Citizen Kanye

È un genio, è un coglione, è Dio... Nulla di tutto questo ha importanza. L'unica certezza è che è completamente matto, ma possiamo imparare da lui.
29.3.16

Per una curiosa coincidenza di eventi, proprio in questi giorni i Primal Scream hanno fatto un album intitolato Chaosmosis: il termine l’hanno preso da un libro di Franco Bifo Berardi, che a sua volta lo aveva ereditato da Felix Guattari. Il libro di Bifo si intitola Heroes, e fondamentalmente si interroga sul perché questa epoca stia producendo una serie continua di suicidi, ma anche di omicdi di di massa dallo spirito narcisista fuori controllo 3.0. “Caosmosi” sarebbe per Bifo il modo in cui incameriamo le informazioni oggi, assorbendole in una maniera multidirezionale, confusa e contraddittoria. Questo genera panico e sgomento, e alimenta le psicopatologie di cui sopra. Ma in questo articolo non si parla di omici di massa. No, vogliamo riflettere su un tipo completamente diverso di psicopatico: Kanye West.

Non stiamo però cercando di psicanalizzarlo, o almeno non ci interessa farlo secondo un metodo “classico”. La maggior parte delle analisi su Kanye che si leggono in giro, infatti, sembra insistere su uno stesso dubbio amletico: ci si chiede se sia più giusto catalogare l’artista sotto l’etichetta di genio o sotto quella di coglione venditore di fumo&merda. Come tutte le dicotomie, questo genere di riflessioni non serve veramente a niente. Il concetto stesso di “genio” è assolutamente inutile per quanto è irrilevante: è solo un’etichetta che qualcuno sente di dover affibbiare agli altri per poterli totemizzare e difendere dagli attacchi delle tribù nemiche, ovvero, oggigiorno, per litigare su Facebook con altri scemi.

Lo stesso vale per il “coglione” anche se si tratta tutto sommato di una categoria molto più sincera e verace. Fino a un certo punto, però: che ci vuole a liquidare qualcosa o qualcuno con sciatteria al primo segno di stranezza o atteggiamento sopra le righe? In particolar modo, è facile essere irritati da qualcuno che si pone con un atteggiamento decisamente sfacciato, arrogante, per non dire assurdo. È piuttosto normale che i modi del personaggio in questione facciano a un certo punto da schermo per quello che lui o lei ha effettivamente da dire, generando una scusa per la sufficienza tramite le sue presunte motivazioni. È quell’atteggiamento che ci portò, per dire, a perdonare Richard Pryor per essersi presentato in TV strafatto di PCP o Madonna per essere andata da Letterman col solo intento di scassargli il cazzo. Perché loro erano dei geni, o semplicemente erano persone di cui apprezziamo il lavoro.

Questo ha portato anche qualcuno a elaborare teoremi su come quelli che normalmente archivieremmo come imbecilli megalomani in realtà siano degli incompresi scientificamente rintracciabili: gente il cui lavoro non siamo ancora in grado di capire. Sarò cinico ma mi pare una stronzata. Dai, siamo chiaramente di fronte a categorie arbitrarie che non hanno alcun valore se non per chi le appiccica su questo o quel personaggio. Come sempre, più che cercare di capire se il soggetto che ci incuriosisce (in questo caso Kanye) sia colpevole o meno di un qualche relativissimo crimine, è interessante provare a ricostruire il genoma dei suoi atteggiamenti. Perché una cosa su tutte è davvero innegabile, al netto dei giudizi che qualcuno vi potrebbe accompagnare: Kanye è matto. Col botto.

Ripeto e sottolineo: “al netto dei giudizi che qualcuno vi potrebbe accompagnare”. Voglio infatti dire che nel definirlo tale non intendo minimamente fare dell’ablismo: non ritengo che Kanye West o il suo lavoro debbano essere sminuiti a causa della sua problematicità psichica. Anzi, se possibile credo che questo lo renda un individuo più interessante e onesto di tanti altri. Lo definisco psicotico perché sfoggia in tutte le occasioni un comportamento incoerente, apertamente contraddittorio e fortemente autocentrato. Yeezy è narcisista, dimostra spesso sintomi paranoidi e una volontà di affermarsi che va anche a discapito della sua stessa credibilità (e quindi, paradossalmente, della sua stessa possibilità di affermarsi… Capito come?). È incredibilmente aggressivo nel modo di porsi, e pronto a manipolare fatti e narrazioni a suo favore, ma spesso anche a suo sfavore, secondo una logica inaccessibile ai più e che ci lascia regolarmente basiti.

Ad ogni modo, per quanto si possano affermare questi punti che sono un po’ alla portata di tutti, di davvero importante c’è il fatto che che la psicopatologia di Kanye sia paradossalmente quella che lo rende funzionale. Qui sta la differenza con i tanti “geni” sregolati a cui ci siamo abituati nel tempo: essere fuori di testa non è un limite al suo successo, non è un eccesso ingestibile della sua personalità vulcanica, ma una delle caratteristiche che lo rendono un uomo di successo. In questo senso, Kanye fa un po’ da cartina al tornasole per una delle più forti contraddizioni del contemporaneo. Ho scritto tante volte di come la società digitalizzata ci costringa produrre e vendere un “io”, e allo stesso tempo ci mostri quanto è inutile affermare chi siamo. Mr. West è riuscito dove tanti hanno miseramente fallito: guadagna dollaroni (soldi liquidi o crediti sociali/virtuali, è comunque ricco sfondato) vendendo un sé che non ha una vera struttura, che può essere tutto e il contrario di tutto, che se ne fotte di voi e allo stesso tempo vi implora di amarlo. Tenete a mente soprattutto questo ultimo punto, tornerà utile più avanti.

Prima è importante infatti affermare una cosa: a differenza di tanti altri, Kanye non ha smattato con la fama né, se preferite, è stata la fama a fare strada alle sue psicosi latenti. A frenargli la bocca, prima di un certo periodo, era forse solo un sano e furbissimo istinto di sopravvivenza, che comunque all’occorrenza poteva pure sparire. Ci sono un sacco di aneddoti che confermano questa teoria, il mio preferito è quello riportato qualche tempo fa da David Chapelle a Jimmy Fallon, che racconta di un Kanye ancora molto poco famoso che risponde al telefono dicendo “Sono occupato a guardare gli outtakes di Chapelle… Perché ho una vita da paura e faccio roba da paura!!!”. Anche volendo non potremmo dargli torto: chi può azzardarsi a dire a qualcun altro che la sua vita non è da paura?

Se possibile, un'affermazione del genere dimostra infatti che la realtà di Kanye West appartiene solo e soprattutto a Kanye West, che è un mondo virtuale le cui regole del gioco sono note solo a lui, anche se forse non è stata proprio la sua parte cosciente a stabilirle. Quello sarebbe perfino troppo facile, e io non voglio assolutamente rischiare di dare l’idea che la sua natura interiore non sia in conflitto. Come per tutti, la psiche di Kanye emerge dal contrasto tra strati diversi. Neuroscienziati come Thomas Metzinger spiegano che il sé non è un oggetto ma un processo infinito, e quello di Kanye si volge sotto gli occhi di tutti, sia perché è famoso che perché è un (ahimé) “artista”. Questo comporta che parte di quel processo si svolga dentro i suoi lavori: dentro i suoi dischi, dentro le sue canzoni.

La differenza è che, come dicevamo, la sua funziona, la sua psicopatologia occupa un posto molto fertile all’interno del malatissimo capitalismo cognitivo che ci intrappola tutti. Ma questo, di nuovo, non perché è un “genio” ma perché è talmente inetto alla vita “normale” da essere adattissimo alla vita dis-umana del business ipercapitalista. Quelli che lo considerano un “genio”, se stesso compreso, non fanno altro che lodarne la creatività e le doti di “innovatore”. Ecco, chiunque conosca un po’ di musica sa che questa è una cazzata madornale. Di innovativo nei dischi di Kanye West non c’è assolutamente niente, c’è semmai parecchio di lungimirante: più simile a un curatore e a uno stilista che a un songwriter, Yeezy è abilissimo a portare a galla tendenze dell’underground che possono funzionare, e a organizzare le doti altrui in una think tank di successo. In questo non ci sarebbe niente di male: da Andy Warhol a Micheal Jackson a Beyoncé, la storia della cultura pop è zeppa di figure simili. Però, di nuovo: non è per questo che Kanye è il fenomeno che è. La differenza tra lui e un Prince o un Bowie "qualsiasi", è che Kanye ha avuto il fegato di andare da Jimmy Kimmel a dire al pubblico “Io sono UN GENIO CREATIVO. Non c’è altro modo di dirlo.”

Quell'affermazione faceva parte di una stranissima autodifesa dai legittimi sfottò del comico. Il resto di quella conversazione, almeno dal lato di West, non si può davvero definire altrimenti che delirante. Il rapper afferma di volere aiutare il prossimo, ma tale servizio consiste perlopiù nello spiegare agli altri cosa è cool e come renderlo acquistabile. Seguono poi vari imbruttimenti machisti indirizzati al povero Kimmel, che non deve dimenticare neanche per un momento che Kanye è di Chicago, e quindi è anche un cattivone della strada (no, non lo è).

Ecco, evitiamo però di cadere nell’ennesima trappola e di giudicare troppo in fretta: West sa benissimo di essere uno stronzo e di poter risultare insopportabile. La sua stessa megalomania non gli è per niente un mistero. Se sull’evidente antipatia ha basato tematicamente gran parte di My Beautiful Dark Twisted Fantasy, il successivo Yeezus gioca a dimostrare che la portata del suo stesso ego non gli è per niente sconosciuta. Nessuna delle due condizioni gli dispiace: riflettere su se stessi è per i deboli, meglio che sia il mondo esterno a riflettere se stessi. Mattate come quella combinata a Taylor Swift non gli pesano sulla coscienza, anzi, quando può ci torna su e calca la mano dopo averla illusa che si potesse fare pace. In realtà lui vuole che lei lo perdoni, ma vuole anche che lo odi a morte. Sembra illogico, ma dovete sempre tenere a mente che le regole del suo linguaggio schizoide non sono le stesse a cui è abituata la massa. La contraddizione gli appartiene e lo rende ricco di significati. In quel caso avrebbe pure avuto qualche ragione a denunciare il boicottaggio degli artisti neri, ma ha trovato comunque il modo per renderla tutto un discorso su di sé.

È proprio lì che si vede la “follia”. Matteo Pasquinelli, curatore della raccolta di saggi Gli Algoritmi Del Capitale riprende un neurologo di nome Kurt Goldstein, e spiega che il disagio mentale interviene in maniera del tutto simile alle malattie fisiche. Ci ammaliamo quando il nostro corpo non è in grado di riequilibrare le sue funzioni dopo avere subito qualche scossone, e usciamo di testa quando il nostro cervello non è in grado di produrre un sistema che soppesi traumi e confusione. Ma dicevamo prima che la condizione contemporanea ci mantiene tutti un po’ squilibrati: questo perché ci troviamo costantemente nella necessità di dover essere creativi per sopravvivere, in un mondo in cui, (spiega sempre Pasquinelli) il capitale astratto ha però privato tutti della possibilità di esserlo davvero, di creare in maniera libera.

Nella stessa raccolta Psychopathology Of Cognitive Capitalism, invece, lo studioso Jonathan Beller racconta di un altro mitico folle di successo: Charles Foster Kane, l’iconico protagonista di Citizen Kane / Quarto Potere di Orson Welles (se non l’avete visto siete delle bestiacce). Beller racconta di come la ricchezza di Kane—ricchissimo e potentissimo magnate dell’informazione—lo abbia praticamente intrappolato in un mondo virtuale, in cui l’amore e la stima possono essere comprati, un mondo in cui procedere come un treno, travolgendo gli errori del passato. La tragedia e la fine di Kane saranno proprio qua, e lo vediamo morire solo e privo d’amore. Kanye lo ha superato perché dell’amore non gliene fotte un cazzo.

In un sistema del genere, quelli come Kanye riescono contemporaneamente a fottere e farsi fottere dal sistema. In comune con Kane ha questa inconscia convinzione che il mondo sia il suo (video)gioco. Nel profondo della loro psiche, entrambi sanno che il capitalismo produce narrazioni talmente irreali che tanto vale comportarsi come se fosse il mondo intero a non essere reale. Entrambi hanno trovato il modo di fingere di creare liberamente, stando in realtà saldissimi sui binari del sistema, e in comune hanno anche l’immagine perfettamente contraddittoria. In una delle scene madri del film, infatti, il socio di Kane gli rinfaccia di avere sempre trattato il mondo e le persone come se le possedesse, di avere detto di essere tutto e il contrario di tutto, ma di non essere mai stato davvero niente. In un'altra, una delle sue mogli gli rimprovera di avere sempre voluto comprare il suo amore ma di non averle mai dato niente. Kanye è uguale. Entrambi si pongono come uomini del popolo, ma nessuno dei due il popolo l'ha mai visto.

Una cosa su cui il signor K non si è mai deciso, infatti, è se vuole sedersi alla tavola dei potenti o vuole rovesciarla. In più occasioni ha tuonato contro le multinazionali: “New Slaves” racconta di come gli afroamericani siano passati dall’essere schiavi nei campi a schiavi di un consumismo studiato ad hoc per tenerli buoni; nel suo incomprensibile discorso agli MTV Awards del 2015 ha urlato esagitato che nel futuro non ipnotizzeremo i nostri figli con i brand. Nello stesso momento, però, stava preparando la sua ennesima collezione in collaborazione con Adidas, e indossava abiti di vari designer di lusso. Ha più volte sputato sopra le corporation per poi implorare pubblicamente Mark Zuckerberg di investire sulle sue idee e coprire i suoi cinquantatré milioni di dollari di debiti (che poi manco si è capito se ce li ha davvero sti debiti… boh).

E poi ancora: afferma che il suo è il lavoro di un genio e non potete capirlo, eppure torna continuamente sui suoi passi per giustificarsi e crearsi degli alibi. Vuole apparire sia buono che stronzo, uno per cui la morale si applica ma anche no, a seconda di come si è svegliato quel giorno. La questione razziale ha sicuramente giocato un ruolo nel forgiare la sua volontà di affermarsi, ma è anche cosciente di quanto questa stessa volontà sia sfruttabile dal sistema: l’industria americana si è arricchita sull’hip-hop e la cultura nera senza però mai davvero preoccuparsi delle condizioni dei neri. Kanye questo lo sa, e in qualche modo la cosa lo fa incazzare, ma anziché sabotare la macchina sceglie di alimentarla ancora. Grazie a lui la macchina ha anzi imparato come succhiare e sfruttare meglio e da settori ancora inesplorati. Avremo forse uno Steve Jobs nero o un Ralph Lauren nero, ma ci sarà ancora qualcuno che muore ai margini dell’impero.

Ma le persone, si diceva, per Kanye sono solo giocattoli: anche il rapporto pubblico con sua moglie Kim Kardashian appare proprio assurdo: la sfoggia come se amare una figura controversa (quasi quanto la sua) sia una sfida all’establishment. In ogni occasione pubblica i due si preoccupano più di mettersi in posa che di guardarsi negli occhi, lo sguardo dell’establishment è più importante di quello dell’amata. Lo stesso corpo di lei viene in qualche modo sfruttato da lui, tant’è che nel video di “Bound 2” la sua nudità le viene rubata e riutilizzata come elemento estetico. In quel contesto non crea nessuno scandalo, mentre quando sceglie liberamente di mostrare il suo corpo nudo su Instagram tutti a darle della troia. Questo non succederebbe se in cima alle catene alimentari non ci fossero personaggi come Kanye West.

Avrete notato che qui di musica si è parlato poco o niente. Questo perché la musica è la cosa meno interessante e meno importante del lavoro di Kanye. Io personalmente ho sempre trovato i suoi dischi fastidiosamente brutti, sciacquati dell’energia autentica dell’hip-hop. Nel caso di Yeezus, si tratta di un lavoro talmente incasinato da farmi scoppiare a ridere in più occasioni. Mi ha però sempre affascinato il modo in cui è riuscito a far passare una roba così grottescamente pretenziosa per un disco rilevante. La sua non è musica del futuro ma del presente, la sua schizofrenia è un riflesso della schizofrenia del consumo, specialmente del consumo "artistico", che messo davanti a un'affermazione evita di farsi davvero delle domande, nonostante non si stia davvero affermando nulla.

L’ultimo in ordine di tempo è ovviamente The Life Of Pablo. Non ha per niente importanza che musicalmente si una palla inascoltabile e l’artwork un ripoff malriuscito di Dean Blunt. Del disco in sé non ce ne frega niente e non ce ne deve fregare niente. È Kanye stesso a dimostrarci quanto il contenuto musicale sia volatile e fluido, fino quasi all’irrilevanza. La sua tracotanza mediatica ha già smarginato dall’oggetto-album. È quindi più interessante che lo abbia presentato al mondo in maniera così disordinata, attraverso una specie di tragedia in diretta, un “fallimento” incasinato. Quando è uscito, infatti, non era manco finito, e infatti poi non è uscito. Anzi è uscito solo su Tidal. Però intanto lo avevano già scaricato tutti. Però poi “Wolves” è cambiata tre volte (o forse di più, ho perso il conto). Però dovevano esserci Vic Mensa, Sia e Björk. Però poi non c’erano.

Un gran macello, insomma. I fan sono sempre più confusi, e non sanno più se amarlo o odiarlo, ma il vero lavoro di Kanye come artista sta proprio in quello stesso macello, in quella confusione tra amore, odio e pena. È lì che sussiste il suo impero: non ha visto il futuro della musica e non l’ha nemmeno plasmato, ha solo agito secondo la fisica volubile e revisionista dello spettacolo di oggi. Kanye può essere tutto e il contrario di tutto, è in grado di mettersi a rincorrerti e poi convincerti che sei lì davanti solo perché lo vuole lui.

Potevano star parlando di Kanye, invece parlano del Joker.

La sua perfetta nemesi è Kendrick Lamar: un “grande artista pop” in senso classico, una star più gestibile ed empatica, a cui il trick del disco a sorpresa è riuscito bene. Uno che ancora dice di parlare con gli altri e non da solo. Kendrick ancora prova a raccontare di essere libero e creativo, ma non si rende conto di starlo facendo un po’ più a vantaggio altrui che proprio, come tutti i cantanti famosi. Come tutti i veri rivali, i due signori K a malapena si considerano, fingono di ignorarsi a vicenda. Provare simpatia per uno dei due è una perdita di tempo, però Kanye, nel suo essere talmente costruito da non avere più un volto dietro la maschera, è in qualche modo più onesto. Ha superato persino una figura mitologica come Kane, in una assurda operazione di fiction applicata alla realtà.

Sì, si potrebbe anche pensare che tutto questo non ci riguardi, che sia una roba come le altre cagate massmediatiche che ci attraversano tutti i giorni. E invece le meccaniche del suo delirio sono le stesse con cui ci troviamo costretti a confrontarci ogni giorno. Che qualcuno abbia chiamato Donald Trump “il Kanye bianco” non è PER NIENTE UN CASO. Ma da lui possiamo imparare qualcosa e a tratti persino stimarne il coraggio: a osservarlo possiamo capire come è fatto oggi il potere e imparare come sabotarlo. Possiamo imparare a essere ancora più schizofrenici, ripulendoci dai modi in cui la follia può essere sfruttata e riconvertita in valore, fino a far crollare finalmente tutto il manicomio.

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