Nuova musica

A cena con Luché

Siamo stati a cena con Luché mentre Bassi Maestro faceva un dj set, ma il nostro microfono ha retto il colpo.

di Sonia Garcia e Mattia Costioli
22 dicembre 2014, 3:19pm

Ok, parlare di un disco uscito a giugno mentre fuori sembra di stare a Silent Hill non avrebbe molto senso, infatti siamo stati così bravi da evitare il tranello. Il disco in questione è L2, il secondo lavoro da solista di Luchè, che qualche settimana fa è passato da Milano per fare un concertone al Legend 54. Il giorno dopo ne abbiamo approfittato per farci due chiacchiere al Vinile, durante una specie di cena, durante un dj set di Bassi Maestro (citofonate a Sonia per sapere quanto è stato divertente sbobinare l'intervista).

Abbiamo parlato di tante cose, da Roccia Music Vol. 1 a Gomorra, e qui sotto trovate tutto quanto. Ovviamente, anche se fa un freddo boia, ascoltare L2 è ancora una delle cose più giuste che potete fare.

Noisey: Volevamo partire chiedendoti cosa è cambiato da quando è uscito Roccia Music, nel 2005, a oggi. L’altro giorno me lo stavo riascoltando, credo che sia uno dei pochi dischi hip-hop sopravvissuto al suo primo decennio, è ancora una bomba totale.
Luché:
È cambiato tanto. Sono intervenuti talmente tanti fattori, chiamiamolo business… Prima c’era molta più voglia di fare, di emergere. Le stesse amicizie che c’erano tanti anni fa oggi non ci sono più. Ci si allontana con gli anni, e il business ne è in gran parte responsabile. Ognuno assume una posizione e le cose non sono più genuine come una volta. Mi ricordo che nel 2005 ci sentivamo quasi soli, perché facevamo tutto per i pochi che ci ascoltavano, adesso è l’opposto. Ma, nel complesso, credo di preferire il presente.

Perché? Com'era il passato?
Veniamo da una realtà abbastanza forte. I Co'Sang sono nati per sfogare le sensazioni che si provavano a crescere nel nostro quartiere. Leggendo i testi e ascoltando produzioni e atmosfere che arrivavano da New York abbiamo capito che era la perfetta colonna sonora di quello che vivevamo noi. Non importava se era in inglese, tra il Queensbridge e Scampia non so cosa sia peggio. Ci identificavamo nei rapper americani, andando a scuola avevamo anche la capacità di andarci a tradurre un testo, e in generale di fare ricerca. Studiando stimoli il cervello e noi che almeno andavamo a scuola, questa influenza l’abbiamo fatta nostra. A un certo punto c’è venuta voglia di raccontare la nostra di storia.

All’epoca che riscontro avevate di questa cosa?
Il mio più grande sogno, all’inizio, era finire sulla copertina di Groove. Non ci aspettavamo niente, anche se dentro di me l’ho sempre saputo che il nostro rap a Napoli avrebbe preso piede. Siamo stati il primo fenomeno di rap di strada. Abbiamo affrontato delle tematiche difficile parlando il linguaggio dei ragazzi, ero convinto che prima o poi si sarebbero tutti identificati in quello che dicevamo perché raccontavamo la vita di chiunque. Dopo un anno ho iniziato a vedere che le cose stavano cambiando, perché Rumore ci diede la copertina e Rolling Stone ci fece un articolo di sei pagine. Abbiamo cominciato ad abituarci, non c’è stato nessuno shock. Abbiamo iniziato a fare le serate, e più arrivava più volevamo.

E a Napoli cosa è cambiato da quegli anni, secondo te? In che posti vi ritrovavate?
Quando avevo quattordici anni magari ci vedevamo a Fuorigrotta, che è la zona dello stadio, oppure al Vomero, un altro quartiere per bene, in cui i ragazzi facevano breakdance. Poi dai sedici-diciassette anni in poi ho frequentato solo il quartiere di Marianella, dove sono nato. Da là i rapporti col resto della scena si sono un po’ raffreddati, perché abbiamo cominciato a fare le nostre cose, non ci rispecchiavamo negli altri. Per noi è diventata una cosa seria: stavamo in quartiere o in studio, a registrare. La scena napoletana infatti non è sempre stata entusiasta della nostra presenza.

Magari nascevano dinamiche di competizione, da subito…
Sì, è capitato anche questo. A Napoli siamo un po’ diversi, qui a Milano tra i rapper c’è una guerra fredda, ma con del rispetto tacito alla base di tutto, perché predomina il business. A Napoli invece appena non ti piace qualcuno, scattano subito reazioni concrete da parte di chi non ti apprezza: quello parla male, quello scrive qualcosa su di te, quello ti fa il dissing… è molto più istintivo.

Be’, è molto tipico anche qui in realtà.
Certo, ma frequentando artisti anche un po’ più affermati noto come questi ci pensino due volte prima di infamare il prossimo. C’è la consapevolezza che un dissing può fare del male. È il business, non so come dire. “Ma mi conviene davvero? Magari un giorno potrebbe tornarmi utile”, e cose così. Magari un giorno potrei pure conoscerla quella persona, capire che non era come pensavo e farci un pezzo insieme. Per me è sempre meglio ragionarci due volte prima di dire qualcosa su qualcuno, soprattutto perché bisogna pensare a se stessi. Se qualcosa nella mia carriera va storto, non è certo colpa degli altri. È colpa mia, che sto sbagliando qualcosa, capisci?

Sì. Una domanda fuori dai denti, tu e ‘Ntò vi siete lasciati bene?
No, è stata una cosa dura da affrontare, una decisione difficile per entrambi. Diciamo che ognuno ha preso la sua strada, ed è bene così.

Dici che si incontreranno?
Come faccio a dirlo con certezza? Attualmente siamo entrambi concentrati sulle nostre carriere, quindi per ora no.

Sei contento di come sta andando il tuo disco?
Sì, molto. Più andiamo avanti, più ne sono felice. C’è ancora molto da fare, ovvio,per molte persone sono nuovo. Però un mesetto fa, qui a Milano, ho fatto un live e il locale era pieno di gente che cantava i miei pezzi… non me l’aspettavo.

C'è anche da dire che non so cosa potrebbe capitarti di meglio che essere in Roccia Music, in questo momento.
Quando fai parte di un gruppo acquisti forza e tra tutte le realtà di questo campo, in Italia, quella con cui mi identifico di più è proprio Roccia Music, perché condividiamo un sound e siamo molto simili come artisti. Con Fabio siamo amici dal 2005, quindi è stata una cosa abbastanza naturale, lavorare insieme. Sono soddisfatto, ma sto già lavorando a un altro album, non voglio far passare tempo, voglio bombardare. È l’unico modo per salire. Non puoi fermarti troppo tempo, il nostro è un mercato veloce.

È bello avere bene chiaro in testa cosa si vuole fare nella vita.
È la fortuna più grande che ho avuto, aldilà dei soldi. I soldi vanno e vengono, ma la cosa importante è dedicarsi a qualcosa. Non è neanche che lo faccio solo per piacere, è proprio la mia ragione di vita, da quando ho quindici anni. È raro che abbracci una causa così, giusto per, senza crederci a sufficienza. Preferisco non farla, o crederci al cento per cento. Poi chiaramente ci sono alti e bassi, momenti in cui voglio mollare tutto…

Ok, ma avere dei dubbi e porsi delle domande credo sia sano.
Sono una persona che forse pensa fin troppo. Però mi sento fortunato perché sono determinato. Almeno questo. La strada è lunga, c’è chi ce la fa velocemente, grazie anche a Internet, e chi invece no. In questi quindici anni ho visto tanta gente salire e scendere, ma ad aver sfondato di più sono quelli che sono sempre rimasti lì in alto. Io preferisco restare sempre, che avere picchi e poi cadere. E poi devi fare le scelte giuste. Tanti ragazzi che conosco amano il rap da impazzire, ma hanno sempre fatto la scelta sbagliata, e si sono ritrovati con poche possibilità di sfondare.

Qualche esempio di scelte sbagliate?
Andare controcorrente nel momento sbagliato, scegliere il sound sbagliato, cercare di fare cose diverse senza rendersi conto che le persone di cui ci si circonda sono sbagliate. Avere un team preparato con te è già metà lavoro fatto. Mi sento fortunato, anche se ho davvero sacrificato affetti, famiglia, vita sociale, per la musica. Il prezzo che pago è abbastanza alto, però va bene, ne sono contento. Un giorno quando non ci sarò più io ci saranno i miei dischi, e di sicuro tantissimi ragazzi che li hanno ascoltati se ne ricorderanno. È questo il mio messaggio, la mia ragione di vita. Il rap ti può uccidere o ti può formare, è molto labile il confine tra queste due realtà.

Cosa stai ascoltando ultimamente?
Principalmente ascolto rap, c’è una nuova ragazza di Detroit, uscita da poco, Dej Loaf, che sta andando fortissimo in America. Poi direi Lil' Wayne, Kendrick, pure molta roba vecchia anni Novanta. Anche se il mio mood preferito è il jazz di fine anni Cinquanta. Quando mi voglio rilassare metto Miles Davis.

Ricordo di aver letto un tuo aneddoto su una musicassetta di Nas.
Non mi ricordo se fosse Nas. Mi ricordo che si chiamava “Fight the Powa”, ma non era dei Public Enemy, era una compilation. La trovai in un mercatino dell’usato a Napoli. Altrimenti mi compravo le compilation di One Two One Two, di Radio Deejay, sono stati quelli i miei primi contatti col rap.

Di rap italiano cosa ascoltavi?
Per un lungo periodo il rap italiano mi ha fatto schifo. Salvavo solo i classici, Odio Pieno del Colle, i Sangue Misto, il primo e il secondo di Neffa, Kaos… poca roba di italiano. Da piccolo ero molto estremo, molto ghetto. Pure i Sottotono, perché comunque avevo un gusto vario. Non mi sono mai fatto il problema dell’underground contrapposto al commerciale, a me se una cosa piaceva, piaceva e basta.

Mi piace la contrapposizione tra ghetto e Sottotono.
Sì, quando la musica è fatta bene, me l’ascolto lo stesso. A parte che Tormento era un po’ bulletto, quel suo lato mi piaceva molto. Ovviamente non erano le storie mie, ma era ben fatto, e mi piaceva.

Per tornare al discorso che facevamo prima, quali sono i momenti in cui ti sei accorto di star facendo le scelte giuste? Mi viene in mente la scelta di rappare in italiano, anziché in dialetto. Come hai fatto a capire queste cose, e soprattutto, come l’ha presa il pubblico?
Il momento preciso in cui è successo non me lo ricordo, ma il motivo è questo: con i Co’Sang, finito l’effetto Gomorra che ci ha sdoganati, il dialetto era un limite troppo forte. Groove ad esempio non ce l’avrebbe mai data la copertina, perché non eravamo major, non rappavamo in italiano. Io tendo a valorizzare molto quello che facciamo, e la cosa mi frustrava molto. Era troppa la frustrazione nel vedere che a Milano i rapper avevano tutto questo successo, e noi sempre là chiusi nell’underground. C’erano delle porte che non potevamo proprio aprire per via del dialetto. Questa cosa non mi è più andata di accettarla, e quindi nel tempo ho maturato la decisione di cambiare. Volevo farmi ascoltare da tutti, proprio perché con i Co’Sang abbiamo raggiunto quasi il top di quello che potevamo fare, e io sono una persona che va sempre in cerca di sfide nuove. Volevo vedere cosa ero in grado di fare con l’italiano.

Tecnicamente com’è stato?
Pratico ancora adesso. Devo migliorare, specie nella pronuncia, perché si sente molto che sono di Napoli. Per me non è stato un problema, anzi l’italiano mi piace un sacco. Il pubblico non l’ha presa bene, ma dopo un po’ si è abituato. Tutti a dirmi di fare un pezzo in dialetto… l’ho fatto pure, un mese e mezzo fa, ma in genere chi mi vuole seguire mi segue.

Pure Clementino ha fatto un po’ come te, alla fine.
Lui mischia, fa la strofa in italiano e il ritornello in dialetto. Un dialetto che capisci. Magari non riesci a capire parola per parola, ma il senso lo cogli. Il suo stile è molto diverso dal mio, io comunico parecchio, lui è più da freestyle, battute e flow.

Comunque mi pare di capire che L2, il tuo nuovo album, è stato accolto bene dal pubblico.
Critica negativa ce n’è stata poca. Molte persone a cui non è piaciuto L1 è piaciuto L2. È meno sperimentale del primo, poi sento di essere più chiaro nei testi. È scritto meglio, meno metaforico, più chiaro, diretto, però comunque poetico.

È questa la linea che seguirai nel lavoro che hai già iniziato?
Sì. Anche se in realtà vorrei fare qualcosa di diverso, non voglio ripetermi.

Sì ovvio, ma è anche giusto avere dei punti di riferimento in quello che si fa. Altrimenti poi rischi di fare un disco che è bello, ma non ha la sua identità.
Siamo d’accordo, lo stile deve rimanere quello lì, sono sempre io, però voglio pure cercare di parlare di altro. Anche il mio stato d’animo è cambiato, rispetto a prima. Adesso sono più sereno, ed è il momento di imporsi. Prima dubitavano tutti di me, ora ho fatto il disco che ha dimostrato quello che ero veramente, e adesso devo prendermi ciò che mi spetta. Il disco nuovo sarà un po’ più aggressivo, nel senso che nella competizione del rap voglio acquistare una posizione. Voglio che mi sia dato quello che mi si deve dare. Voglio che i singoli sfondino, voglio fare quel passo in più.
Poi voglio affrontare discorsi che non ho mai affrontato prima, più per me stesso che per altri. Mi piacerebbe capire se sono in grado di affrontare certi argomenti. Parlo spesso del background da cui provengo, però posso capire che magari a voi che non l’avete vissuto non vi coinvolge più di tanto, avete un immaginario diverso. Allora vorrei capire su cosa puntare per arrivare ad interagire con voi. Non è possibile che non possiamo parlare di niente, capisci? C’è bisogno di ampliare gli orizzonti.

Di rapper napoletani affermati ormai ci sei tu, Clementino e tanti altri. Capisco che tu voglia ampliare l’immaginario, ma è anche bello che ci sia un riconoscimento culturale di tutto quello che comunicate, proprio perché non sono in tanti a capirlo fino in fondo. Magari sbaglio, ma cinque o sei anni fa non era così forte il rap napoletano a livello nazionale.
Una volta che lo fai per tanti anni e ti rendi conto che determinati argomenti non attirano l’attenzione di tutti, cominci a chiederti dove sbagli. Io ho fatto così, non sono per niente una persona chiusa. Oppure, lo storytelling come “Lieto Fine”, che racconta la storia di due ragazzi, magari a te affascina, a me no. Ripeto, l’obiettivo che ho più a cuore è quello di impormi. Il mio successo non è ancora proporzionato a quello che sono davvero. Se fossi un artista americano sarei più avanti nella mia carriera rispetto a quanto mi succede in Italia. Devo capire come ottenere ciò che mi spetta. La musica d’autore l’ho fatta e la farò sempre, però adesso devo capire come acquistare potere nella musica. Per me è quello l’importante.

Non hai paura che ti faccia perdere fan, credibilità?
No, perché lo devi fare in maniera intelligente. Non è che domattina divento mongoloide e faccio un pezzo mongoloide. C’è sempre da migliorare, ma se non arrivo ad alcune persone un motivo c’è e io devo capire perché. Voglio arrivare a tutti. Non credo di essere una persona che non possa arrivare a tutti, perché siamo qua a parlare. Possiamo parlare di musica, di politica, di cinema… devo riuscire a mettere questo nella musica. Non devo per forza parlare solo della periferia di Napoli, posso affrontare un altro discorso lasciando sempre trasparire le mie origini e tu lo capiresti subito da dove provengo.

È un bel modo di vederla, è oltre la stupida mentalità del commerciale e non commerciale.
Io a tratti mi ritengo commerciale. Cioè ci sono dei brani in L1 che sarebbero potuti essere delle hit radiofoniche. Però non ho scritto a major, e sono rimasti nell’underground.

Se “commerciale” vuol dire “arrivare alle persone” non è negativo, per me. Vuol dire che sei in grado di comunicare a tutti. Quando si dice commerciale forse in realtà si intende dozzinale, una roba che la metti, non si nota tanto, e ok, la puoi lasciare lì perché ci sta e nessuno se ne accorge.
Già. Voglio crescere come artista, voglio essere considerato. Il mio sogno è andare in radio e poter parlare del mio disco senza nominare Gomorra.

Come hai affrontato anche questa costante associazione?
Bene. Ovviamente per il resto d’Italia è una fiction, per noi è la realtà. Molte persone la vivono in modo più leggero, si appassionano, si affascinano, però poi rimane là. Per noi è diverso, perché vediamo tutta l’Italia interessata a questa cosa per due mesi, poi di punto in bianco ignorarla. Quello che vedono noi lo viviamo in prima persona, e dopo un po’ ti arrabbi anche.

La gente ride e scherza, ma immagino ci sia poco da ridere.
Esatto. La vita là è veramente così, anzi, peggio. Nonostante tutto sono contento che come fiction sia stata pensata e realizzata bene. È una fiction di qualità, senza dubbio. Napoli è molto bella e affascinante. È esagerata. Ha un’energia incredibile, ovviamente ci sono tanti problemi, ma c’è anche tanto altro. È una città forte. Napoli è potenzialmente la città più influente d’Italia, per quanto riguarda l’arte, l’estro, la poesia, il dolore, la felicità… abbiamo tutto. Purtroppo però è sempre limitata. È ingiusto che tutta l’industria sia a Milano, o al nord in generale. Dovremmo essere più aperti in tutto, Napoli va bene solo quando si parla di cronaca o di comicità.

È quello che ti dicevo prima dell’accettazione culturale. Tu hai diritto di essere tu e parlare di quello che vuoi. Non esiste che ti riconoscano come Luchè solo quando parli di Gomorra o Napoli.
Certo, vedo che hai capito benissimo.

Cavolo abbiamo parlato un sacco…
È stata una bella chiacchierata comunque, un vero dialogo alla pari. In questo momento abbiamo bisogno di cose nuove, e le interviste nel loro piccolo possono fare tanto. Tutti i giornalisti di musica dovrebbero avere la vostra età.

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