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Venditti Protopunk

Forse il disco più intenso e minimale di Antonellone nostro, in cui vengono trattati temi pesanti con crudezza.

Se c’è un cantautore italiano in grado di incarnare le contraddizioni dell’essere umano, quello è Antonello Venditti. Un personaggio che è un’icona popolare, Romano de roma, cresciuto nell’esperienza campale del Folkstudio e quindi uno che cantava in dialetto romanesco molto prima che arrivasse De Andrè a fare il fico con la sua Genova. Certo, Antonello è anche uno che ha ceduto alle lusinghe di una classifica che (bisogna dirlo) tanto gli ha dato a livello economico quanto gli ha tolto a livello di lucidità. Ma mentre gli amici De Andrè e De Gregori gli sabotavano le presentazioni dei dischi contestandolo per la sua deriva “commerciale”, Venditti non ha fatto altro che interpretare i tempi forse meglio di loro, che comunque si compravano ville al mare e terreni in Sardegna senza farsi troppi problemi.

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La sintesi, la velocità: pregi rari che poi diverranno col tempo difetti, arrivando a toccare il grado di uno slogan di Forza Italia (paradossalmente movimento sempre osteggiato da Venditti, militante di sinistra prima e diessino da salotto poi). C’è da dire anche che Antonello si è sempre rivolto alle novità estere, a furia di micro e macro plagi negli anni Ottanta, pescando un po’ dalla new wave ("Sotto la Pioggia"), un po’ dall’elettronica (Cuore), un po’ dal free jazz ("Modena", con un Gato Barbieri da urlo, da Buona Domenica). Insomma, se si va a pescare nel suo repertorio si trovano tantissime gioie: anche la famosissima “Ci Vorrebbe un Amico” è incredibilmente profetica: è l'antesignana di “Dancing in the Dark” di Bruce Springsteen (anziché il contrario come si pensa). Come sia possibile è un mistero, forse un trafugamento di nastri? Ad ogni modo, la novità non ha mai spaventato Antonello, lui anzi l’ha piegata a suo uso e consumo. Vedi la ritmica madchester di "Benvenuti in Paradiso" o la copertina “hypnagocica” di Unica, col suo triangolone che manco i Mater Suspiria Vision. Oggi, appannato da un bel po’ di dischi sottotono, il nostro ritorna con un disco dal vivo dal titolo orrendo : 70 80 Ritorno al Futuro. Come si può intuire, un’operazione nostalgia completamente inutile che però sottolinea come il Venditti degli anni Novanta/Duemila sia da archiviare sotto la voce “boh”. Italian folgorati si arrende dunque al dato di fatto e si concentra sul disco forse più penetrante e massiccio del nostro, la sua opera seconda: ovvero Le Cose della Vita, anno 1973.

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A rigor di logica avremmo potuto prendere in considerazione Ullalà, del 1976. Un disco che purtroppo fu un vero e proprio flop (tanto che non viene mai e poi mai riproposto dal vivo), ma che è impreziosito dalla presenza importantissima di Ivan Graziani, che arrangia i brani e coproduce. Pochi sanno infatti che i due si scambiarono notevoli favori al tempo, tanto che venditti produrrà il grande capolavoro di Ivan, ovvero I LUPI ( a dire il vero quasi nessuno conosce la figura di Venditti come produttore, invece ha fatto grandi cose, ad esempio per Roberto Ciotti). Purtroppo il disco in questione, nonostante la sua particolarità, è davvero massacrato da un missaggio non all’altezza (tanto che Venditti per questo motivo abbandonerà la casa discografica) e da qualche volo pindarico politico di troppo. Le Cose della Vita, invece, è il massimo della sintesi, del malessere e del gesto proto punk: Venditti ha appena firmato per la RCA, ha appena messo il piede nel grosso giro. Un altro avrebbe buttato fuori un disco con arrangiamenti vendibili, accondiscendenti, rischiando il meno possibile—come fece il primo Baglioni. Invece no, il nostro registra il disco in due giorni e due notti, non usando praticamente un cazzo se non un pianoforte e un Eminent. Il risultato è un suono inquietante, quasi da camera iperbarica, una bolla che rinchiude il nostro protagonista mentre scende la neve finta. Questo perché l’Eminent, il primo organo a portata di tutti capace di produrre archi sintetici, è vicinissimo ai suoni dell’Orchestron di kraftwerkiana memoria: c’è molto di Kosmische Musik, ma pure vuoti simili a una cabina pressurizzata di un modulo lunare.

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E le tematiche dei brani non sono assolutamente semplici: il disco parte addirittura con una agghiacciante "Mio Padre ha un Buco in Gola", in cui Venditti su un ossessiva progressione di pianoforte descrive con piglio autobiografico le vessazioni subite in famiglia dal protagonista, salvo poi rivelare lo sterminio dell’intera compagine poiché egli è riuscito a strapparsi di dosso la camicia di forza. Un brano livido di rabbia, con la voce di Venditti a cantare in maniera maniacale e un piano preparato con tanto di percussioni ottenute prendendo a schiaffi lo strumento (più avanti solo Cacciapaglia con The Ann Steel Album riuscirà a fare meglio).

Dopo questa allucinazione passiamo direttamente ad un’altra non meno pesa: la tematica stavolta è quella stile Omicidio a Luci Rosse, almeno per quanto riguarda la parte vouyeristica. Il protagonista osserva dalla finestra “una ragazza al quinto piano del palazzo di fronte che da tre anni fa l’amore con me.” In poche parole costei si masturba sapendo che lui la guarda: “la sua linguetta cerca cerca con gran piacere il suo ditino poi mi guarda in giù." Insomma, roba da maniaci sessuali scoppiati, alienazione e roba veramente lontana dal concetto di “easy listening.” Per renderlo più pop, Venditti usa come ritmica lo scandire ossessivo di un metronomo—ovviamente sono ironico riguardo al pop, si capisce.

Be' ora ci sarà un pezzo magari più leggero no? Col cazzo: Venditti grida “brucia Roma brucia Roma con i romani, brucia Roma brucia Roma co li cristiani […] col Papa dentro”. Siamo lontani dalle lodi sperticate della città eterna contenute in “roma capoccia”. Venditti canta lallazioni come un pazzo, pestando un piano honky tonky: canzone in dialetto, quasi uno stornello in cui si parla di sparare. Insomma, sotterra l’alberto fortis di “a voi romani” a livello di critica spietata, che alla fine quello era milanese e che cazzo ne poteva sapere? Il brucia roma ripetuto a stecca sembra un espediente futurista per evocare le fiamme che salgono, e funziona perfettamente.Ha anche delle similitudini col coevo “l’operaio gerolamo” di Dalla, a dimostrazione che Venditti cammina nel solco della musica italiana che vuole scardinare le convenzioni.

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Dai Antonello, tranquillizzati. E allora ecco finalmente una ballata al pianoforte, la title track, "Le Cose della Vita". Una schietta confessione/dialogo con l’ascoltatore: “continuerò a cantare le cose della vita e se ho sbagliato a vivere per te non è finita.” Un pezzo toccante fra Elton John e—soprattutto—il miglior Cat Stevens (che per doti vocali e fisiche sembra quasi il suo gemello). Venditti si mette a nudo e rivendica la sua poetica accettandone anche il possibile fallimento.

Ed ecco una serie di accordi di solo Eminent, per un altro pezzo in dialetto romano che narra di una vecchia barbona che giunge alla fine della sua vita, "E li ponti so' soli." Un altro brano ispirato e—ovviamente—da presa a male. L’Eminent ovviamente fa la stessa identica cosa, gli stessi identici due accordi per tutta la durata del pezzo, che manco i Suicide in buona salute.

Il pezzo che segue narra di una madre che lavora in fabbrica contrapposta alla figlia che invece vuole studiare ed evitare un futuro da schiava. La madre dopo averla osteggiata pesantemente, come da copione all’epoca del disco, sembra finalmente capire che “libertà è una cosa grande/ è una cosa sola” ripete Venditti fino allo sfumare del giro di piano in una svisata fumosa di eminent, finalmente—anche lui—liberato dalla struttura.

E subito dopo ritorna il piano, stavolta malevolo, a narrare una storia altrettanto malevola: un servo che si scopa la sua padrona, quella "Stupida Signora" la quale però lo usa sessualmente e basta. Il conflitto di classe esplode quindi irrefrenabile con una serie di “guerra guerra sul tuo letto, guerra guerra senza frontiera, guerra sulla tua pelliccia nera”. Sembra una roba à la “contessa” dei decibel mischiato a scenari di un romanzo di Verga, tipo La Roba.

E poi il finale, struggente, perfetto. "Le tue Mani su di Me," oltre ad essere una grandissima canzone d’amore è anche un'analisi nichilista su tutta una serie di storie: l’impegno politico, l’amore, la stessa vita, tutte che si annullano fino alla nausea una con l’altra senza venirne mai a capo. Patty Pravo interpreterà una sua versione su Incontro, capendone il potenziale eversivo e forse imitando Venditti nel modus operandi poco ortodosso (Incontro sarà infatti realizzato in tre giorni e una notte).

Finisce qui questo disco atipico e asciutto, disarmante fin dalla copertina che vede un semplicissimo primo piano di antonello e nient’altro. Con queste premesse difficile pensare a un futuro commerciale, eppure il sequel—ovvero Quando Verrà Natale—avrà un certo successo, pur contenendo brani assurdi quali “Figli del Domani,” un pezzo delirante su scenari postatomici. La strada per Venditti è quindi in salita, o—a seconda dei punti di vista—in discesa: l’equilibrio fa queste due opposizioni rimarrà solo in Le Cose Della Vita, che proprio con il suo coraggio e le sue negazioni, paradossalmente, aprirà la porta alla faccia tosta delle hit parade e alle varie "lampade di grande bellezza" che seguiranno.

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