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Piantatela con le citazioni paracule

Prima Kurt Cobain poi i Sonic Youth, ed è tutta colpa di Gianni Morandi.

Kurt Cobain (anzi, cartcobbein) è già passato da queste parti, è stato molto doloroso averci a che fare, ma ne siamo usciti più o meno vivi per quanto ammaccati. A patto di stare lontani da Cosenza, certo. Quello che non mi sarei aspettato è che, un paio di mesi dopo, mi sarei ritrovato con la fotta di riscrivere quasi daccapo lo stesso articolo, con lo stesso strambo senso di disagio causato da un’uscita che pare studiata a tavolino come risposta a quella trattata in precedenza.

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Kurt Cobain ci ha lasciati, e i Sonic Youth pure, anche se di comunicati ufficiali non se ne sono visti. Non ci ha lasciati invece Vasco Brondi, che anzi è appena tornato in campo con un album nuovo di canzoni nuove con lo stesso stupido nome di sempre. 15 pezzi della solita musica sciatta e abbozzata, del solito cantautorato mezzo-bruciato di cui, per l’appunto, abbiamo già analizzato i demeriti. I testi, come sempre, sembrano scritti col generatore automatico. In particolare, quello che mi ha sempre lasciato assai perplesso di Brondi è la sua ostinazione a volere scrivere canzoni quando non è assolutamente capace di cantare né di inventarsi melodie. Sarebbe palesemente molto più bravo a inventarsi quadretti sonori più astratti, più rumorosi, su cui magari piazzare lo stesso tono vocale amarognolo. Invece no, continua a provarci col cantautorato, per tutti i motivi che già sappiamo. E la gente compra i suoi dischi, va ai suoi concerti e si scrive le citazioni sulla Smemoranda, per tutti i motivi che già sappiamo.

Ancora più dei suoi testi, il livello su cui Brondi è tremendamente prevedibile e quindi oggetto di facilissime parodie sono i titoli dei pezzi. Si compongono quasi sempre di due/tre parole, semanticamente riconducibili a poche aree base: Emilia, disagio, provincia, vaghe impressioni politiche e banalissimi riferimenti pop (alterna-pop, a dire il vero), che poi sono anche i punti cardine di un immaginario che non è solo suo, ma è più o meno condiviso da tutto l’indie italiano (Brunori compreso). Ecco, arrivando al punto: la quinta traccia di questo Costellazioni si intitola… “I Sonic Youth". Giuro che non sto scherzando, controllate dove vi pare.

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Stavolta il tema fondamentale non è il suicidio, e nemmeno un caso di divorzio con figli di mezzo e amante giovane. Peccato, dico io, sarebbe stato geniale, ma di questo magari riparlieremo quando Brondi avrà superato i Quaranta. No, siamo ancora in territorio giovanilistico-postadolescenziale, con il disagio di provincia che sulle prime si manifesta tramite campi da calcio deserti e uno che si deve svegliare all’alba per andare al lavoro (mi ci gioco qualcosa che fa l’operaio alla Berco di Copparo). Musicalmente sembra i Sigur Rós che suonano a un matrimonio ciellino, o uno scarto di Brunori, ma sappiamo già che la musica NON È IMPORTANTE. Brondi invoca catastrofi naturali mentre ricorda vaghi sprazzi di gioventù della sua morosa che in qualche “paesino del Sud” era l’unica persona che ascoltava i Sonic Youth e gli Smiths.

GLI SMITHS! Mio dio… Gli Smiths… che ve lo spiego a fare? Chiuso/a in cameretta, ovviamente, ti ascolti gli Smiths e ti struggi di brutto. Dei Sonic Youth, invece, meglio pescare i dischi più tardi e tranquilli, tipo A Thousand Leaves o, ancora meglio, Murray Street (“gli ultimi dieci secondi di Murray Street” dice Vasco, e complimenti per l'inglese), così ci sentiamo un po’ edgy e rumorosi continuando comunque a struggerci insieme, quieti e nervosi, malinconici, ma sempre ribelli.

Va riconosciuto al povero Brunori che almeno, dal canto suo, aveva scelto dei riferimenti pop talmente banali che mai lo si sarebbe potuto accusare di volerci fregare davvero. Fatto sta che queste citazioni paracule sono da tantissimo tempo parte del deforme corredo genetico della canzone pop italiana. Diciamo che il più delle volte vengono sfruttate per cercare di stabilire un qualche tipo di relazione col mondo musicale angloamericano, senza ovviamente confrontarcisi dal punto di vista musicale. Ovviamente non sto auspicando a una scena italiana completamente suddita dei modelli esteri, che sarebbe incredibilmente provinciale, seppure non quanto questo continuo riferirsi per nome ai musicisti famosi d’Ammerega (o d’Albione). Il terreno fertile su cui questi ammiccamenti germogliano è quasi sempre l’immaginario della gioventù: la musica americana è sogno e fantasticheria adolescenziale, una cosa lontana nel tempo e bloccata nella memoria. La cameretta e la provincia, che dal canto loro sono già la gabbia culturale da cui la musica italiana non sembra voler uscire, hanno ancora più senso quando le abbellisci con un poster dei Nirvana, dei Sonic Youth o degli Smiths, anzi… dei Beatles e dei Rolling Stones!

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“C’era un ragazzo, che come me…” almeno quello là aveva la buona creanza di essere davvero americano, una mitologica chimera acchiappa-femmine, presto trasformatasi in terra da concime e triste memoria stampata nel cuore del ragazzo di provincia che ne racconta la storia. Morandi è dunque il padrino e primo portacolori di questa genuflessione culturale, che secondo me già il Celentano di “Prisencolinensinainciusol” voleva perculare a colpi di inglisc (facendo a sua volta autocritica). Ad ogni modo, con l’avvento dell’indie rock, quello che oggi chiamiamo indie rock, il fenomeno ha iniziato ad assumere delle sfumature in più: citare i gruppi e i cantanti ruock non solo colora di romanticismo le mie memorie adolescenziali, ma evidenzia il fatto che da adolescente ero ALTERNATIVO, quindi ora sono sicuramente una persona profonda. Un atteggiamento sgamabile anche quando si finge distacco ironico.

Gli Offlaga Disco Pax, ad esempio, sono l’ennesimo gruppo che sulle citazioni nostalgiche e l’immaginario provinciale ha costruito un impero, saccheggiando dove necessario i CCCP e i Massimo Volume (ah quanti mostri avete creato, amici miei…), usando badilate di doverosa ironia. Un loro brano in particolare mi ha sempre dato fastidio: “Tono Metallico Standard”, tratto dal loro primo album di oramai dieci anni fa, storia di un alterco tra Collini e un compaesano venditore di dischi più giovane: i due si cofnrontano su Mark Lanegan con Collini che rosica (e lo ammette pure) e fa la solita pippa da “io c’ero prima di te quindi sono più ALTERNATIVO” e cita i Dead Kennedys (che se tirava fuori un nome troppo alternativo non la capiva nessuno). Ascoltandola ho sempre avuto voglia di annodargli il collo a tutti e due, insieme. Per inciso: l’altro pare sia il cantante dei Julie’s Haircut. Dario Parisini è una brava persona.

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Piuttosto di recente, comunque, ho notato una profonda inversione di tono nel mondo delle citazioni paracule, rispetto alla quale Brunori e Brondi sono mortalmente in ritardo. In epoca post-post-moderna, fa infatti più figo citare James Van Der Beek, lo sfigatissimo interprete dello sfigatissimo Dawson dello sfigatissimo Dawson’s Creek. Pura cultura mainstream tardo-Novanta al posto degli eroi grunge di cinque anni prima. Io il video lo metto per amore di verità, ma consiglio caldamente a tutti di NON ascoltare questo pezzo de L’Orso. Specialmente se avete la Malattia di Crohn.

Insomma, il povero Vasco è già stato superato dalla sua stessa progenie. Mi rendo conto solo ora di non aver menzionato altri citazionisti incalliti, che però vengono tutto sommato da una galassia più onesta. Penso ai Bluvertigo, e a come ai tempi fossero un collage totale di robe già viste e già sentite. Se non altro, però, lo faceva in maniera trasparente, puntando più ad una plasticosità simil-Warhol. Pretenziosa, squallida e pallosa quanto vi pare ma comunque lontana dalle camerette e dalla provincia, almeno finché a Morgan non gli è scappato di nominare il LEGO in “L’Assenzio”. Insomma, chissenefrega dei Bluvertigo, mi dà più sul cazzo semmai un testo come “Cuccurucucu”, che invece di nostalgismo adolescenziale ne contiene a pacchi (poi arrivano i profughi afgani, ma vabbè). Battiato, tra l’altro, è recidivo: sono anni che mi chiedo cosa cazzo c’entrino i Velvet Underground nel ritornello di “Shock In My Town” e anni che mi rispondo che servivano solo a fare rima. Almeno in quella canzone Franco non se la mena che al Sud li ascoltava solo lui, anche se probabilmente era così.

Fatto sta che, dai suoi tempi, in termini di emancipazione pop-culturale abbiamo fatto ben pochi progressi. In anni in cui il rapporto tra industria musicale e colonialismo è una questione sempre più sfaccettata e interessante, gran parte dei Paesi dell’Europa sud-occidentale si scoprono più che mai sudditi e provinciali, e l’Italia più degli altri. Il fatto è che l’Italia ha sempre davvero trovato la sua dimensione ideale nell’essere provincia, politicamente, economicamente e culturalmente: da una parte tenendoci troppissimo ad affermare la propria identità nazionale (e i confini statali), dall’altra definendola solo come macchietta del “vero” occidente. Per questo abbiamo trasformato la provincialità in un vero e proprio linguaggio, attivo in musica quanto nel cinema e nella letteratura. Per questo il massimo del godimento ce l’abbiamo nel menarcela di essere stati i primi ad ascoltare i Sonic Youth nel nostro paesino.

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