Loredana, sorella selvaggia

Nuda, sfrontata e rumorosa: è la Berté di "Streaking", il suo primo album, troppo avanti per funzionare.

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04 dicembre 2014, 12:26pm

"Chiambretti: Ripercorrendo la tua vita anche in amore hai avuto dei piccoli inconvenienti. Già nel 1972 comparivi spesso e volentieri nuda sulle copertine. Berté: Era un'idea del mo discografico Alfredo Cerruti. I dischi non li ha sentiti nessuno perché anche anche le radio li avevano censurati, ma tutti hanno il manifesto."
(Da loredanaberte.it)

"D: Lo si può considerare un disco femminista ante litteram…
Berté: Non solo, anche punk. Altro che Patti Smith. Io sono stata Patti Smith prima di Patti Smith. [...]"
(Chiambretti Night 31/10/2002)


Italian Folgorati continua nella sua rassegna al femminile in maniera scontata ma necessaria: dopo Mia Martini, infatti, è inevitabile passare direttamente alla sorella, Loredana Bertè ( quella che ha tenuto il cognome paterno). Questo perché Loredana sta festeggiando il quarantennale di attività tourando l’Italia in lungo e in largo, proponendo un vasto repertorio che va dal 1974 ad oggi. Poi perché separare la sua carriera da quella della sorella è pressoché impossibile: le due reginette della musica leggera italiana infatti arrivano al successo praticamente insieme. A parte l’assurdità di essere nate nello stesso giorno e nello stesso mese, si spalleggiano e condividono imprese, ingaggi, autostop, addirittura fidanzati (tipo Red Canzian, amante prima di Mia e poi di Loredana). Questo fatto ha sempre suscitato nella stampa un atteggiamento a volte curioso, a volte maligno, cercando tutti i modi possibili per sottolineare le loro divergenze e metterle una contro l’altra. Divergenze che ci sono, certo: Mia è pessimista, riservata, introspettiva e canta come se scolpisse lentamente nel marmo, Loredana è anarchica, disinibita, esibizionista e canta come se volesse strapparsi le corde vocali e tirartele in faccia. Alla fine sono comunque due sorelle, legate da un destino di emigrazione, di fuga da un paese ottuso e da un padre violento, che si fanno forza insieme. Loredana ad esempio disegna e realizza i vestiti di Mia quando ancora fanno comunella con Renato Zero a Roma, e Mia la fa partecipare nei cori dei suoi dischi presentandola un po’ a tutti. Si inventano il loro mestiere giorno per giorno, facendo spettacoli ovunque e imbucandosi in qualsiasi situazione, anche le più improbabili, con una determinazione disperata quanto vitale. L’obiettivo è cercare agganci al mondo discografico di Milano, meta continua di pellegrinaggi a vuoto. La discografia dell’epoca, infatti, le snobba dimostrando un fiuto per gli affari pari a meno uno.

Nonostante ciò Loredana già dal ’66 è in pista come ballerina e corista e la sua gavetta è micidiale. Prima di ottenere il suo primo contratto discografico passano ben undici anni (!) nei quali non si risparmia neanche un po’, riuscendo a passare con disinvoltura dalle parti e particine al cinema (ad esempio in Basta Guardarla di Luciano Salce) alla televisione (viene bocciata come possibile soubrette di Canzonissima solo per motivi di eccessiva sensualità), ai nudi generalizzati persino per la rivista Playboy (per la quale più tardi anche la sorella Mia poserà, sebbene per il breve tempo di un servizio). È però il teatro che la forgia: in fatto di presenza scenica e vocale è questa la palestra in cui la futura performer impara a piegare il pubblico ai suoi voleri. Nel ’72 partecipa insieme all’inseparabile Zero (col quale, appunto, per un periodo fa duo in un progetto teatrale/mimico) alla prima opera rock italiana in assoluto, Orfeo 9 di Tito Schipa jr, ad alto tasso di visionarietà. Questa importante apparizione sarà l’ apripista per entrare di diritto nel mondo del rock, che gli si schiude magicamente nel 1974 incontrando quel satanasso di Alfredo Cerruti.

Costui, per chi non lo conoscesse, è una delle menti degli Squallor, nonché la loro voce narrante storica. Quindi uno che di mattina fa il produttore e di notte il sabotatore. Sta cercando qualcosa di dirompente, forse annusando il periodo di cambiamento che nel mondo porterà poi al punk. La prima cosa che gli viene in testa è di cavalcare l’ onda della rivoluzione sessuale, che in Italia sta sradicando sempre più le antiche certezze, e fare di Loredana una cantante sexy. La musica comincia infatti a prendere quella direzione che porterà ai primi Krisma, ad Amanda Lear, alle varie Grace Jones e Nadia Cassini (un’altra protetta degli Squallor). Gli italiani sono per il divorzio (come da referendum d’epoca), in tv, i veli cominciano a cadere piano piano, la commedia erotica va forte così come l’erotismo “intellettuale” dei vari Pasolini, Bertolucci e co. L’idea potrebbe fruttare, a Loredana non viene difficile il ruolo di demolitrice delle convenzioni sociali: anche soltanto la sua presenza scenica e il suo “caratterino” possono provocare autentici terremoti. La composizione dei brani viene dunque affidata ai veterani Enrico Riccardi e Luigi Albertelli, allora autori per Mina, Dik Dik , Drupi e via discorrendo ( ma la loro fama è legata principalmente alla “Zingara” di Bobby Solo): il duo sembra entrare perfettamente nello spirito del progetto concentrandosi su musiche di respiro internazionale e sghembo, difficilmente inseribili in una tradizione pop italiana. Nasce così Streaking, il primo album della Bertè, anno 1974.

Già dalla copertina si capisce che si fa sul serio: nella versione originale Loredana si presenta senza veli, anche se è rannicchiata su se stessa ed è impossibile vederne le forme, si capisce che c’è qualcosa di più. Il titolo fa il resto, è in inglese e già per questo subliminale rispetto alla cultura italiana del periodo: i curiosi cercano sul dizionario e scoprono che trattasi della “pratica esibizionista di irrompere completamente nudi nell’ambito di manifestazioni con grande presenza di pubblico”. E infatti all’interno del disco Loredana appare completamente nuda con una farfalla in mano: le foto sono dello stesso autore degli scatti per Playboy, Mauro Balletti e la grafica del geniale Luciano Tallarini. Come nella suddetta pratica, la Bertè entra nel pop italiano a gamba tesa, con l’intenzione di shockare. È però già chiarissimo dalle prime note del disco (senza soffermarsi sui pruriti della copertina) che qui si parla di libertà sessuale, di anarchia dei sentimenti e di voglie esplosive assolutamente non represse in maniera molto più articolata di una semplice provocazione. “Ti Piacerebbe” parte con una schiacciante sezione ritmica che potrebbe star bene in un disco dei No Means No, solo basso e batteria a reggere un clavinet mefistofelico. “Ti piacerebbe non pensarmi mai /ma non puoi” ossessioni erotiche del nuovo millennio che sfociano in una schitarrata veramente protopunk. Il minimalismo roccioso del pezzo fa il resto, a volte sembra anche avere tendenze post rock, con un finale tutto rullate e clavinet che rosicchia come un tarlo nel cervello.

E in effetti il disco sembra ricco di intuizioni crossover, con “Il Tuo Palcoscenico”, che parla senza mezzi termini di sesso orale, e in pratica è uno spoken word proto rap su una base che anticipa in un sol colpo "Pensiero Stupendo" di Patty Pravo e il salmodiare punk di Freak Antoni e—non vorrei osare ma lo faccio—anche certe cose dilatate dei Faith no More. Ossessivo loop di due accordi di synth, piano, sezione ritmica massiccia e un parlato campionato di difficile interpretazione ( un monologo maschile sulla violenza?) che porta direttamente alla parola “cazzo” urlata dalla Bertè, per la prima volta incisa su disco. Pare che questa idea coraggiosa sia venuta proprio a Loredana, che rivendica la cosa in modo molto candido "Sai come finisce quella canzone? Finisce con 'Cazzo!', con me che urlo come una pazza. Quel 'cazzo' ce l’ho aggiunto io, perché ci voleva. Altro che la censura di 'Sei bellissima', quel pezzo lì era molto più avanti…"

In effetti anche il pezzo successivo è molto avanti, soprattutto perché trattasi di una cover de I Leoni, un gruppo prog/pop dei primi settanta. Per la precisione Il brano è del ‘71, l’originale è una scanzonata canzone beat sul rimorchio ma Loredana la rivolta come un calzino facendone un potentissimo inno lesbico, interpretandola come solo una vera sperimentatrice di peccato potrebbe. "S.E.S.S.O". musicalmente potrebbe essere considerato uno sdoganamento delle colonne sonore pornografiche in campo pop: quindi lounge sozza tutta hammond e schitarrate furbazze, la stessa che possiamo trovare nello score di Gola Profonda. Ma il giro armonico è senza dubbio punk r’n’r: ancora una volta un ibrido inaspettato quanto efficace nel suo essere allo stesso tempo ammiccante e torbido.

Il brano subito appresso è un magma di chitarre col wah e percussioni tribali, tra la psichedelia occulta e il cannibal movie mutante, con Loredana che cavalca vocalmente delay e pulsanti bassi ossessivi, schitarrate punkettone e altrettanti giri che oserei definire pre-Siousxie & The Banshees, nel loro completo disprezzo del formato canzone e delle formule compositive dell’era. Insomma, tutto istinto pancia e istante: “Ma guarda questo pazzo che se ne va/S'infila i pantaloni e mi pianta qua/Se vuoi telefonare puoi farlo da qui/adesso non andare non fare così” . Un’avventura finita male a causa di un uomo che non riesce a gestire il proprio machismo: ha un'altra e la cosa gli impedisce l’erezione clandestina. Una specie di smascheramento delle dinamiche alla "Tanta Voglia Di Lei", dove il maschio in realtà scappa non per fedeltà o per chissà quale illuminazione, ma per semplice codardia.

“Oggi Si Vola” è un chiaro omaggio glam rock ai New York Dolls virato al pop: nel brano Loredana prende l’iniziativa sessuale su un uomo che probabilmente non si rende conto che “Sarà come il primo giorno di scuola/Lascia fare a me e vedrai che si vola”. Tutto questo dopo che “Da un’occhiata e prendi il disco che vuoi /Ecco metti quello lì dei Pink Floyd/Questa sera no non mi va di star sola”. La psichedelia diventa quindi il ponte per raggiungere obiettivi di piacere che sono un vero e imprescindibile manifesto di intenzioni, soprattutto quelle di una donna assolutamente non passiva che decide di dominare la situazione punto.

In “Parlate Di Moralità” il punk rock prosegue a farla da padrona, rock con influenze da musical che non disdegna momenti che potevano stare bene in un disco di Vasco Rossi, peccato che siamo nel 1974 e l’autore di “Asilo Republic” ancora frequenti la facoltà di pedagogia e sia molto lontano dai deliri che ben conosciamo. Scovando i credits (pressoché assenti e di difficile reperibilità), si nota la presenza al basso di Paolo Donnarumma che in futuro sarà una colonna portante della wave italiana, come a dire: sappiamo il fatto nostro.

“Fare L’Amore” ti spara in faccia uno string synth gonfio di riverberi e di sviaggi kraut, e Loredana se ne parte con un inappellabile “Dobbiamo fare l’amore” in vocalizzi a riccioli dapprima soffusi, ma che si gettano presto in violente grida rock “Chiusi in una stanza senza più speranza”. Una visione esistenziale del coito come occasione di annullamento, come oppiaceo, come modo per morire e negarsi quindi al quotidiano. Lontano anni luce da una visione “riproduttiva” e familistica dell’atto amoroso, qui si parla proprio di una bella e poderosa scopata per spegnere definitivamente il mondo esterno. E la Nannini ancora è lontana dalla scoperta dell’"America".

Su certe tematiche la Bertè arriva appunto anni prima della cantante senese.“Non so dormire sola” è il pezzo più funk del lotto, sempre però virato in grezza zona sexploitation, perfetta colonna sonora per uno sviaggione nell’autoerotismo postcoitale nonché nelle insonnie nevrotiche del duemila, che hanno solo una soluzione : “Non so dormire sola/Ho il tuo sapore in gola/Io non vorrei io non dovrei/Ma non ci sei”. Alla fine chi fa da se fa per tre, come dimostra il “sola/gola/vola” iniettato dentro ettari di echo. È giusto così, anche l’ultimo tabù ( quello della masturbazione) crolla decisamente sotto i calci a piedi nudi di Loredana.


Ma c’è spazio anche per il “romanticismo”, ed ecco il singolo ufficiale del disco, ovvero “Volevi Un Amore Grande”. Qui ci troviamo con la Bertè che conosceremo più avanti, col suo perfetto misto di aggressività e melodia. Il brano mette in risalto le capacità interpretative della nostra eroina, forse spinte un po’ da parte negli altri brani, dove invece impera una certa urgenza sonora. La storia del brano è quella di un poveraccio che crede di poterle progettare la vita, sposarla, metterle le catene: con un soffio Loredana gli fa cadere i castelli di carte riportandolo coi piedi per terra, anzi probabilmente per lo shock il poverino ci sprofonda dentro.

Subito dopo, la tracklist ci spara un ibrido fra il r’n’r il jazz e il punk, "La Porti La Maglia". Anche qui debitore (forse un po’ troppo) delle esperienze passate nei musical teatrali—ad esempio Hair. Ma nei suoi ingenui inni alla libertà e alla nudità pre-parco Lambro (“La porti la maglia? NOO!!!”) c’è una genuina e pioneristica via al punk demenziale che verrà.

Con “Marrakech” la chiusura è da “ciao core”: appaiono magicamente i Dissidenten, appare la roba tipo Vanity Records, appaiono i Gaznevada quattro anni prima, anche le fisse arabeggianti dei Duran Duran di "Night Boat" e i giri di basso incompiuti dei Melt Banana. La sezione ritmica è quanto di più incastrato possibile, qualcosa che oggi piacerebbe ai boss della Sublime Frequencies. Ovviamente si parla di droga e di turismo sessuale, con un inquietante mix di abbandono mistico e malizia perversa. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, che in fondo è la cifra mistico/filosofica del disco.

Disco che—a differenza di quanto previsto da Cerruti—non avrà successo. Nonostante la pubblicità al personaggio Bertè, il maglio della censura cadrà inesorabile, portando al ritiro delle copie la cui copertina verrà presto sostituita con qualcosa di più casto, anche se una Loredana vestita in maniera angelica ved /non vedo, col viso inquietante di chi ne sta per combinare una, non cancellerà certo la malizia dell’operazione. La RAI, figurarsi, saboterà la promozione relegando quest’album a uno status di culto, tanto che oggi possiamo definirlo seminale per il rock italiano che verrà. Da questo momento la strada di Loredana sarà in salita: abbandonerà le asprezze buttandosi sul pop, seguendo gli esempi stilistici della Martini: avrà una storia con Mario Lavezzi, dividerà artisticamente (e forse non solo) Ivano Fossati con la sorella raggiungendo il successo che tutti conosciamo. Ma poi i casini con Borg, la perdita di contratti milionari, le continue cause, risse, denunce e soprattutto la morte di Mia Martini, che la porta a tre anni di profonda depressione tanto da farla diventare più dark di un membro dei Bauhaus. Nonostante questo Loredana è riuscita anche nel miracolo di tornare a scalare le classifiche con “Babybertè” del 2005, a oggi ultimo disco di inediti, senza neanche farsi troppa pubblicità. Dimostrazione che nonostante la sua follia e i suoi eccessi Loredana è una donna forte che sa smuovere le montagne come e forse più di quel 1974 in cui cantava "Ehi, che mi importa se, se la gente dice che/Sto esagerando un po'/Voi dite sempre "non si fa" no, no non è moralità/Un poco di coraggio e di sincerità/Tanto poi finirà”. Speriamo il più tardi possibile, Lory.

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