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Richard H. Kirk dei Cabaret Voltaire vuole ancora incasinare il cervello della gente

E il fatto che sia tornato al suo progetto più vecchio e famoso ha perfettamente senso. Noi vi spieghiamo perché.

Parlando di dub, il critico e scrittore Mark Fisher ha scritto che l’uso di echi e riverberi nel genere “disumanizza” la voce. Questo non vuole certo dire che si trasforma l’elemento umano in qualcosa di freddo ed elettronico, tutt’altro: il corpo del musicista o del cantante si trasforma in uno spettro, in qualcosa che resta oltre la vita e oltre la presenza fisica, una voce in grado di farsi sentire oltre i propri confini. In questo modo, dice, anche la voce dei morti, dei cancellati dalla storia, continua a riproporsi nello spazio d’ascolto comune.

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Non succede molto spesso che la componente dub del suono dei Cabaret Voltaire venga messa in primo piano, di solito—per quanto gli si riconosca di essere stati tra quelli che hanno inventato il modo di fare musica elettonica che conosciamo oggi—si tende a insistere sulla loro ascrizione al primissimo movimento industrial, ma, per quanto questo sia assolutamente vero, lo stesso fondatore Richard H. Kirk è abbastanza stufo di questo riassuntino sbrigativo della loro storia, quasi più legata al fatto che la band era di Sheffield che al loro suono effettivo: “In realtà Sheffield ci ispirava solo perché negli anni Settanta era una città pallosa, quindi chiuderci in studio diventava la nostra unica opportunità di divertimento. Tutta quella roba su noi che provavamo a imitare i suoni delle fabbriche sono stronzate. Se suonavamo ‘industriali’ fu per puro caso. ”

Sono le parole di Kirk stesso, scritte durante un brevissimo scambio via mail per accompagnare il fatto che il riattivato progetto Cabaret Voltaire (nel quale è oramai rimasto solo lui) sta per arrivare anche in Italia: stasera, al Dancity Festival di Foligno, sul palco dell’auditorium S. Domenico.

Mi racconta di una sua lunghissima storia d’amore col “genere”: “Sono quarant’anni che l’ascolto. Lo stanno ancora reinventando ma per me i vecchi dischi analogici sono ancora il massimo. Mi interessa soprattutto perché si tratt di gente che abusava della tecnologia che aveva in studio”. Abuso, che bella parola… Che a Kirk piaccia o meno, è proprio questo a renderli “industrial”, dato che se c’è una cosa che accomunava tutta la prima ondata di artisti definiti da questo aggettivo, dai Throbbing Gristle agli Einstürzende Neubauten agli SPK, è proprio la nozione di abuso: fare irruzione violenta in un territorio oltre i taboo sonici grazie all’uso “scorretto” di tutte le metodologie creative, da quelle musicali fino a tutti gli altri media che di volta in volta venivano coinvolti nei singoli progetti. Per quanto riguarda la componente video dei Cabs, Richard continua ancora oggi a curarla da solo.

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Anche in quel caso si trattava di un abuso tecnologico: la strumentazione di studio veniva sfruttata per manipolazioni impreviste e ricostruzioni divinatorie. La disciplina del cut-up ereditata dai maestri Gysin e Burroughs, applicata agli input visivi e a differenti forme di informazione di massa, deforma e smonta il discorso per fare apparire, nel caos aleatorio e rumoroso che ne risultava, la “verità” nascosta dalla fabbrica post-fordista del (con)senso. Nel rumorismo DIY di Mix Up, negli spazi metallici di Voice Of America e Red Mecca o nelle cavalcate proto-techno di Three Mantras, le voci di realtà soffocate dalla narrazione centrale sgorgano come fantasmi resistenti, assemblati clandestinamente a partire da pezzi rubati di linguaggio. Una maniera, questa, di tradurre il vero linguaggio del complesso militar-industriale-commerciale-mediatico, la sintassi coercitiva del consumo e dell’ansia. “Il cut-up, musicale e visuale, per noi era una maniera di incasinare il cervello della gente e guardare al futuro. Oggi tutto è cut up.” dice Kirk, deprogrammare, operare una frattura e, allo stesso tempo, predire un epoca in cui tutta la cultura si sarebbe prodotta e riprodotta per rimescolamento di frammenti. La guerra dei dati è insomma diventata roba di tutti i giorni e l'epoca cyberpunk è qui, oggi.

“Volevamo mostrare e fare ascoltare alla gente ciò che davvero stava accadendo nel mondo in modo che poi lo risputassero fuori con vero disprezzo". In questo il dub e a musica giamaicana in generale servono unificare un fronte underground internazionale, di fornirgli un linguaggio comune, paradossalmente proprio per le sue origini di lingua bastarda, nata da una minoranza come atto di resistenza ma anche come “sabotaggio” delle influenze coloniali. Un po’ il simbolo di come si possa sradicare una tradizione dal suo ruolo identitario riuscendo comunque a rispettarne le origini, senza appropriazioni. Una lingua minore che, una volta diventata elettronica, si moltiplica in un una serie infinita di linguaggi “di fuga” diversi. Kirk non ha mai smesso di frequentarlo, anche quando il percorso di Cabaret Voltaire si era (apparentemente) concluso.

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E lui stesso, infatti, che si è impegnato a dimostrare questa pluralità linguistica in una quantità di progetti incalcolabile. Una volta entrato negli anni Novanta Kirk è diventato bulimico quanto e forse più di tutti gli altri mega-nomi di quel periodo (Uwe Schmidt, Richard D. James, Alec Empire…), e sforna lavori che concettualmente sembrano sempre intrecciarsi alle conflittualità di un post-occidente globalizzato, senza mai diventare roba apertamente militante. Ci sono spettri dub in tutti i suoi progetti, anche in quelli che tentano una vera caccia ai demoni che hanno posseduto il tessuto culturale necrotizzato di una regione. I dischi a nome Blacworld, due parti di un unico lavoro intitolato Subduing Demons In South Yorkshire suonano come un esorcismo della memoria dello squartatore e di tutti gli assassini di massa, attraverso la voce delle loro vittime.

Poi, c’è Electronic Eye, in cui incrocia un dub da diaspora digitale con un’ambient-glitch da sala d’attesa mentale e manipolazioni sarcastiche di musica pop, il tutto con un immaginario ossessionato dalla sorveglianza pubblica che nel 1994 era una novità scottante, e che oggi ha ovviamente raggiungo note estreme. E infatti Kirk ci tiene ancora: “la gente si muove come sonnambula in una condizione di sorveglianza totale, e sono troppo impegnati a guardare Facebook e Twitter per rendersene conto.”

Ma forse l’utilizzo del dub in chiave più “antagonista”, Kirk l’ha fatto con Biochemical Dread, progetto con cui nei primi anni Duemila fa l’album Bush Doctrine, a chiarissimo tema War On Terror: qui il dub deterritorializzato si mescola a tutte le musiche “altre” possibili in uno scenario violenze rimosse e paranoia omnidiffusa. Ad ascoltarlo sembra quasi predire l’incubo digitale della guerra fatta coi droni.

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Nel frattempo Kirk aveva portato avanti, per più di dieci anni, anche una serie di progetti più strettamente legati al dancefloor e ai suoni che avevano invaso Sheffield dopo la prima fattanza Acid House: a Warp e alla primissima bleep techno di LFO e Black Dog si erano alleati anche i Cabaret Voltaire degli ultimi album (su tutti Plasticity e The Conversation) e poi il nuovo alias Sweet Exorcist, fondamentale per quella che già si stava iniziando a chiamare IDM. Oggi, però, Kirk è molto scettico sulla possibilità di continuare a innovare nella musica da ballo: “Non mi pare che la muscia dance sia cambiata molto dalla acid house di fine anni Ottanta. Forse sono la persona sbagliata a cui chiedere perché sono troppo vecchio per i club, ma sono sicuro ci siano cose che fanno muovere la gente che restano sempre le stesse in ogni epoca. La musica dance di oggi si basa su strutture progettate precisamente per la botta da MDMA. Forse ci vuole una nuova sostanza.”

Ecco allora che il nuovo Cabaret Voltaire se ne fotte di assegnare uno scopo alle sue ritmiche ma rifiuta anche tutta la nostalgia. Il senso di questo ritorno, basato solo e unicamente su materiale nuovo, sta tutto nel modo in cui le preoccupazioni, suggestioni e ossessioni che fomentano il rapporto tra Richard H. Kirk e il mondo che lo circonda sembrano ancora sussistere nel presente di tutti e starsi tutte sovrapponendo in un unico cuneo d’ansia e confusione. In egual modo, la musica elettronica sembra avere interiorizzato al cento percento il suo uso concettuale di cut up e dub. Ha quindi parecchio senso questo suo bisogno di di tornare all’origine in maniera speculare, rinnovata, con in mezzo vent’anni di esperienza che danno un significato diverso ai presupposti iniziali. Gli obiettivi, anzi le speranze, sono sempre quelle: “Sarebbe davvero bello se il capitalismo collassasse, cosa che credo succederà tra non molto.” Parola di Richard H. Kirk.

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