “carriera”, anche se questa parola non è proprio adatta. Non credo di esserci riuscito, ma volevo distanziarlo dal materiale elettronico firmato Morphosis o Ra.H, a cose fatte mi sembra però che non avesse senso.

Be’, a dire il vero da ascoltatore direi che si sente molto la differenza di intenti.

Sicuramente sugli ascoltatori può fare un effetto diverso a livello di impatto. I suoni sono diversi, è più elettroacustico, contiene degli strumenti acustici suonati in un contesto sempre elettronico ma “scolpito a mano”. Intendevo dire che per me personalmente rimane ancora un album techno, se proprio vogliamo chiamare Morphosis un progetto techno, come tutti vogliono brandizzarlo. Viceversa, sento che parte del materiale che avevo fatto in precedenza era molto più avanguardistico di quanto potessi pensare io all’epoca. Ripeto: è una mia visione, mi sono reso conto che non mi sono allontanato tantissimo.

Tornando alle scelte fatte per l’album: Annihaya è una label che rispetto tantissimo, mi ha fatto tantissimo piacere ricevere la richiesta di fare un album per loro ed è stato molto naturale farlo: “Albidaya” vuol dire “l’inizio”, mentre “Annihaya” “la fine”, è stato un po’ un gioco tra me, artista libanese che bazzica nel mondo dell’elettronica e loro, artisti libanesi che bazzicano soprattutto l’ambiente dell’avanguardia. Avendo dei territori comuni vastissimo, abbiamo cercato di creare questo progettino come territorio di gioco comune.

Perdonami l’ignoranza, ma quanto c’è di musica tradizionale libanese in quell’album?

Io non vedo la musica tradizionale da quello che faccio con i sintetizzatori, cambia solo lo strumento. Probabilmente, la particolarità del mio approccio alla performance, se fossi nato cinquant’anni fa farei la stessa roba suonando la rababah o del dabke. Se avessi avuto un tipo di training musicale diverso probabilmente suonerei un altro strumento ma con lo stesso approccio sul palco. Non ho un legame con la musica elettronica per il feticismo del suono analogico o cose simili, per me sono degli strumenti, punto. Ne uso pochissimi proprio per questo, ed è per questo che riesco a suonare con un gruppo jazz, o a improvvisare da solo sul palco: perché mi sono liberato—o probabilmente non sono mai stato legato—alla categoria.

Parlami di Morphine: come scegli cosa fare uscire? Per quanto abbia una sua identità, anche lì mi pare molto importante che rimanga impossibile inquadrarla in un ambito sonoro preciso.

Seguo un po’ il “caso” e mi comporto come se fosse musica mia. Non trascende da questo, per cui seguo il processo di produzione del materiale sulla label esattamente con quel criterio là. Già la scelta è determinata da quello, anche quando ho preso materiale dei Metasplice, era un po’ una voce mia fatta in modo diverso, anche Hieroglyphic Being. Anche Shake Shakir, che è stato un one-off e una delle cose più belle della label. Anche Charles Cohen, materiale ritrovato in un armadio e recuperato, mi ci sono ritrovato come se fosse stato mio. Ho trovato tantissima roba mai uscita, mi sono imbattuto in artisti che non hanno mai fatto release ma hanno centinaia di ore di materiale.

E le farai uscire?

Non necessariamente, preferisco fare in modo che trovino qualche altra label su cui uscire perché non voglio avere un’etichetta archivistica. Il caso di Charles è diverso perché l’ho sentito molto vicino. La sua storia mi ha fatto venire voglia di ascoltarlo, e da lì in poi mi sono informato sul musicista, scoprendo che era una delle figure più importanti della musica elettronica di sempre. Non è uno che fa jam session da quarant’anni, è uno degli artisti più influenti della sua epoca e ne riparleremo quando verrà rivalutato a dovere: è un personaggio che fu richiesto da Conrad Schnitzler per delle registrazioni, che ha suonato con l’Arkestra… Non è uno sprovveduto o sfortunato, solo che bazzicava ambienti completamente diversi, quelli dell’arte e della danza contemporanee e non gli era mai capitato di venire rivalutato nel nostro ambiente. Mi sono riconosciuto, diciamo, in un cinque percento delle sue abilità performative. Hehehe…

Sono curioso anche sui Metasplice, il loro album è davvero geniale.

Mi hanno mandato del materiale, molto semplicemente, ma io non l’ho preso per almeno otto mesi. Poi li ho conosciuti personalmente in America e ho sentito dell’altro materiale. Loro provengono da progetti separati, hanno creato Metasplice insieme dopo dieci anni di performance. Secondo me il primo materiale che mi hanno mandato non era ancora maturo, ma ci sono voluti pochi mesi per arrivare a quello che abbiamo sentito su Morphine. Secondo me sono tra i più interessanti in giro.

Sono perfettamente d’accordo, io non li conoscevo ma li ho visti all’Unsound di due anni fa, ricordo, c’eri anche tu, e sono rimasto folgorato. Ancora di più con l’album che è davvero un capolavoro. È un peccato che siano un po’ sottovalutati.

Secondo me per le dimensioni della label e il nome che hanno loro, l’album è andato anche molto bene. Forse è colpa mia, tendo sempre a frenare la label e non la lascio mai diventare troppo hype, perché sono solo io e rischio di non riuscire più a gestirla. Loro sono contenti comunque del risultato, credo. Ci sono artisti che poi vanno su altre label e io li incoraggio, sono molto contento quando riescono, come Madteo o Container. Morphine rimane una creazione personale.

Infatti l’ingiustizia non è tanto per questioni di hype, solo che quel disco è davvero roba grossa, secondo me col tempo influenzerà tanta gente.

C’è tanto materiale che non viene notato, a cui serve tempo. È molto gratificante per chi compra il disco e si sente un po’ pioniere…

Confermo (ridiamo).

…e a me piace dare questa sensazione alla gente perché piace anche a me. Credo di fare qualcosa in quel senso là, nel mio piccolo.

ED ECCO QUA LO STREAMING:

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