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PREMIERONA: Shak - Slow wonders

Un giovane musicista olandese da tenere d'occhio, il cui lavoro esce per Bad Panda Records.
22.11.13

Shak è il nuovo pupillo dell'etichetta che è da un po' la mia pupilla: Bad Panda Records. Per chi non lo sapesse, gli amici di Bad Panda buttano fuori materiale in free download e molto interessante ogni settimana, sono i William Wallace del Creative Commons, ed è per questo che sono entrati così facilmente nelle mie grazie e vi sono rimasti, sin dai lontani tempi in cui chiesi loro un mixtape per VICE.

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Questo musicista diciannovenne olandese di nome Shak è il motivo per cui è successa una quadrangolazione astrale tra la qui presente redazione italiana, Noisey Netherlands che salutiamo (maledetti voi che avete un sacco di verde in più di noi qui a Milano, con il nostro fumaccio grigio) e la Bad Panda (che detta così sembra una Fiat che fa le bizze).

[Dichiarazione semi-parentale: trovo il lavoro di Shak molto interessante e sono davvero felice che un giovane di così pochi anni sia già dedito a una buona causa musicale. Sull'onda del maternalismo mi sembra d'uopo richiamare alla memoria anche l'altro talento della categoria Under Uomo che Bad Panda ha recentemente prodotto: il mio adorato Yakamoto Kotzuga (che ha suonato ieri sera a Milano e ha spaccato i culi sul serio, non lo dico perché sono sua zia).]

Ma torniamo a Shak e al suo EP Slow Wonders, che abbiamo l'onore di presentarvi, e lasciamo anzi a lui stesso la parola prima di ascoltare il suo lavoro:

Ho iniziato Slow Wonders a giugno, nel giorno in cui è iniziata l’estate. Non ero esattamente consapevole del tipo di direzione in cui volevo portarlo, sapevo solo che volevo che suonasse più progressivo, in paragone ai miei lavori precedenti. Ho usato il progetto come luogo in cui potessi fuggire e perdermi nei sogni. Immagino fosse questo il suono che volevo creare, un lavoro artistico che la gente potesse utilizzare come una sorta di via di fuga.

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Ogni canzone sostanzialmente è iniziata da una progressione di accordi e da una melodia che avevo in testa. Poi aggiungevo un sacco di tessuti musicali organici e percussioni per renderla unica. Il processo di composizione era anch’esso molto impulsivo. Anche se ho scritto tutte le canzoni al pianoforte, ho poi trasformato il disco in un progetto largamente basato sulle chitarre. Credo che il tema della chitarra, una costante dell’album, gli abbia dato un fascino tutto speciale. Ho creato la maggior parte di Slow Wonders in solitudine, fatta eccezione per un po’ di aiuto durante la fase di registrazione: un mio amico ha suonato un paio di pezzi alla chitarra, mentre un altro ha aggiunto degli effetti pazzeschi con i pedali. Ero talmente abituato a fare canzoni con reverb da quattro soldi che quando ho provato quelli più costosi non potevo credere quanto suonassero bene. Abbiamo registrato “My Dreams Are Gone” e “Lost” con quel reverb.

Per quanto riguarda le collaborazioni di Slow Wonders avevo solo due persone in mente, Jimi Nxir e Rounak Maiti. Non sono un grande fan delle collaborazioni, a meno che non sia con gente che ammiro musicalmente. Ho scoperto i lavori di Rounak su Youtube mentre cercavo dei tutorial per chitarra di Toro Y Moi. L’ho contattato dopo aver sentito la sua canzone “Getaway” e gli ho mandato un po’ di roba su cui lavorare. Mi piaceva molto la sua voce e mi sembrava assurdo che non fosse ancora famoso.

Con Jimi Nxir è stato un po’ diverso. Joshua (di Street Etiquette) mi ha mandato un po’ dei suoi lavori e mi sono innamorato all’istante della sua musica. Avevo davvero bisogno che partecipasse al progetto e alla fine ci ha aiutati con circa quattro canzoni.

Ai miei occhi, ogni canzone del progetto ha la propria storia, ma nelle mia mente si combinano perfettamente. Condividono tutte quell’estetica malinconica. È venuto fuori un progetto molto intimo, interiorizzato. Volevo davvero avere il pieno controllo su tutto, dalla musica alla copertina dell’album, fino all’organizzazione dell’EP. Spero che la gente si prenda un po’ di tempo per ascoltarlo nella sua interezza e, si spera, apprezzarlo quanto l’ho apprezzato io mentre lo creavo.