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La pirateria è sempre esistita

Un elenco di tutte le volte in cui l'industria discografica ha annunciato la sua morte imminente negli ultimi cento anni.

Illustrazione di Dessie Jackson

Brianna LaHara aveva dodici anni quando la Recording Industry Association of America fece causa a lei e alla sua famiglia per danni da musica scaricata illegalmente da Internet. Secondo le carte processuali si trattava di una vera criminale, pirata incallita che aveva scaricato più di mille canzoni da servizi di streaming.

La stampa internazionale ne andò matta. LaHara, una preadolescente proveniente dalle case popolari dell'Upper West Side e studentessa di successo, aveva pensato che i 29,95 dollari pagati da sua madre per scaricare Kazaa rendessero lecito e legale il suo utilizzo. Come se non bastasse, aveva scaricato canzoni pop e filastrocche per bambini, un misto di Christina Aguilera e "Se sei felice tu lo sai". Insieme al settantunenne Durwood Pickle di Richardson, Texas, LaHara era la meno minacciosa e più sorprendente criminale tra i 261 "trasgressori gravi" che la RIAA stava perseguendo.

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Alla fine, il caso venne chiuso fuori dal tribunale, con il pagamento di duemila dollari da parte della famiglia LaHara e una dichiarazione di scuse modello sovietico: "Mi scuso per quello che ho fatto", dichiarò pubblicamente LaHara. "Amo la musica e non voglio fare male agli artisti che amo". La mamma di LaHara, Sylvia Torres, fece marcia indietro rispetto alla sua iniziale indignazione—"Ha dodici anni, per dio", aveva detto all'arrivo della denuncia—e rilasciò una dichiarazione ugualmente poco credibile. La RIAA stava cercando di "mandare un segnale forte", secondo il CEO Mitch Bainwol. Sembrava esserci riuscita.

Era già un po' che l'industria discografica se la stava prendendo con il download peer-to-peer, ma l'ondata di denunce attorno al caso di Brianna LaHara al tempo sembrò una novità. A differenza degli arcinoti processi che avevano mandato in bancarotta Napster nel 1999, qui si trattava di casi singoli contro privati cittadini. Sembrava che la RIAA volesse assumere il ruolo di genitori riluttanti che devono insegnare la disciplina ai propri figli maleducati—"A nessuno piace giocare pesante", disse il presidente Cary Sherman—ma la loro intenzione era di scioccare e intimidire.

I processi continuarono nel corso dei dieci anni successivi e la loro assurdità fu raramente attutita. Nel 2009, uno studente dell'università di Boston fu condannato a pagare 675 mila dollari a quattro etichette discografiche dopo aver confessato di aver condiviso trenta tracce online. Nel 2012, nel primo caso di questo genere mai portato in tribunale, la RIAA vinse 220 mila dollari da una donna del Minnesota accusata di aver scaricato illegalmente 24 canzoni da Kazaa. Sono 9.250 dollari a canzone.

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Ma niente di tutto questo fu particolarmente efficace. I download illegali continuarono a prosperare anche dopo questi processi-spettacolo, e anche dopo l'ascesa dei servizi di streaming legali, il filesharing peer-to-peer rimane ancora costante. L'anno scorso il Los Angeles Times ha riportato che venti milioni di persone negli Stati Uniti si procurano ancora musica tramite reti peer-to-peer, contro 7,7 milioni che hanno pagato per iscriversi a un servizio musicale online. Anche se i servizi di streaming legali diventano sempre più economici e facili da usare—anzi, se si è pigri, manovrare LimeWire è una fatica immane—la pirateria rimane sempre allettante.

Essendo sommersi di editoriali sui "millennial", però, bisogna trovare una linea narrativa chiara e precisa in questa questione. Nel sopracitato articolo dell'LA Times, Ryan Faughnder ha detto la sua: "La cosa problematica è convincere le persone cresciute nell'epoca di Napster, LimeWire e Kazaa a pagare la musica, dicono gli esperti. Molti giovani non riescono a capire cosa ci sia di sbagliato nello scaricare da un sito pirata o nel rippare la musica da YouTube".

Il che può essere vero in parte. Ricordo ancora il bagliore bianco e verde di LimeWire e la libertà che offriva al me tredicenne, era l'unica cosa al mondo più interessante del porno. Pandora, poi, mi aprì la porta su un mondo nuovo, con le sue playlist curate sulla base di un principio dal sapore scientifico. Era sconvolgente e divertente e completamente gratis. Sapevo che era illegale, sapevo che qualcuno era stato denunciato, e continuavo comunque a farlo. Siamo perlopiù una generazione di persone che pensano che la musica sia gratis a meno di circostanze particolari.

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Ma questo discorso ignora un contesto più ampio. Molto prima che ragazzini tecnologici cominciassero a condividere file dalle loro stanze da studenti in California, la pirateria musicale era un'industria florida, che spaventava a morte le etichette major tanto quanto negli anni di Bush. Il bootlegging, la produzione/copia non autorizzata di supporti musicali, fu il figlio minore e illegittimo dell'industria discografica americana.

Il mercato nero prese piede ancora prima che la musica registrata emettesse il primo vagito. La pirateria degli spartiti musicali minacciava l'industria già negli anni Venti, quando costose stampe di arie famose, decorate e protette da copyright, arrivarono oltre la soglia di potere d'acquisto del lavoratore medio. La soluzione da mercato nero fu quella del canzoniere: copie non autorizzate delle stesse canzoni, vendute a un prezzo molto inferiore. Non erano altro che fogli con il testo stampato, senza musica, senza spartito perché il compratore se li cantasse in testa. Quando la borsa crollò nel 1929, New York City e gli interi Stati Uniti ne erano pieni.

Il libro di Barry Kernfeld Pop Song Piracy spiega tutto chiaramente: gli intraprendenti contrabbandieri, l'ira degli autori e dei detentori del copyright, la furia che attirò dall'FBI e dal Congresso. Fu, scrive, "una lotta di mosse e contromosse tra gatti e topi" tra i pirati che distribuivano le loro copie e le autorità che cercavano di bloccarli. Ma i risultati raramente cambiarono. Le denunce venivano fatte, ma "i contraffattori trovavano sempre il modo di aggirare le accuse. O di non essere mai colti sul fatto. Oppure, se venivano effettivamente processati, condannati a pagare una multa o a un periodo di reclusione, uscivano dal mercato, soltanto per essere prontamente sostituiti da qualcun altro". Ancora meglio, alcuni di loro riuscivano a passare per tutte queste traversie e "rimanere comunque in affari".

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Brianna LaHara non era una piratessa; non rubava per guadagnare, rivendendo la musica alla gente per strada. Ma l'idea era la stessa. Aveva rubato, compromesso la santità del copyright, e andava punita, bisognava fare di lei un esempio. E anche se le sue scuse farlocche affermavano che non avrebbe mai più fatto una cosa del genere, il mondo attorno a lei non sembra averne preso nota. La maggior parte della gente continuò a fare quello che aveva sempre fatto.

Non erano solo i veri criminali ad attirare l'ira dell'industria discografica nel Ventesimo secolo, però. La roba migliore si trovava da ventenni californiani malvestiti e bruciati dal sole negli anni Sessanta e Settanta, quando scoppiò il boom del vinile bootleg.

Cominciò con la Trademark of Quality di Ken Douglas e "Dub" Taylor, un'operazione accidentale. Taylor era un nerd del rock'n'roll che lavorava insieme a Douglas alla Saturn Records, aveva messo le mani su una serie di grezzi demo registrati da Bob Dylan in una stanza d'albergo a Minnesota nel 1961, prima della fase elettrica. I due pensarono che sarebbe stato bello pubblicare le tracce e vedere chi ci cascava.

Ci cascò un bel po' di gente. In poche settimane, Douglas e Taylor produssero migliaia di dischi tramite piccole stamperie locali, distribuendoli ai negozianti che non riuscivano a stare dietro alla richiesta. L'operazione sfuggì al loro controllo: Rolling Stone recensì il loro bootleg dei Rolling Stones Live'r Than You'll Ever Be e le stazioni radio di tutto il paese lo trasmisero. Fecero un sacco di soldi, più di quanti fossero in grado di gestire.

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Trademark of Quality divenne un'istituzione. Nei cinque anni seguenti fecero uscire bootleg dei Beatles, di Rod Stewart, Frank Zappa, chiunque fosse abbastanza famoso da avere mercato.

Ma soprattutto fecero tendenza. Nei primi anni Settanta vi fu un boom di gente come Taylor e Douglas, con le loro piccole etichette, che portavano registratori a nastro ai concerti e stampavano il risultato su vinile economico per qualunque pubblico riuscissero a trovare. Etichette come The Amazing Kornyfone Record Label fecero uscire live non ufficiali di Deep Purple, Queen, Pink Floyd e qualunque altro grande artista che passasse per la California del Sud. La Rubber Dubber di Scott Johnson fu per due anni un punto di riferimento, pubblicando Live at the Los Angeles Forum di Jimi Hendrix e conquistandosi un pubblico devoto per il suo lavoro ai margini dell'industria.

E, ancora una volta, l'industria rispose. Nell'estate del '71, la fama di Johnson finì per rovinarlo quando concesse un'intervista a Esquire, vantandosi della propria abilità nell'evitare l'FBI; gli agenti si presentarono alla sua porta e misero sottosopra casa sua, arrestandolo. Si diffusero voci secondo cui Rolling Stone avrebbe smesso di coprire la vitale scena bootleg perché i suoi sponsor—cioè le etichette regolari—minacciavano di levare i finanziamenti alla rivista.

Tutto si fece più serio nell'autunno del '71 quando Ode Records denunciò il proprietario di un piccolo negozio di dischi chiamato Emanuel Aron. L'etichetta era tutt'altro che major—i suoi maggiori artisti erano Cheech & Chong e Spirit—ma non aveva paura del tribunale. Ad Aron furono chiesti 1,5 milioni di dollari di danni per aver venduto un disco bootleg di Carole King nel suo negozio. Secondo un numero di Billboard del tempo, il caso "era contro la concorrenza sleale, l'interferenza con i rapporti contrattuai, l'invasione della privacy e l'uso commerciale non autorizzato di nome e immagine sulla copertina di un album".

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A quel punto, la diga cedette. Warner Bros. e Atlantic fecero causa a una pletora di bootlegger per "concorrenza sleale" sulla vendita di dischi di Jimi Hendrix, Jethro Tull e Neil Young, tra gli altri, richiedendo un milione di dollari di danni. Ma il pezzo di Rolling Stone dell'epoca fa luce sull'arma più potente nelle mani dell'industria: la minaccia di chiudere i rubinetti che finanziavano i negozi e di smettere del tutto di distribuire i dischi.

"Questa nuova tattica da parte delle case discografiche sta avendo un effetto maggiore sulle vendite di bootleg di qualunque altra tattica usata in precedenza", spiega Rolling Stone. Spaventarono a morte i venditori di dischi, cercando di levare ossigeno agli intermediari. Funzionò per qualche tempo.

Eppure, la storia puzzava di esecuzione pubblica. Trascina in tribunale qualche negoziante con accuse assurde e richieste di rimborsi astronomici, e i loro colleghi se ne staranno buoni. Hanno tentato la stessa strategia con LaHara, promettendo per tutta la durata del processo un'amnistia per gli scaricatori non autorizzati e "promettendo di non fare loro causa in cambio di una loro confessione e della promessa di cancellare le canzoni dai computer". Naturalmente, "l'offerta non vale per chi è già sottoposto ad azione legale".

Ma i bootlegger non avevano intenzione di fermarsi, come i ragazzini con i PC dei genitori. Nessuna strategia è mai funzionata davvero; il mercato nero è rimasto florido per anni dopo le cause del '71. C'era domanda di musica, di materiale mai sentito prima. Era una libertà, un desiderio di spingersi al di là del sipario e scoprire cosa c'era dietro.

Il periodo d'oro dei bootlegger—la generazione Vietnam in fissa per i Grateful Dead e piena di disprezzo per l'autorità—finì. Ma negli anni Ottanta arrivarono le cassette e non ci fu più bisogno di stamperie. La pirateria tornò a trionfare, facendo da terreno fertile per il punk DIY, offrendo sempre più possibilità ai fan di ascoltare i propri idoli in setting meno controllati. Il sistema funzionava in maniera molto simile alle reti peer-to-peer: se ti capitava per le mani un nastro, era un obbligo morale copiarlo per qualcun altro. Era una forma primordiale di seeding, chi scaricava doveva anche caricare.

Quando Napster cominciò a terrorizzare la RIAA, la campagna “Home Taping is Killing Music” aveva già fallito. Si erano minacciati individui e si erano messi in guardia i consumatori riguardo alla morte imminente. La storia continuò a ripetersi. Non c'era nulla di nuovo.

Download illegali, cassette, bootleg e canzonieri ebbero tutti un effetto negativo sugli artisti. Anche se South Park insiste che gli effetti della pirateria non riusciranno mai a fermare Britney Spears dal comprarsi un aereo privato più grande, la verità è ben più dolorosa. La gratuità nella musica colpisce la classe media, non la classe alta. Mette in serie difficoltà artisti che normalmente sarebbero solo leggermente in difficoltà. I grandi nomi non avranno problemi, ma alle band che cercano di mettere insieme i soldi per il tour mancheranno i soldi che avrebbero guadagnato vendendo dischi. Non è mai stata la risposta giusta.

Ma ridurre la questione alla pigrizia dei millennial, attribuendo l'imminente morte del mercato all'idea di una generazione di poter ottenere qualcosa in cambio di niente, ignora una storia ben più profonda.

La gente ha sempre rubato. Noi possiamo farlo senza uscire di casa.