La pecora nera di De Gregori

Parliamo del "disco con la pecora", che lui stesso ha definito "il più brutto che ho fatto". Ovviamente, per noi non è così.
12 novembre 2015, 1:23pm

"Dopo aver firmato il contratto con la RCA, siamo nel '74, feci il disco con la Pecora, che secondo me è il disco più brutto che ho fatto"

Francesco De Gregori, 1976

Una domanda che qui a Italian Folgorati ci facciamo spesso è: dove sono finiti i VERI cantautori? Bella domanda: quei pochi che valgono cercano di fare slalom fra le pozze del mainstream, macchina che li massacra divulgando un “nuovo cantautorato” assai discutibile. Vogliamo davvero pensare che Mannarino, Brunori Sas e carrozzone siano da considerare? Se sì, allora ha ragione De Gregori ad affiancarsi a spazzatura rap tipo Fedez, di cui il nostro ha lodato la “coerenza” (che forse manca a lui, fino ad oggi sempre scettico nei confronti del rap. D’altronde Venditti non ha scelto meglio con Briga e neanche Carboni, col terribile feat. di Fabri Fibra). Ecco, Francesco De Gregori è un po’ il simbolo dello stato confusionale del cantautorato oggi, soprattutto di quello che ha fatto scuola. Non sa dove piazzarsi, indeciso fra alleanze con “quello che piace ai giovani” (appunto Fedez, Negramaro e altre cose che più che esser brutte non c’entrano proprio un cazzo) e il vecchiume datato. De Gregori ad esempio è uscito in questi giorni con un nuovo album in cui fa cover di Dylan in Italiano: ce n’era bisogno? La domanda è retorica, considerando che il precedente Vivavoce che il nostro chiamava tipo “il disco che avevo in mente da una vita” era l’ennesimo remake di suoi classici coi prevedibili guest per vendere. E allora forse è il caso di riavvolgere il nastro un po’, come dicono i Pooh (Red Canzian d’altronde fu fra i primi a soccorrere De Gregori dopo il processo al Palalido nel 1976, mentre fra gli aguzzini c’era Muciaccia dei Kaos Rock, una volta punk e ora direttore di TV MODA, pensate che schifo).

Sarò onesto: De Gregori non mi ha mai fatto impazzire. Non per la sua musica, anzi: ma per l’uso smodato della parola, che a volte (per citare Le Rose) smorza l’entusiasmo. Gaetano Curreri degli Stadio, invece, riteneva De Gregori un poeta ma musicalmente gli interessava molto meno. Meglio Dalla, grande amico di Francesco, col quale portò avanti il trionfale tour Banana Republic e scrisse insieme brani storici ("Pablo", "Ma dove vanno i marinai"): durante il tour si nota l’imbarazzo di De Gregori che più che accompagnare con l’acustica non può fare, e infatti si trova spesso tamburello in mano a fare i cori durante il set del collega. Ma le collaborazioni sono fra le cose migliori di De Gregori: primo perché sicuramente è uno dei pochi disposti a mettersi in gioco, secondo perché la voglia di raccontare storie a fiume diventa dialogica, perdendo quell’aspetto secchione di chi ti parla da un podio. Non solo, riesce a mantenere una certa “impermeabilità” all’influenza di chi scrive con lui, ottenendo un effetto straniante a lavoro concluso. Quindi da ricordare anche la collaborazione con De Andrè in Volume 8, quella con Venditti da cui nacque Theorius Campus, il primo split dei due romani freschi di Folkstudio, e quella “Segreta” con Amedeo Minghi che analizzammo qui.

Nei momenti più felici De Gregori compone come fosse un pittore: una specie di Matisse o Chagall evanescente ma nello stesso tempo capace di rimanere nella memoria. Nei momenti meno felici imita il folk americano stracciando i coglioni: è indubbio però che la sua interpretazione di tale musica sia più vicina alla melodia italiana che alle nasalità di Dylan: dotato di una voce riconoscibilissima fra mille, De Gregori è sicuramente padrone di una visione "personale" d’insieme tale da vestire con classe qualsiasi sua produzione. Ma come Dylan non ha mai innovato troppo il suo suono: come Dylan sì, ha attraversato la fase dei sintetizzatori digitali, dei computer, usandoli però il minimo indispensabile così come certe durezze del rock, giusto per affinare e null’altro (a parte eccezioni come “Bambini Venite Parvulos”). Se è vero che è ricordato principalmente per Rimmel, considerato il suo capolavoro in cui appunto gli innesti jazz e i suoni moderni sono centellinati, c’è nella sua discografia una gemma nera che è pressappoco sparita dalla memoria, se non per pochi cultori. Questo disco è intitolato semplicemente “Francesco De Gregori”, esce nel 1974 ed ha una surreale pecora in copertina battente bandiera bianca: visto come lo presenta nell’incipit, sembra pane per i nostri denti.

Al contrario, per noi il disco della pecora è forse il migliore dell’intera produzione del nostro. Tanto per cominciare, in quanto primo disco per l’Rca, si pone un po’ come Le cose della Vita dell’amico Venditti, uscito l’anno prima (e infatti Venditti è ospite decisivo alle tastiere). Arrangiamenti scarni, grande spazio per la chitarra acustica che regge il tutto con inserti leggeri, quasi “psichedelici” nel loro onirismo. E poi i testi, all’epoca visti fra i più ermetici di De Gregori ma tutto sommato comprensibili da una sensibilità del 2000: non a caso il Battisti orfano di Mogol aveva pensato all’inizio di affidarsi al nostro, salvo poi incontrare Panella la cui poetica “ermetico surreale” è, in effetti, un De Gregori al cubo. Le canzoni quindi hanno un grosso respiro, la musica e il testo sono libere ed equilibrate nel loro completo estraniamento, forse per la prima e unica volta l’effetto “primo della classe” sembra svanire. Anche e soprattutto rispetto alle esecuzioni parecchio out, in cui la perfezione è dovuta alla sua assenza.

Il primo brano è l’unico sopravvissuto alla storia: “Niente da Capire” è un classico che De Gregori esegue spesso e purtroppo non solo lui (Fragola a X Factor ci dona una versione anonima da menargli). Scritto di proposito per chi lo accusava di eccessivo ermetismo, sfoggia una citazione dello slogan dei salami Negroni “le stelle sono tante..” che lo porta subito in zona postmoderna. Il brano da' il La alla cifra stilistica del disco (acustiche e basta) e vede un coro fra l’angelico e l’inquietante della Schola Cantorum, che esordirà proprio in questi solchi. La voce sorretta da un riverbero leggero ma profondo, canta di una moglie che “ha molti uomini /ognuno è una scommessa” e di una Giovanna che “è stata la migliore/faceva dei giochetti da impazzire”. Quest’ultimo verso fu censurato brutalmente e De Gregori lo riproporrà solo dal vivo (e nei dischi live tipo Banana Republic). In piena era di divorzio cantare di situazioni promiscue del genere e con una tale leggerezza era come rompere una porta a doppio vetro con un calcetto. Ottimo inizio, una perfetta colonna sonora per girare sbronzi parlando da soli di notte in una città deserta.

Il testo di "Cercando un altro Egitto" in effetti, è un delirio parlato fra sé e sé, con “Grandi gelaterie di lampone”, bambini che volano e un inizio che pare citare gli scherzetti mitici che si facevano fra loro De André, Venditti e De Gregori. “Mi dicono Francesco ti vogliono ammazzare”. Ma appena il nostro capisce che è una burla, la realtà è molto peggio: “Il terzo reparto celere controlla / non c’è nessun motivo per essere nervosi / ti dicono agitando i loro sfollagenti / e io dico “non può essere vero” e loro dicono “non è più vero niente”. La realtà è un incubo, fra “ufficiali uncinati” che lo perseguitano e amici d’infanzia che lo infamano e l’autore supplica “amore, naviga via devo ancora svegliarmi”. L’allucinazione del testo è sorretta da una base di sola chitarra, in stile classicamente Dylaniano: ma il contrasto funziona eccome.

In “Dolce amore del Bahia” il testo è farneticante: sembra che si sia fatto un viaggetto barrettiano, una micropunta o qualcosa del genere. “Ieri ho incontrato la mia formica/ mi ha detto che sono pazzo/ io con occhiaie profonde / e un principio di intossicazione/ io sono stato dove tu mai”. Neanche troppo velato, il De Gregori psiconauta è anche molesto e violento: "Non mi ricordo che occhi avevi l’ultima volta che ti ho insultato/ l’ultima volta che ti ho bloccato”. La formica, simbolo di razionalità e responsabilità, viene uccisa dall’autore che preferisce di gran lunga l’alterazione di coscienza. Sorregge il tutto un dolcissimo intreccio fra chitarre acustiche, piano e le sapienti percussioni di Tony Esposito, molto simile a “Two of a Kind” appunto, di Barrett.

Barrett sembra ritornare in “Informazioni di Vincent”, solo voce e chitarra che a una certa si scoordinano quasi come in “Madcap”. La follia ritorna con la citazione di “Vincent”, canzone di Don Mc Lean tradotta da Francesco per Little Tony, su cui aleggia lo spettro di Van Gogh. Qui De Gregori confessa coraggiosamente che di Angela Davis non gliene fotte un cazzo. Sfido poi che si attirò l’odio di vasta parte del movimento. “Colorano” il pezzo moquettes piene di topi e ancora una volta paranoia: “Ieri alla televisione mi hanno detto di stare tranquillo / non c’è nessuna ragione di avere paura”. Meno male.

In “Giorno di Pioggia” la fanno da padrone chitarra e un dulcimer ibridato col piano. Altro brano claustrofobico in cui la coppia cerca di “venire insieme” (sfuggirà alla censura), in cui c’è sentore di orge finite male “La prossima vigilia di Natale avremo tutti partorito / potremo farne un’altra per allora”, di tessere politiche senza senso, e fumi Ballardiani nel “Vedere gli incidenti stradali lungo il fiume”. Conclude il tutto l’idea di tatuare la sua amata con una poesia: il De Gregori che non ti aspetti.

Segue “Bene”, lato b di “Niente da capire”: uno dei pezzi più commoventi e allucinati del lotto. Anche qui semplice chitarra acustica, ma con inserti di piano e tastiera puntuali e affogati in riverberi sognanti ma affilati come lame. La progressione armonica drammatica e ossessiva narra di un amore finito, in cui la pazza stavolta è la sua compagna. L’ansia incombe, con complessi edipici irrisolti, aspiranti suicidi, e fiori marci in una vasca simbolo della resa al mondo: “ soltanto l’innocenza nei miei occhi, ce n’è già meno di ieri, ma che male c’è”. Pare che De Gregori, per ovvi motivi, non sia mai riuscito a cantarla dal vivo. Peccato, il suo posto è fra i classici.

Aperto da fingerpicking, percussioni sfasate e un carillion di tastiere, torna l’America in “Chissà Dove Sei”: vista però da un occhio stuporoso. Le cose e gli strumenti sembrano andare in pezzi, e infatti il brano dura solo un minuto e mezzo: il tempo di ammonire la propria ex compagna con un esplicito “puoi anche conquistare vari uomini bruni / e misurarne l’aspetto / ma il mio indirizzo è / via del sopracciglio destro”. Il che significa che gli spaccherà la faccia: tenero questo De Gregori.

“A Lupo” ha un cantato atipico per l’autore (non è il solo nel disco), a briglia sciolta senza badare troppo alla forma. Il testo sembra un delirio tipo Ulisse di Joyce, con Renault che diventano zucche e notti alcoliche andando a puttane per poi innamorarsene. Ma il male è sempre in agguato, e il più “puro” spergiura sui propri bambini in un perpetuo oblio di sé.

“Arlecchino” è forse il pezzo meno interessante del lotto, che da questo momento prende una piega più classicamente “alla De Gregori”, con debite differenze. Sola chitarra e voce, forse autobiografica presa di coscienza dell’artista che per essere libero è costretto a servire più di due padroni, in un paradosso senza fine.

“Finestre di Dolore” riesce a mettere d’accordo il De Gregori classico col visionario: ancora chitarra e voce ritmicamente rotti per una storia di sfattanza di gruppo: “il nostro cervello era bianco”, “seduti nella stanza con la bocca socchiusa”, facendo discorsi da pazzo con la bottiglia in mano. Momenti di alienazione, di “vuoto nel cuore”, descrizione della generazione X. Un brano amaro che ricorda la poetica del futuro Vasco stile “Siamo solo noi”, non a caso grande fan di De Gregori.

“Souvenir”, con il suo insieme di chitarre e tastiere tipo glockenspiel, conclude il tutto con un giro armonico tipico della canzone italiana (vedi

“Il paradiso”

della Pravo o il Dalla di

“Tu Parlavi una Lingua Meravigliosa”

ecc ecc), con l’aggiunta di una certa vis sardonica del nostro, intento letteralmente a

“mozzicare cuori”

. Anche nell’ironia la malinconia regna sovrana: tutto deve finire, ci rimane un souvenir. Che poi alla fine è la metafora del disco.

La Pecora, ambiguo simbolo di resa al sistema discografico, ma anche di desiderio di purezza e libertà , è quindi un album spezzettato, pieno di malessere, drogato già dalla copertina. Le somiglianze con il cantautorato weird non si limitano alle apparenze ma anche al modus operandi in sala d’incisione: l’inesperienza di De Gregori fece sì che la band sovraincidesse dietro di lui, senza poter suonare assieme. In un certo senso ricorda le canzoni “al limite” del primo Calcutta, che nonostante nell’ultimo disco gli riservi frecciatine “contro” in questo caso gli deve molto. Pare che solo molto più tardi Francesco ammise il valore del disco: ma allora perché oggi scomodare Dylan e non tornare a delirare, dato che i tempi sono maturi? Boh, e chi lo sa. In fondo aveva ragione: non c’è proprio niente da capire.

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