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Noisey

Undici artwork che sono più belli dei rispettivi album

Non giudicate questi dischi dalla copertina.

di Dan Ozzi
25 gennaio 2016, 9:17am


Anche se la digitalizzazione della musica sta lentamente facendo scomparire la connessione tra la musica contenuta in un album e il design che la accompagna, la copertina è ancora una parte fondamentale del prodotto artistico. Certo, magari non la tieni effettivamente tra le mani, a meno che non collezioni dischi o CD o, se sei pazzo, cassette, ma la copertina rimane il volto delle canzoni che contiene.

A volte capita che una copertina non rappresenti degnamente la bellezza di un album, schiaffando roba artistoide a caso in faccia a un'uscita che sarebbe niente male. Ma altre volte succede l'opposto: vedi una copertina fichissima che ti sconvolge così tanto da non lasciarti scelta e aprire il portafogli, per poi renderti conto di che monnezza hai comprato solo dopo aver premuto play. In termini di noleggio film, è come quando andavi da Blockbuster da bambino e credevi di noleggiare un film horror, e invece era un film d'essai francese.

Ecco alcuni dischi che ci hanno attirato con il fascino delle loro copertine per poi spezzarci il cuore all'ascolto.

The White Stripes Elephant








Jack White sostiene sia fatta di merda di elefante, ma la copertina di Elephant, come tutte quelle dei White Stripes, spacca. Secchiate di rosso e bianco. C'è l'ampli da chitarra, il teschio umano e i gusci di noccioline; Meg piange con un nastro legato alla caviglia mentre Jack tiene in mano una cazzo di mazza da cricket!

Nel 2013, però, i White Stripes cominciavano a suonare come cacca d'elefante. "Seven Nation Army" sarà pure una colonna portante dei cori da stadio, ma il loro debutto su V2 li ha visti affondare nel loro stesso liquame biancorosso. Dopo aver invaso le scene nel ruolo di due ragazzi bianchi che prendevano il blues e lo sporcavano di punk, quando è uscito Elephant avevano già perso la strada. Pur aprendo i concerti dei Rolling Stones, nemmeno una copertina bellissima poteva nascondere il fatto che avevano perso l'urgenza e la vitalità di De Stijl e White Blood Cells

—Tim Scott

Burzum – Fallen









Per il secondo di una serie apparentemente infinita di tentativi di ritorno sulle scene, la mascotte è una donna eterea, senza nome, consumata con grazia dalla tristezza. Lo sguardo è invitato a posarsi sulle sue forme morbide, affiancate da pallide rose di primavera, mentre la sua sua espressione malinconica è indizio di un dolore profondo. È un'immagine di quiete, oltre che una rappresentazione molto tradizionale di bellezza europea. Quest'ultima caratteristica è sicuramente quella che ha attirato l'uomo che ha deciso di usarla per i suoi scopi: il famoso razzista, xenofobo e pazzo furioso Varg Vikernes anche conosciuto come Burzum. Il LARPer più agguerrito del metal non è il committente di quest'opera, però; l'ha rubata senza vergogna all'artista francese William-Adolphe Bouguereau.

Questo quadro che ritrae una ninfa addolorata, intitolato Elegia, risale al 1899, e comprendeva originariamente anche un putto piangente (giusto per rendere bene il concetto di "dolore"). Per la copertina del noiosissimo Fallen, Vikernes ha modificato il quadro quanto serviva per evitare di venire denunciato dagli eredi di Bouguereau. Già, la copertina è di gran lunga la cosa migliore dell'album, e Varg non l'ha né ideata né creata lui stesso. 

Kim Kelly

Lil Wayne – I Am Not a Human Being II








Avremmo dovuto saperlo, a dir la verità. I Am Not a Human Being II, con la sua copertina disegnata dal collettivo di Kanye DONDA, è una bomba alla vista—ma in maniera totalmente diversa rispetto a ogni altra copertina di Lil Wayne. Quella falena pulita e inquietante fa pensare a qualcosa di oscuro e patinato. Sembra più adatto a un album di Pusha T (LOL) ma Wayne è un rapper incasinato e IANAHB2 è uno dei suoi album più incasinati. Anche se ha una sfilza di singoli che è meglio di quanto probabilmente ricordate—"No Worries", "Rich As Fuck" e "Love Me" sono la tripletta perfetta del Wayne ultimo periodo—e la maggior parte degli ospiti raggiunge i propri picchi personali (il #TeamGuddaGudda ha "Gunwalk" e "Gunwalk" come testi sacri), è anche l'album che possiamo inolpare meno per il meme Rap Like Lil Wayne. Tutti smerdano i testi degli ultimi dischi di Wayne, che è un errore, perché anche quando sono scrause hanno sempre dei lampi di genio. IANAHB2 è un disco imprevisto e spesso molto stupido, che però piacerebbe molto di più a tutti se non fosse stato confezionato e venduto come una roba completamente diversa.
Kyle Kramer

Bring Me the Horizon – Count Your Blessings








Dov'eri nel 2007, quando tutti postavano questa cover su MySpace? Ricordi l'esatto istante in cui hai visto per la prima volta il blu profondo di Count Your Blessings, pensando che l'ascolto sarebbe stato altrettanto profondo? Purtroppo non è stato così, e ti seri ritrovato con un mucchio di stupidi riff deathcore e un adolescente col ciuffo che ti urla "vaffanculo, stupida troia." Ancora oggi ci si chiede come mai i Bring Me The Horizon abbiano scelto una copertina così tranquilla, riflessiva... Praticamente l'unica cosa bella che sia mai venuta da quel gruppo del cazzo.

John Hill

Death Grips – The Powers That B

A fine anni Novanta, pittare la metropolitana di New York divenne una forma d'arte ingrata e frustrante, principalmente perché l'azienda dei trasporti aveva imparato a pulire le carrozze. Allora gli arteppisti della città sono diventati insieme più creativi e distruttivi, e hanno iniziato a graffiae le loro tag nei finestrini di plexiglas con le chiavi, con un coltellino o con l'acido. L'artwork del doppio dei Death Grips The Powers That B mi ricorda quegli anni in cui ci impegnavamo a rompere le palle al prossimo con tutti i mezzi necessari. La musicano.

The Powers That B non apre porte verso il futuro né sintetizza il presente. In superficie ci sarebbero delle buone idee (più che altro perché nella parte chiamata Niggas on the Moon c'è Björk che ha investito in una tonnellata di sample vocali), ma nella seconda parte, Jenny Death, diventano patetiche ombre di se stessi. Questa è roba per gente che si vuole sentire strana e controcorrente senza doversi impegnare. Però la cover spacca, o perlomeno è meglio di mettere un "membro" della band in copertina, no?
Craig Jenkins

The Yeah Yeah Yeahs – It's Blitz








La cosa che odio di It's Blitz, album del 2009 degli Yeah Yeah Yeahs non è tanto che l'artwork superi la musica, quanto che all'epoca mi fece fesso. Mi ricordo di essere rimasto col fiato sospeso finché non è uscito: erano passati tre anni da Fever to Tell, e Show Your Bones mi aveva mostrato il lato più abrasivo del rock'n'roll, grazie alla foga di Karen O. Quell'urlo, Dio, roba che ti consuma.

Prima che uscisse, se ne era parlato molto. Karen O, Nick Zinner, e Brian Chase avevano passato un sacco di tempo a scrivere e cercare l'ispirazione al leggendario Sonic Ranch studio di Tornillo, Texas. Quando l'ho saputo ho iniziato ad aspettarmi una roba psichedelica e gonfia di droga fino ai capelli. La cover mostrava una mano che spappolava un uovo, con il contanuto sospeso a mezz'aria. Mi spiace, ma tutto ciò suggeriva un livello di aggressività e casino che, a parte nei titoli dei pezzi ("Heads Will Roll," "Hysteric," "Dragonqueen"), era pressoché assente.

Era infatti il disco tranquillo e introspettivo degli Yeah Yeah Yeahs, in cui Karen O aveva messo da parte gli istinti animaleschi di roba come "Art Star" del 2004 per prendere in mano un ukulele. Non sto dicendo che It's Blitz sia un brutto album, perché assolutamente non lo è. Ha segnato una crescita incredibile per gli YYY e mostrato la notevole estensione di Karen O come songwriter. Ma dimenticherò mai il me diciannovenne che freme per l'arrivo del leak per spararselo a tutto volume come gli altri due? No. La botta di rabbia e adrenalina datami dal disco non bastava manco per rompere un uovo. 

Bryn Lovitt

Lupe Fiasco – Lasers








La cosa più bella del Lupe Fiasco pre-LASERS era che, anche se capivi sempre che lui era più intelligente di te, non te lo faceva mai pesare. Potevi farci caso come fottertene e goderti i bei suoni. Ma con LASERS cambiò tutto, e mentre il messagio poitico avanzava, le canzoni peggioravano. Purtroppo, però, la copertina di LASERS era anche una delle migliori mai avute da un disco di Lupe Fiasco, con una "A" di anarchia sprayata su una installazione stile Kelly Mark o Tracey Emin. Senza Lupe in mezzo, poi, sarebbe stata comunque n bellissimo lavoro artistico, un commento fortissimo sui concetti di irruzione e protesta, ed è anche esteticamente gradevole. Purtroppo il contenuto no: è Lupe al suo peggio, diviso tra ambizioni di protesta e la necessità di rimanere commerciale. Ci sono ballate politiche di fianco a featuring di Trey Songz, e un tono da predica che non se ne va mai per dodici tracce. Fu il punto di non ritorno della carriera di Lupe Fiasco, ma anche il suo artwork più geniale, almeno finché non ha letteralmente fatto un dipinto per una copertina di Tetsuo & Youth.

Slava Pastuk

Die Antwoord – Donker Mag








Diciamoci la verità: nessuno si sarebbe mai inculato i Die Antwoord se non avessero avuto un look mega cool. Allo stesso tempo, la loro estetica assurda andava di pari passo con l'attitudine "troppo stramba per essere vera" della loro musica. Non possiamo apprezzare il lerciume preciso del video di "I Fink U Freeky" senza la tensione fortissima delle strofe di Ninja e Yolandi; così come non ci si può far pompare da "Baby's On Fire" senza vedere Yolandi spassarsela col tizio che cavalca il motore della BMW.

Con Ten$ion del 2012 avevano trovato il loro punto forte di inquietudine, e il seguito Donker Mag, prometteva di andare ancora più a fondo: una foto in bianco e nero di Yolandi nuda che flutta posseduta sopra una bussola. Un'estetica oscura e austera che prometteva ancora più ferocia e intelligenza che in Ten$ion, nonché ancora più strofe matte di Yolandi. E invece Donker Mag è scialbo da tutti gli altri punti di vista. Sono sicuro che "accessibile"è un termine che nessuno ha mai usato per descrivere i Die Antwoord, ma in confronto a questo, i loro dischi passati sembrano Taylor Swift. È un disco stanco e incoprensibile, una caricatura che i fan non possono più difendere. 

Andrea Domanick

Sleigh Bells – Reign of Terror








Reign of Terror degli Sleigh Bells deve essere tipo la miglior copertina dell'ultimo decennio. Un paio di Keds sporche e macchiate del sangue della cant Alexis Krauss, è un'immagine semplice nello spirito e nell'esecuzione. Anche questa l'ha swaggerata lo studio di design di Kanye, DONDA. Guardate il già citato IANAHB2 oaltre loro copertine come The Pinkprint e B.O.A.T.S. II: Me Time per averne la prova. Certo, stiamo comunque parlando tantissimo di una cover e molto poco dell'album. Non che RoT sia brutto, è solo che oscilla troppo spesso da figo a dimenticabile. "True Shred Guitar" è una gran prima traccia, mentre "End of The Line" e "Demons" sono magie pop-noise. E poi? Ciò che è peggio, comunque, è che anche il loro secondo album Bitter Rivals era pieno di filler inutili. Per fortuna il loro singolo nuovo "Champion of Unrestricted Beauty" suona di merda, per cui diciamo che salteremo direttamente tutto il disco.
Jabbari Weekes

Kevin Rowland – My Beauty







Tutto è perfetto in questa copertina. Il modo in cui assomiglia a una di quelle riviste porno su cui si faceva le seghe vostro papà negli anni Ottanta è incredibile, soprattutto perché è una roba del 1999. Quella collana di perle pudica. Il suo sguardo da pesce lesso accompagnato a quei basettoni sulle guance. Le quattro palle che servono per dire: "Sì, esatto, è questa l'immagina che ho scelto per rappresentare il mio primo disco dopo 11 anni". Il fatto che tu possa praticamente vedere le suddette palle. (Curiosità: è un mio problema o lo spazio tra i suoi capezzoli è assurdamente esagerato?). Sfortunatamente il frontman dei Dexys avrebbe dovuto bocciare la carriera da cantante solista e lasciare che ci cullassimo tra le calde braccia di "Come on Eileen". Un album di cover che si apre con una versione parlata di "The Greatest Love of All" di Whitney Houston divertente per i primi 30 secondi e da suicidio per gli altri tre minuti. È un disco da ultimo rantolo. Tuttavia, grande rispetto per le scelte di stile.
Kim Taylor Bennett

Van Halen – Van Halen III








Non c'è David Lee Roth e Eddie non canta neanche un pezzo = il disco più schifato dei Van Halen. Però diciamocelo, un tipo che si piglia una cannonata in pancia—fotografata con ancora il fumo che esce dalla canna—è una copertina che spacca davvero i culi. Peccato descriva molto bene anche l'esperienza di ascolto dell'album.

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