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Per il potere di Beesus

I quattro heavy rocker romani ci hanno regalato una compilation, raccontato il tour in Panda e rivelato di essere zombie.
Giacomo Stefanini
Milan, IT

Foto di Giuseppe Guglielmino, via fb.

Per la gioia dei rivenditori di amplificatori a valvole, lo stoner rock (anche se forse rock pesante è preferibile come denominazione) è un genere che in Italia ha un pubblico nutrito e affezionato. Ha vissuto momenti di maggiore popolarità, senza dubbio, ma pilastri italiani delle chitarre di ghisa come Stoner Kebab, Black Rainbows e Ufomammut continuano a far dire alla gente "in Italia sanno bene come caricare il bong". A fine 2015 si sono aggiunti a questa squadra i romani Beesus, sfornando un album intitolato The Rise of Beesus che è una bomba atomica di heavy rock schizofrenico che più che "stonarti" ti prende a sberloni finché non ti decidi a lanciarti nel pogo.

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Quest'anno, al Roadburn festival curato da Lee Dorrian di Rise Above records, hanno suonato da headliner i GISM, gruppo punk hardcore giapponese, per cui dev'essere proprio vero che il genere è pronto ad aprirsi a influenze che non rientrino nella solita triade dorata Black Sabbath / Melvins / Electric Wizard. Per questo la mia prima curiosità per i Beesus è stata quella di farmi fare una compilation, una sorta di cassetta da ascoltare in macchina, per capire di quale musica si nutrono e che cosa è finito dentro a The Rise Of Beesus. Qui sotto la condivido con voi, insieme al resto della chiacchierata telefonica che ho avuto il 20 aprile scorso con la band al completo (meno il bassista Mutt).

Noisey: Ciao ragazzi, state festeggiando il 4/20?
Beesus: Perché, che cos’è?

Ma come, la giornata mondiale della marijuana!
Ah, meno male che ce l’hai ricordato! Ora ci organizziamo…

Salvati in corner! Partiamo dalle basi. So che avete iniziato nel 2010, ma avete smesso di suonare per tre o quattro anni dopo il primo demo. Come mai?
Diciamo che siamo partiti con un gran fomento ma poi ci sono stati altri progetti che avevano aspettative più alte e hanno preso la priorità… ma sapevamo che saremmo tornati a suonare assieme perché siamo amici da sempre.

Ho visto che siete spesso in tour. Avete già girato tutta l’Europa e siete anche appena tornati da un tour di qualche giorno in Panda (???).
Sì, a gennaio siamo stati in Germania, Francia, Spagna, Belgio, Svizzera, Austria, per un mese consecutivo. Ultimamente invece abbiamo fatto questo viaggio della speranza di tre giorni con il pandino fino a Copenhagen, Berlino e Amburgo.

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Qual è il motivo della scelta di gestire le vostre date autonomamente?
È più una questione di necessità. Non abbiamo mai avuto proposte serie e allo stesso tempo abbiamo una gran voglia di fare, quindi la soluzione è semplice: organizziamo quello che possiamo con i nostri mezzi. Ci troviamo bene a gestire le cose in modo DIY, ma non è che non siamo aperti a collaborazioni. Se qualcuno vuole portarci a fare un tour non diciamo certo di no!

Però vuoi mettere il divertimento di andare in giro in Panda?
Sì, a parte che quando esci dalla Panda dopo tante ore di guida sembri uno StarTac e ti tocca fare il soundcheck piegato a novanta gradi. Non pensavamo che ci saremmo arrivati in fondo!

Il vostro album mi ha sorpreso. Per essere un disco stoner rock si sente una grande varietà di influenze, non è un banale esercizio di riff lenti e pesanti strasentiti.
In effetti il problema è che chi legge stoner rock nel 2016 si immagina due cose: o i Fu Manchu o il classico revival anni Settanta con chitarra alla Jimi Hendrix. Noi non c’entriamo nulla, forse anche per limiti tecnici! [risate] Lo stile anni Settanta è davvero inflazionato oggi, il mercato, se vogliamo chiamarlo così, è proprio pieno di band ridondanti. Però è anche vero che ascoltiamo molto stoner, però non ci siamo mai posti limiti di genere quando ci troviamo a suonare. Non ci sentiamo una band strettamente stoner, non ce ne frega niente.

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Infatti si sente grande libertà nei vostri pezzi. Non riesco proprio a immaginarmi come potrebbe essere il vostro prossimo album.
Neanche noi! Anche se ci stiamo lavorando. The Rise Of Beesus contiene canzoni anche molto vecchie, risalenti al primo periodo, cinque anni fa, che poi abbiamo riarrangiato dopo aver ricominciato a suonare. Sicuramente è molto spontaneo, ma è anche molto acerbo, soprattutto rispetto alle cose che stiamo cominciando a fare adesso. Crediamo che il prossimo disco sarà più ricercato e più pazzo. Con The Rise Of Beesus abbiamo voluto fare un monumento al peso, ci interessava pestare più duro possibile.

Visto che stiamo parlando di influenze, commentiamo un po’ la playlist che mi avete mandato.
Abbiamo deciso di scegliere due brani a testa e poi uno tutti insieme, che ci rappresentino sia come ascolti che come influenze stilistiche. Facciamo che ognuno parla dei suoi?

Pootchie (chitarra e voce): Il primo pezzo che ho scelto è “Artillerie Lourde" di Django Reinhardt, un chitarrista jazz degli anni Trenta. È uno dei suoi pezzi più “cattivi”, se vogliamo. L’altro è “War Pigs” dei Black Sabbath. Il motivo della scelta è che a entrambi i chitarristi mancavano alcune falangi alle dita della mano sinistra e me piacciono i chitarristi monchi. [ride] Hanno veramente innovato lo stile, Django Reinhardt con la sua disabilità ha dettato legge sulla chitarra moderna. Questa cosa mi fa impazzire, cerco di imitare il loro stile ma comincio a pensare che tutte queste dita che ho mi siano d’impiccio. E poi mi piace perché questo fatto testimonia la durezza delle vite di questi due chitarristi, Tony Iommi rimasto mutilato in un incidente di fabbrica; Django Reinhardt che invece ha perso le dita in un incendio della sua roulotte quando viveva da nomade. È tutto molto triste e affascinante.

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Mudd (batteria e voce): I miei pezzi invece sono un po’ diversi. Ho messo i Lightning Bolt, “2Morro Morro Land”, perché rappresentano tutta la scena di Rhode Island, e mi piaceva l’idea di rappresentare questa unione; i gruppi non sono più soltanto gruppi, ma espressione di un movimento. Tornando al discorso del DIY, la cosa bella del fare tutto da soli è che non si è mai proprio da soli: si crea un giro di amicizie e di gruppi affini, non mi azzardo a chiamarla scena, è una parola che appena la pronunci si sgretola sempre tutto, però creare una rete tra varie band. Visto che ai Lightning Bolt è riuscito veramente molto bene, li ho messi nella playlist per rappresentare questa cosa. Anche il pezzo che abbiamo scelto tutti insieme è di un side-project del bassista dei LB, Megasus. E poi ho incluso i Jesus Lizard perché sono uno dei gruppi cardine tra le nostre influenze, e hanno uno stile batteristico piuttosto affine al mio. Poi vabbè, li adoriamo tutti, infatti ognuno voleva mettere un loro pezzo!

Touis (voce): Io ho cercato di includere i cantanti che mi hanno ispirato di più. Uno è sicuramente Layne Staley degli Alice in Chains, anche se io, visto che non mi andava di giocarmi gli sputtanatissimi Alice in Chains, ho scelto un brano dei Mad Season, il suo side project… [voce fuori campo: “…eroinomane.”] sì, eroinomane, insomma, più introspettivo e personale. E poi ho scelto un pezzo di questo gruppo che per me era totalmente sconosciuto fino a qualche mese fa, i Leaf Hound, “Drowned in Fear”. Anche loro hanno fatto un album solo, nel 1971, intitolato Growers of Mushrooms, il che spiega già tutto: l’album è un vero trip. Anche in questo caso, è un modo di cantare che mi influenza, ma questo non significa che io cerchi di imitarlo… anche perché è uno stile che oggi è irripetibile. Erano una di quelle band che sono state dimenticate e ripescate soltanto oggi, un po’ come Sixto Rodriguez. Pensa a quante figate c’erano negli anni Settanta se questa era la roba che passava inosservata…

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Pootchie: il bassista non c’è, comunque a lui, come a noi, piace la roba abbastanza martellante, lo-fi e punk, per cui ha scelto Pissed Jeans e Soupcans. Alla fine, come dicevamo, se ci vieni a vedere dal vivo non sentirai solo lentezza e pesantezza, infatti tra le varie definizioni che ci vengono affibbiate preferiamo quella di heavy rock, più che stoner. Anche se noi come persone siamo decisamente degli "stoner"…

Foto via fb.

E invece quali sono le vostre influenze extra-musicali? Droga, alieni, arte, film dell’orrore. Che cosa vi stimola a scrivere i pezzi?
I nostri pezzi vengono in modo abbastanza genuino dalla nostra fantasia. Nel senso che ci siamo inventati un po’ per scherzo la figura di Beesus, che sarebbe un mostro nato dalle viscere della Terra che distruggeva tutto quello che l’umanità aveva creato. Poi io sono andato a scavare nella mia fantasia e ho cercato di dargli un senso un po’ più compiuto, collegando questo mostro all’essenza stessa della volontà umana, che crea e distrugge. L’album racconta l’ascesa di questo fantomatico essere, il momento in cui emerge dal sottosuolo e si muove per il mondo… Per quanto riguarda le ispirazioni prese dalle altre arti, abbiamo tutti una certa fascinazione per ciò che è macabro, estremo e sotterraneo. Però ognuno ha gusti fondamentalmente diversi. Poi un’altra delle nostre influenze è il vero e proprio disagio che ci circonda, ti basta passare un sabato sera al Pigneto per renderti conto che Roma è un posto con situazioni abbastanza estreme… Facciamo musica-vérité!

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Volevo interpellarvi sulla questione della morte del rock: ultimamente si legge sempre più in giro che la musica con le chitarre è ormai finalmente passé…
E certo, è morto Lemmy! E Iggy Pop ha registrato un disco con Josh Homme, è morto sì!

Ahahah! Senza dubbio. Ma quello che vorrei sapere è se a voi sembra di fare una cosa ancorata al passato o vi sentite vivi e vitali con le vostre chitarre al collo.
Mudd: Per me non è che il rock sia morto, ha solo smesso di essere mainstream. Perché comunque se vai in giro per locali, le band che suonano rock sono molte di più di quelle di altri generi.

Pootchie: Secondo me negli anni a venire al rock succederà quello che è successo al jazz, diventerà un genere a sé. Già ultimamente si vede che ci sono molti più musicisti e molto meno pubblico. Però una cosa è certa: se il rock’n’roll è morto, noi siamo già zombie.

Touis: Non è che il rock sia morto, è che si è cristallizzato su certi standard, anche lo stoner una volta non era nemmeno un genere. Anch’io preferisco i gruppi che cercano di evolvere, invece di contare su schemi predefiniti.

Pootchie: Vorrei anche aggiungere che un grande problema della musica rock è che si cerca di spingerla come una questione culturale, quando in realtà un concerto prima di tutto dev’essere una festa. Cioè, se dovemo ubbriaca’! Ma che stamo a dì! La curtura, i critici… la gente deve scopa’ sotto ar palco! Devono esse’ tutti ubbriachi, er panico, capito? Conta che io per lavoro mi occupo di concerti, nel senso che gestisco la sala del Sinister Noise. E secondo me questo è un grande problema: si spinge il concerto come se fosse una mostra d’arte, non una festa. E invece dev’essere una festa.

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Quindi immagino che i vostri concerti siano piuttosto divertenti…
Sì, non è che diciamo “veniteci a sentire che abbiamo un pezzo nuovo”… la gente vuole far festa, ma che pezzo nuovo. Anzi, da questo punto di vista cerchiamo anche di tenere il costo del biglietto il più basso possibile, perché questa è un’altra cosa che ha allontanato la gente dai concerti. Perché nell’underground non c’è gente con tanti soldi da potersi permettere un biglietto costoso, la birra e un CD. Preferiamo che la gente abbia i soldi per birra e CD.

Parliamo di Roma, com’è la situazione lì?
Pootchie: Negli ultimi otto/nove anni la scena romana ha avuto prima una discesa e poi una risalita da due anni a questa parte, a livello di proposta. Come attenzione del pubblico secondo noi deve ancora riprendersi. Ha ancora bisogno di assestamento dopo un grosso cambio generazionale. Quello che mi preoccupa veramente dal punto di vista organizzativo è che non si trovano più gruppi formati da gente davvero giovane, nata dopo il ’93. Nessuno suona più rock o derivati.

L’unica scena veramente attiva è quella che gira attorno al Fanfulla e al Dal Verme, al Pigneto. Lì si trovano concerti pieni di gente anche il lunedì sera. L’unico problema di quel giro è che certa gente lo identifica come l’unica cosa fica che c’è in giro e non si interessa di quello che succede in altri posti o in altre zone di Roma, poi si creano le fazioni tipo The Warriors. Penso che un cervello veramente attivo dovrebbe seguire la musica a 360 gradi. Se non andassi a vedere i concerti in altri posti mi annoierei tantissimo, nella mia vita ci sarebbero soltanto garage, stoner ed heavy psych. Poi è anche bello confrontarsi con gli altri su come si lavora.

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E per mantenervi lavorate tutti nel campo della musica, o vi tocca faticare davvero?
See, e chi lavora? No, l’unico è Pootchie, noi gli diamo una mano ogni tanto e per il resto facciamo lavoretti occasionali per pagare le bollette quando non siamo in tour. Abbiamo fatto una scelta, abbiamo deciso di suonare e crediamo che se non ci impieghiamo il 100 percento del tempo non riusciremo a ottenere i risultati che vogliamo.

Infatti si vede che passate molto tempo in sala prove, anche per il fatto che avete altri gruppi e che andate spesso in tour.
Sì, anche se poco tempo fa siamo stati cacciati dalla nostra ultima sala prove. Però già ieri ne abbiamo inaugurata una nuova costruita con le nostre mani, per cui da adesso ricominceremo a chiuderci sotto terra. Il bassista Mutt suona anche con i Killer Boogie e con i Gram. Mudd suona nei Gram e negli Electric Superfuzz. Pootchie suonava nei Wisdoom, che al momento sono fermi, ma sta tirando su un altro progetto. L’unico rimasto sempre fedele ai Beesus è Touis, il cantante.

Progetti per il futuro?
Diciamo che quest’estate prenderemo parte, non si sa dove e non si sa quando, alla festa fricchettona che prende il nome di Duna Jam. E il primo luglio saremo all’Electric Valley Festival in provincia di Sassari. Ora cominciamo a lavorare al materiale per il prossimo disco, poi vorremmo fare un ultimo giro in Europa e tornare in studio, ma non abbiamo ancora programmi definitivi.

Bene, mi fa piacere vedere che avete molta voglia di suonare.
E certo, altrimenti moriremmo. Vabbè, moriremo comunque, ma almeno torniamo a casa sullo scudo.

Prima di salutarvi ho una curiosità: non ho trovato altre vostre interviste su Internet. È la prima che fate?
Se escludiamo la brevissima intervista con Claudio Sorge uscita su Rumore, sì! Per cui grazie Noisey per il nostro debutto sulla stampa musicale virtuale!

Grazie a voi!

Segui Giacomo su Twitter: @generic_giacomo.

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