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Music by VICE

Vessel: il corpo dell'artista

Sarà lui a chiudere il sabato notte di #C2C14. Non potevamo evitare di farci due chiacchiere, per capire cosa ci aspetta e parlare del suo geniale nuovo album "Punish, Honey"

di Francesco Birsa Alessandri
05 novembre 2014, 11:00am

Lo dico chiaro e tondo: uno degli act che personalmente attendo con più trepidazione all'edizione di Alfa MiTo #C2C che si apre stasera, è proprio Vessel. Punish, Honey, l'album che il membro del geniale collettivo Young Echo ha buttato fuori non molto tempo fa su mamma Tri Angle, mi ha sorpreso in una maniera rara, non limitandosi allo shock momentaneo della novità e del cambiamento inaspettato, ma rivelandosi da subito un disco che ti fa riflettere sul senso più intimo di quel cambiamento, sul posto che certi suoni mutati e mutanti possono occupare nella tua esperienza, e sull'effetto a lungo termine delle emozioni con cui ha a che fare. Della bass music originaria, Seb Gainsborough ha tenuto solo il "peso" emotivo, il senso di malinconia misteriosa che ha poi deciso di portare in una dimensione più profonda facendo uso di risvolti spirituali folk-industriali, per ritrovare l'energia umanoide nella natura incontemplabile della musica elettronica. Una specie di spirito operaista pagano, una meditazione su quanto è possibile produrre con le proprie mani: laddove tanti sperimentatori della vecchia scuola facevano un uso distruttivo dei materiali industriali, lui pesca da quelle materie per ritrovare un carattere artigianale. Si è costruito da solo degli strumenti e li ha portati dentro il suo suono, piazzando oggetti fisici nell'aastratta dimensione elettronica, interiorizzandone la forza elementale. Al centro, a quanto pare, c'è sempre il corpo dell'artista.

Non potevamo non fare due chiacchiere con lui, non fosse altro per capire cosa ci aspetterà alle cinque di mattina nel secondo padiglione del Lingotto.

Noisey: Una delle cose più importanti di questo album sono gli strumenti (o forse sarebbe più corretto dire “le sorgenti sonore”) che ti sei costruito da solo. Potresti scendere nei dettagli? Che tipo di macchine ti sei fabbricato?
Vessel: Trovo molto interessante che tu suggerisca di sostituire “strumenti” con “sorgenti sonore”. Mi porta a farmi delle domande su dove stia il confine tra l’una e l’altra cosa. Credo che l’uso di un termine al psoto dell’altro stia a indicare da quale parte ci si vuole schierare: “sorgenti sonore” è un termine che secondo me rivela un desiderio di mettere da parte il più possibile l’importanza dell’elemento umano, come se la vibrazione esistese semplicemente in uno spazio completamente autonomo, e il ruolo del creatore fosse semplicemente quello di osservare, registrare, analizzare. È semplice accodarsi a questa idea quando si parla di musica elettronica, dato che per crearla dipendiamo dalla scienza e dalla tecnologia, è normale che per parlarne abbiamo adottato una terminologia scientifica. Io credo che chiamerò sempre le cose che costruisco “strumenti”, che per me evoca un senso di dialogo tra il costruttore e la macchina, un’interazione più fisica ed emozionale, un’espressività intuitiva più che un’analisi razionale.

Per la cronaca, ho preso le idee da un libro di Bart Hopkin, c’erano due strumenti a corda e due a fiato, quelli a corda sono fondamentalmente delle tavole di legno duro con corde d’acciaio di vario calibro piazzate intorno a un centro rialzato. Puoi sfregarle con un archetto o pizzicarne una a un capo, mentre dall’altro capo vengono amplificate da un pickup che le inonda di armonici. Gli strumenti a fiato, invece, sono dei flauti molto rudimentali, dei tubi di metallo con buchi trapanati lungo il corpo, per controllare altezza del suono e gli ipertoni

Avevi già idea di che tipo di suoni volevi produrre quando li stavi costruendo?
Non dire. Avevo più che altro bisogno di qualcosa con cui interagire fisicamente. Non mi interessava tanto come avrebbero suonato, anche se, ovviamente, c’erano delle indicazioni nel libro.

Considerato questo bisogno di interazione, ti infastidisce non poterli usare anche durante le performance dal vivo?
Non molto. Sarebbe un tipo di performance molto diversa, non necessariamente funzionale a molti dei contesti in cui mi sono trovato a suonare ultimamente. Comunicherebbe un diverso tipo di fisicità mentre, in questo momento, quella con cui mi voglio relazionare io ha più a che vedere con una catarsi generata da un sound system potente a volume alto. Se il suono rende, i pezzi comunicano qualcosa che non è discernibile nell’ascolto privato. Quando suono nel contesto adatto, nello spazio adatto e col suono fatto bene, diventa pura espressione fisica. Non è incosciente ma nemmeno cosciente, c’è una citazione da un saggio di Bob Ostertag che lo riassume alla perfezione: “la misura di un’opera d’arte è la riconoscibilità della presenza del corpo dell’artista dentro di essa”. Non so se potrei definire “arte” quello che facci, ma questo sentimento resta comunque molto vero, nel mio caso.

Poi che hai fatto? Hai improvvisato con questi strumenti? Ti lascerai la possibilità di improvvisare anche live?
Ho improvvisato, nel senso che non avevo della musica già scritta prima di registrarla. Mi sono seduto, ho suonato e registrato. È da tanto che lavoro così, e i risultati sono ben più interessanti di quando mi metto a guardare la timeline sullo schermo. Al momento, però, il mio setup live è molto meno flessibile di quanto vorrei. Direi che c’è uno sbilanciamento 60/40 a favore del materiale pre-registrato, ma nei prossimi mesi vorrei invertirlo a favore dell’improvvisazione.

Dieci anni fa, la maggior parte della scena musicale si è buttata tutta sull’idea di “new sincerity”, anche le frange sperimentali, che preferivano usare suoni estremamente lo-fi e strumentazione elettroacustica rudimentale (pedali, microfoni a contatto, synth autocostruiti). La sperimentazione ha abbandonato il dancefloor, forse come reazione all’estremismo IDM di subito prima. Ora invece sembra che questa opposizione dualist si stia disfacendo, con i poli opposti che si ricombinano in molti modi. Era a questo che volevi arrivare con questo album? Riconciliare il sound design da studio con un approccio più organico e ruvido?
Più che altro, non volevo darmi restrizioni. Ci sono alcune cose che suonano meglio fatte da un computer che su un synth analogico, e vice versa. Mi viene naturale lavorare direttamente con le mani, lontano dagli schermi, ma quando mi viene in mente qualcosa che funzionerebbe meglio se fatto con un software, non mi metto veti sulla base dell’inautenticità. La presa di posizione interna alla scena underground di cui parli, contro la tecnologia digitale, fu molto importante, ma poi si è trasformata in una filosofia lagnosa e noiosa, che si è seppellita da sola allo stesso modo della musica dance. Si trovano in giro tante patacche ambient riciclate quanta trap o house studiata apposta per far bere gli studenti. Non è che se hai la barba e un oscillatore sei bravo per forza.

il diverbio tra informazione e rumore, sperimentazione e mainstream, la mia banda contro la tua banda esiste da un sacco di tempo. Probabilmente oggi ci si sente tutti più liberi, in grado di sfruttare a prorpio vantaggio le tecnologie più moderne, ma anche tecniche vecchie di secoli. Questo non cambia il fatto che protesta, critica e rabbia siano punti fondamentali per l’evoluzione dell’arte. Credo che il fatto che sempre più artisti facciano uso di elementi noise in stili musicali che finora erano assolutamente ripuliti sia una testimonianza di questo cambiamento. I confini stanno sfumando.

Io non mi sono mai concretamente impegnato a conciliare produzione da studio e strumenti acustici, sarebbe stupido perché è una simbiosi che molti prima di me hanno provato, riuscendo in una maniera molto più elegante di quella che avrei mai potuto raggiungere io. Ho solo puntato a raggiungere uno spazio in cui sentirmi libero di esprimermi.

Mi sembra che, in mezzo al rumore e alla scultura sonora ci sia anche molta melodia nell’album, con una sorta di elemento folk sassone magico, qualcosa che secondo me si ritrova in tanta musica elettronica e psichedelica inglese: Soft Machine, Gareth Williams, Julian Cope, Current 93, persino in roba del BBC Radiophonic Workshop. Credo che molti artisti contemporanei come i Demdike Stare, o le cricche di Ghost Box e Mordant Music se ne siano resi conto, e la usino a loro volta. Che ne pensi? Ti senti parte di una qualche tradizione?
È qualcosa che connette molte aree diverse della musica britannica. È il nostro folklore, può essere interpretato e rigurgitato in varie maniere, credo derivi dal fatto di appartenere a una cultura molto molto antica, c’è un sacco di storia a cui attingere artisticamente che è molto misteriosa. Perlopiù, per gli artisti che hai nominato, non è solo questione di usare questi riferimenti mitici e mistici come suggestione, piuttosto direi che cercano di contribuire a quel retaggio riposizionandoli in un contesto moderno. Me ne sento decisamente parte, è parte di ciò che sono, e del luogo da cui vengo. Non ha mai niente di conservatore e regressivo, confrontarmi col passato mi permette di sentirmi più motivato a confrontarmi con idee contemporanee, e rivolte al futuro.

Ad ogni modo, non è stata una decisione cosciente, ma qualcosa che si è infiltrato in me molto silenziosamente. Sarei molto contento di venire nominato accanto a quegli artisti perché, anche se hanno sicuramente qualcosa in comune, portano tutti fieramente avanti un discorso individuale. Rappresentano una tipologia di stranezza molto britannica.

E la fisicalità di cui sopra è funzionale a questa spiritualità originaria? Pensi ci siano delle forze particolari nel raving e nel ballo in generale?
Quando ci sono tutti gli elementi necessari, il ballo è una forma di abbandono spirituale, si raggiunge un luogo in cui il pensiero si fa da parte, mossi solo dal suono. Non credo comunque che si tratti solo di qualcosa che ha a che fare solo con il raving, ma che questo abbandono possa avvenire a un concerto punk quanto guardando un quartetto d’archi. Però lo devi volere, devi essere sufficientemente determinato e concentrato da volerti disperdere, ed è un tipo di attenzione che raramente si è in grado di mostrare in pubblico. Siamo talmente abituati a considerare la musica come onnipresente e disponibile, pompata da altoparlanti, telefoni e laptop, che la nostra cultura ha sviluppato una intolleranza all’ascolto attivo, che è una componente necessaria per il raggiungimento di—per così dire—una esperienza musicale spirituale.

Tutto questo modo tradizionale e magico contiene sempre una qualche urgenza riottosa, un senso di protesta. È così anche per te? Pensi che la musica sia un atto di resistenza?
Sì, lo penso. La musica è da sempre parte di una cultura di protesta, è uno strumento potente, generato per modulare l’idea in azione. Quando usato nella giusta maniera e nel luogo giusto, ha l’abilità di fomentare all’azione. Quando penso di paesi che producono musica che corrisponda a questioni sociali e culturali specifiche penso a Egitto, Grecia, Spagna, e Russia… probabilmente è più semplice avere a che fare con questioni macroscopiche come libertà di espressione, questioni di genere, razziali, eguaglianza sociale ed economica. Anche se in questo paese abbiamo sicuramente ancora a che fare con queste problematiche, qui sembra sempre più difficile fare della musica di protesta senza che sembri un gesto intellettualoide, ironico, o semplicemente futile. Forse siamo solo cinici, o condiscendenti. Certamente, però, si sta ripartendo da una scala più piccola, da dove vengo io c’è una scena molto ristretta di persone che si rendono conto della necessità di trattare argomenti del genere nel loro lavoro.

Ad ascoltare il disco e leggendo i titoli di pezzi, si ha l’idea che ad ispirarlo sia stata una qualche battaglia interiore, molto profonda. È così? Il titolo stesso sembra composto di forse in opposizione, anche se la virgola le mette quasi d’accordo.
È da quando ho iniziato a fare musica che la vedo come un mezzo per raggiungere un fine preciso, esprimere facilmente e venire a capo di sensazioni o riflessioni di cui non potrei dire nulla verbalmente. So di sembrare molto forzatamente darkettone quando dico queste cose, ma la vita è una lotta continua. Se non passi la vita a guardare la TV, a cercare di far scorrere le ore lavorative solo per sbronzarti nel weekend, be’, avrai più o meno capito che il mondo è un posto davvero incasinato. Certo, è una visione un po’ semplificata, ma è così che ci si sente. Per me, fare musica non è evasione, ma un modo di raccogliere in maniera laterale pensieri ed emozioni che mi appartengono, che mi permette di maneggiare meglio. Non sono una persona tetra, ma nemmeno uno che prende le cose a cuor leggero, e credo che una descrizione del genere sia adatta a quasi ogni singolo essere umano sulla terra. Per me l’arte, per essere interessante, deve comunicare il fatto che dietro c’è un essere umano al lavoro. Deve contenere imperfezioni e forze in conflitto tra loro. Non potrei mai produrre un disco che non riguardasse un conflitto di qualche tipo.

E la superficialità della musica da club ti mette a disagio? Senti mai il bisogno di sfuggire da certe modalità di relazione preconfezionate tra artista e pubblico?
Sì. Ma non è più o meno superficiale di qualsiasi altra produzione culturale che è stata divorata e sputata fuori. Ciò non vuol dire che non ci siano artisti che lo fanno a modo loro, senza compromettere la loro integrità, ma se creare ti serve a sopravvivere, questo emergerà da quello che fai. Un tempo mi indignava molto che la club culture fosse stata co-optata da chi aveva interessi esclusivamente materiali, ma sta a noi sfidare questa cosa, continuando a fare il nostro e lasciando uno spazio aperto nella società per musica che non ruota necessariamente intorno al profitto o a un articolo su The Wire. Essere te stesso di fronte alla povertà e allla prospettiva di rimanere sconosciuto è l’atto di protesta più improtante che puoi fare.

Ma ti sei mai sentito effettivamente parte del mondo della musica dance?
Non direi. Mi relaziono con quel mondo, ma non è l’oggetto principale della mia attenzione e non mi preoccupo di dove andrà a finire la mia musica. I generi dovrebbero essere già scomparsi, abbiamo i mezzi per fare tutto secondo i nostri mezzi, è spaventoso che sia invece ancora tutto così omogeneo.

Hai parlato spesso del tuo amore per i Coil. Anche loro sono parte di quella tradizione magico-elettronica di cui parlavamo prima. Per loro la musica serviva a riconfigurare le idee di realtà e identità. Era una questione molto seria, che coinvolgeva vari aspetti dell’esistenza. Pensi che un tale livello di dedizione sia ancora possibile?
Credo che tramite la musica sia possibile coinvolgere la gente in maniera profondissima ma, come ho già detto prima, è necessario che l’ascoltatore si concentri e abbia a cuore il risultato. Per ripetere una cosa che dicono tutti: internet ha portato il livello di stimolazione a un livello di iper-saturazione. Non abbiamo tempo di assorbire completamente qualcosa prima che il prossimo oggetto venga a richiederci attenzione, ed è estremamente difficile avere lo stesso tipo di esperienze musicali che si avevano al tempo in cui esistevano solo formati fisici. È ovvio che la musica ha avuto una componente tribale per tanto tempo, ma una volta conteneva una profondità più intensa della semplice definizione della nostra identità, mentre ora per tanti è un semplice accessorio. Siamo una generazione di dilettanti.

“Kin To Coal”, invece, mi ricorda un po’ gli Swans, sei un fan?
Sì.

Concludiamo parlando di Alfa MiTo #C2C. Che pensi del festival e soprattutto, come ti senti all’idea di chiudere la nottata di sabato?
Ci ho suonato due anni fa, per cui è davvero gratificante per me che mi sia stato chiesto di suonarci ancora, e chiuderlo è un onore ancora più speciale. Chi è che rinuncerebbe alla possibilità di bombardare di basse una folla di italiani sbronzi, e di venire pure pagato per farlo?

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