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Perché Sarabanda fu il miglior programma televisivo italiano

La totale assenza di senso e un carico incredibile di casi umani la rendono la trasmissione più onesta di sempre.
12 giugno 2015, 8:12am

Da qualche tempo il nostalgico popolo di Internet si è reso conto che il presentatore televisivo più fastidioso della storia, Enrico Papi, e il programma televisivo più inutile della storia, Sarabanda, non erano poi così fastidioso l'uno e inutile l'altro come credevamo. La percezione di questa trasmissione, andata in onda per otto edizioni (quella non condotta da Papi non la conto), dal 1997 al 2004, Sarabanda è stata, per i tardi anni Novanta, il post-Karaoke, un format più complesso, meno popolare, in cui la cultura musicale per la prima volta veniva messa alla prova.

Forse per questo motivo, per il piacere di sentire che la musica non era più uno stratagemma divertente per saggiare il livello di intonazione di una sgrilla a caso in piazza, bensì un oggetto di cultura, tanto più prezioso quanto più se ne possedesse, che infatti permetteva di guadagnare grandi quantità di gettoni d'oro. Per la prima volta la musica acquisiva una dignità televisiva al pari di altri argomenti di cultura generale e, anzi, diventava colonna portante di un quiz a premi che, in epoca non sospetta, diventava già un antesignano dei futuri talent show, dato che i concorrenti che vi prendevano parte erano di per sé macchine da guerra dell'orecchio assoluto (tipo il cyborg Valentina) o personaggi improbabili con un superpotere che non ti saresti aspettato (vedi l'Uomo Gatto). La vera forza di Sarabanda è stato creare un'epopea popolata di eroi della musica, il cui Omero era l'allora molto carico Enrico Papi.

All'incirca un anno fa BonsaiTV pubblicò un avanguardistico articolo intitolato "Tutti i campioni di Sarabanda che ci sono rimasti nel cuore", avviando così un'epoca di reminiscenza e rivalutazione della storica trasmissione e dei suoi paladini. Da allora la memoria collettiva ha subìto un nuovo slancio emotivo nei confronti di Sarabanda, tanto che in pochi mesi di vita la oggi defunta pagina "Diventati ignoranti guardando Sarabanda con Enrico Papi" ha raggiunto quasi centomila fan.

Ma andiamo con ordine: corre l'anno 1997 e Italia1 sente esigenza di rinnovamento. Wikipedia afferma che il refresh dei palinsesti operato da Giorgio Gori prevedeva l'avvio di programmoni come Fuego! con Alessia Marcuzzi e Le Iene con Simona Ventura. All'inizio infatti anche l'intento di Sarabanda era quello di fornire addirittura UN SERVIZIO, di essere un vero e proprio varietà musicale in cui una band di professionisti come la Formula Tre e altre figure di medio-alto profilo contribuissero a parlare di un argomento serio in maniera giocosa. Nonostante il format fosse noiosissimo (praticamente c'erano Papi e l'imitatore Gigi Vigliani che cantavano canzoni su richiesta del pubblico, un po' come guardare gli zii ubriachi dopo il pranzo di Natale) la produzione non si scoraggiò e, anziché far morire il programma, dopo la prima edizione decise di ribaltarne completamente i contenuti e di trasformarlo in un quiz. O meglio: di far entrare il trash.

Il momento era propizio: Enrico Papi, allora poco più che trentenne, era al pieno delle sue forze e iniziò a dare una nuova impronta alla conduzione, che io definirei antibonolisiana, anche se in realtà era anti-qualsiasi altro presentatore lo avesse preceduto. Anziché fungere da moderatore, da pontefice televisivo il cui ruolo è mediare tra diverse forze sociopsicoeconomicomusicali in gioco, Papi dà inizio allo stile di conduzione scriteriato, su di giri e nonsense che caratterizzò per tutta la sua durata IL GIOCO DELLA MOOOSECA.

In pratica nel momento in cui Enrico Papi, personaggio assolutamente a caso nato da un programma in cui faceva il paparazzo, si rese conto che non aveva alcun brandello di dignità da perdere e iniziò a fare esclusivamente il coglione, Sarabanda iniziò a decollare. A nessuno fregava un cazzo dei giochi, delle regole, delle basi midi orrende tramite cui le canzoni venivano indovinate in base a tre o quattro toni, a nessuno importava di chi vincesse, la musica era tornata ad essere un momento puramente dionisiaco in cui la televisione italiana si rivelava per quello che, in fondo, era il suo nucleo portante: un insieme di versi e di persone prese a caso dalla strada, dotate dell'unico talento di essere freak della musica. Un po' gli stessi criteri di valutazione che utilizziamo per assumere in redazione di Noisey.

La seconda rivoluzione di Sarabanda avvenne l'8 febbraio 2002, giorno in cui la fortuna volle che la concorrente non vedente Valentina Locchi, che per sua stessa ammissione "le indovinava già tutte da casa" facesse il suo trionfale ingresso nell'albo dei campioni, aprendo la strada ad altri grandi appassionati di musica con altrettanto grandi personalità. Ora Valentina si occupa di musica tradizionale, ma in tanti si ricordano ancora i suoi gloriosi tre mesi di dominio assoluto di Sarabanda, e io personalmente ancora mi chiedo come cazzo facesse a indovinarla CON UNA.

Valentina era arrivata dopo una serie di grandi campioni, ossia personaggi che già Papi aveva contribuito a trasformare in freak o che come tali si erano presentati: prima di lei infatti c'erano stati lo storico Max, presentatosi mascherato e mai più smascheratosi, e Allegria, rimasto campione per un tempo lunghissimo, forse perché la sua personalità compensava i reali picchi di allegria di Papi. Dopo di loro Coccinella, una persona apparentemente normale, che non si sa se in virtù della propria normalità o di altre doti più nascoste vinse un fracasso di soldi.

Una foto del main event di Wrestlemania XX.

Condizionati forse dall'aplomb di Coccinella, i successivi concorrenti furono abbastanza sobri, una serie di professori e professore che mitigarono per un po' il carico latente di pattume umano che una trasmissione come Sarabanda si sarebbe per sua natura portata appresso. Il medioevo finì quando arrivò il campione più ricordato di questa trasmissione, Gabriele Sbattella, altrimenti detto "Uomo Gatto", un ex animatore e tutt'ora traduttore e interprete con una memoria quasi disumana per i brani musicali. Il suo arrivo nella trasmissione, il 12 novembre 2002, diede inizio all'epoca in cui Sarabanda diventò un'arena di teatro dell'assurdo, ospitando in tempi non sospetti proprio quel tipo di casiumanistica che parecchio tempo dopo sarebbe diventata la principale espressione fenomenologica di Internet. Sarabanda creava meme, caricature post-umane a cui veniva lasciato praticamente libero sfogo all'interno della cornice di un quiz, che oramai era diventato puro pretesto per un'ora di completo smarrimento della dignità.

Con l'arrivo dell'Uomo Gatto e dei successivi felini e altri esponenti faunistici che hanno popolato l'ultima fase della trasmissione assistiamo a un vero e proprio takeover del concorrente, al rovesciamento di ruoli tra gioco e giocatore. Ora è il concorrente il protagonista assoluto, a lui è lecito ribaltare le regole del format e prendere il controllo sull'andamento della storia sottesa al programma. In altre parole si stava svelando il futuro prossimo della televisione italiana: a nessuno sarebbe più interessato in alcun modo il meccanismo del quiz o del gioco a premi, quello che contava era unicamente il personaggio, la catarsi pubblica nel deridere, amare o detestare chi apparisse sullo schermo, farlo letteralmente a pezzi o indagare nella sua vita personale.

D'altronde da un paio di anni era iniziato il Grande Fratello e anche le trasmissioni che non volessero adeguarsi alla dura legge del reality dovevano pur presentare un po' di realismo, perlomeno negli intenti. E Sarabanda è stato, anche in questo, pioniere di forme televisive che in futuro avremmo chiamato "talent show" in cui la centralità e la peculiarità del personaggio reggevano una storia che veniva creata in base alle sue caratteristiche, non più il contrario. Ovviamente, come ogni forma protozoica, Sarabanda era molto più libera e selvaggia, e non aveva alcuno scopo nell'esposizione dei talenti se non l'esposizione stessa. Non abbiamo mai avuto altre occasioni di vedere così da vicino, senza edulcorazioni o intellettualismi, la vera natura della televisione italiana.

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